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lunedì 30 gennaio 2017

Trump rivuole la tortura

Una bozza di un decreto presidenziale fatta circolare nei giorni scorsi dalla Casa Bianca ha aggiunto un nuovo motivo di allarme per i contorni che minaccia di assumere precocemente l’amministrazione entrante di Trump. Il documento, non confermato dallo statf del neo-presidente, è stato pubblicato mercoledì da New York Times e Washington Post e sembra gettare le basi per un possibile ritorno alle detenzioni arbitrarie e alle torture di presunti terroristi da parte della CIA autorizzate da George W. Bush dopo l’11 settembre 2001.

Vista la gravità del contenuto della bozza di un provvedimento sui cui Trump potrebbe mettere la firma nel prossimo futuro, in molti ritengono che la proposta sia solo un’altra iniziativa per galvanizzare gli ambienti di estrema destra che hanno sostenuto la sua candidatura.

Il ripristino dei metodi più estremi della “guerra al terrore” dovrebbe in effetti fronteggiare svariati ostacoli legali, oltre che politici; ma il documento in questione, al di là delle smentite, è sintomatico del dibattito interno a una amministrazione i cui membri, a cominciare dal presidente, hanno già mostrato pochissimi scrupoli per il diritto internazionale e le più elementari norme democratiche.

La bozza di decreto sarebbe stata diffusa da un membro dello staff del segretario del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, il generale Keith Kellogg, allo scopo di stimolare una discussione interna allo stesso organo della Casa Bianca. Tra le proposte avanzate c’è appunto la richiesta sottoposta ai vertici dell’intelligence di studiare la possibile riapertura di strutture detentive “off-shore”, gestite dalla CIA, dove riprendere gli interrogatori di presunti terroristi, anche ricorrendo a metodi di tortura.

Nel piano allo studio figura anche il trasferimento al lager di Guantanamo di eventuali sospetti, cosa che l’amministrazione Obama aveva vietato dopo il suo insediamento nel 2009 malgrado la mancata chiusura dello stesso carcere. Nel documento, la prigione sull’isola di Cuba viene definita “legale”, “sicura” e “umana”, nonché “conforme” al diritto internazionale.

Il capo dell’ufficio stampa della Casa Bianca, Sean Spicer, mercoledì in una conferenza stampa ha detto di non conoscere la provenienza del documento, ma i due giornali americani che ne hanno dato notizia hanno citato fonti interne alla nuova amministrazione che si sono dette certe della sua autenticità.

Il piano così diffuso farebbe parte di una serie di “ordini esecutivi” che nei giorni successivi all’insediamento di Trump sono stati prodotti dallo staff presidenziale e per i quali sono stati richiesti pareri e commenti ai membri della nuova amministrazione.

A rendere più che probabile l’autenticità del documento è anche la coincidenza di un’intervista rilasciata nella serata di mercoledì da Trump alla ABC, durante la quale ha ribadito la sua disponibilità a tornare ai metodi dell’amministrazione Bush nella lotta al terrorismo. Come aveva fatto in campagna elettorale, Trump ha sostenuto che il “waterboarding” e altri metodi violenti usati dopo l’11 settembre negli interrogatori della CIA su autorizzazione della Casa Bianca sono del tutto legittimi ed efficaci.

Per il neo-presidente, se il segretario alla Difesa, generale James Mattis, e il direttore della CIA, Mike Pompeo, dovessero raccomandare il ritorno a questi metodi, dalla Casa Bianca non ci sarebbe alcuna opposizione. Mattis, da parte sua, nonostante i precedenti da comandante delle forze di occupazione USA in Iraq che lo rendono un potenziale criminale di guerra, ha escluso il ricorso alle torture durante le recenti audizioni al Senato per la conferma della sua nomina.
Lo stesso aveva fatto inizialmente anche Pompeo, ma nelle successive risposte scritte alle domande dei senatori della commissione Servizi Segreti è risultato decisamente più ambiguo, dicendosi aperto a ogni eventualità in base alle necessità della sicurezza nazionale americana.

Nella stessa bozza di decreto si riconoscono gli ostacoli rappresentati dai decreti di Obama del 2009 per mettere fine alle torture della CIA. Queste misure sono state inoltre recepite da un emendamento del 2016 alla legge di bilancio per il Pentagono che vieta il ricorso a tecniche di interrogatorio non espressamente autorizzate o non previste dal manuale dell’esercito.

Inoltre, la stessa legge prevede che la Croce Rossa Internazionale sia informata sulle strutture detentive americane e abbia accesso ai prigionieri fatti dagli Stati Uniti in un qualsiasi conflitto armato.

L’emendamento era stato approvato su richiesta del senatore Repubblicano dell’Arizona, John McCain, e dalla collega Democratica della California, Dianne Feinstein. I due sono stati tra i primi a criticare il contenuto del documento reso noto da New York Times e Washington Post. Entrambi, peraltro, come in pratica tutti coloro che ricoprivano cariche elettive a Washington durante l’amministrazione Bush, erano perfettamente al corrente di quanto accadeva per mano degli agenti della CIA.

L’indignazione ostentata oggi e negli anni successivi alla chiusura del programma che prevedeva le cosiddette “tecniche avanzate di interrogatorio” rivela perciò il loro opportunismo politico e il tentativo di conservare quel minimo di parvenza rimasta agli Stati Uniti di baluardo dei diritti democratici che Trump, agendo in maniera sconsiderata, rischia di spazzare via definitivamente.

Non tutti i membri del Congresso americano sembrano essere comunque sulle posizioni di McCain e Feinstein. Il deputato Repubblicano dell’Illinois, Adam Kinzinger, non ha ad esempio escluso il ricorso alle torture in situazioni di emergenza, verosimilmente nel caso in cui “centinaia di migliaia di vite siano a rischio”.

Il fatto che la riapertura di strutture detentive clandestine e illegali, assieme all’uso di torture durante gli interrogatori, sia tornata in qualche modo al centro della discussione negli Stati Uniti è un’altra conferma della deriva ultra-reazionaria del quadro politico americano.

Che ciò accada al termine di due mandati di un presidente Democratico che continua a essere celebrato come una sorta di modello di progressismo dai “liberal” americani è tutt’altro che casuale. Obama ha per molti versi accelerato il decadimento del clima democratico negli USA, pur vietando formalmente le torture e i cosiddetti “black sites”, mentre ha garantito la totale impunità ai responsabili dei crimini commessi nell’ambito della “guerra al terrore” all’interno dell’amministrazione Bush.

Gli scenari che si stanno venendo a creare con l’insediamento di Trump alla Casa Bianca sono ancora più clamorosi alla luce dell’esistenza di un lunghissimo rapporto sulle torture prodotto anni fa dalla commissione Servizi Segreti del Senato. Un estratto dello studio era stato pubblicato nel 2014, dopo anni di dispute tra i vari organi del governo, e mostrava nel dettaglio il livello di criminalità della CIA e dell’amministrazione Bush nella gestione dei sospettati di terrorismo.

Mentre Trump sembra studiare il ritorno degli Stati Uniti a uno dei punti più bassi della loro storia, quanto meno per quel che riguarda i crimini ammessi pubblicamente, i leader Repubblicani al Congresso e la sua nuova amministrazione si stanno d’altra parte adoperando per sopprimere definitivamente il rapporto del Senato sulle torture impedendone la diffusione.

Quest’ultimo, infatti, finora non è mai stato reso pubblico nella sua forma integrale e, se gli sforzi in atto avranno successo, potrebbe rimanere sconosciuto agli americani anche per i prossimi decenni.

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