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lunedì 23 gennaio 2017

Rigopiano: La natura non c'entra, L'assassino è l'uomo

Iniziamo subito chiarendo le cose: la catastrofe dell’Hotel “Rigopiano”, dove sono già stati recuperati tre cadaveri e risultano ancora disperse persone, non è stata provocata dal terremoto.
Le scosse che hanno colpito la zona di Campotosto, Montereale e Capitigliano si sono verificate molte ore prima rispetto alla valanga, e in una zona molto distante dall’Hotel Rigopiano, al confine tra l’Abruzzo e il Lazio, in provincia di L’Aquila, mentre l’Hotel Rigopiano sorge a monte di Penne, in provincia di Pescara, sul versante Adriatico dell’Abruzzo. Verosimilmente la valanga si era appena verificata, comunque dopo le 17:15/17:20. Le scosse di terremoto, invece, si erano verificate al mattino, la più forte di magnitudo 5.5 alle 11:14, poi quella di magnitudo 5.4 alle 11:25, infine l’ultima di elevata intensità (magnitudo 5.1) alle 14:33, circa tre ore prima della valanga-killer. E’ già difficile immaginare che un terremoto di questa magnitudo (forte, ma non fortissimo) possa innescare una valanga, ancor più improbabile che possa farlo a così tanti chilometri di distanza dall’epicentro. Scientificamente impossibile che ciò accada con svariate ore di ritardo. Invece valanghe di questo tipo rientrano nella relativa “normalità” di grandi nevicate come quelle delle ultime ore sull’Appennino.

L’hotel Rigopiano è stato investito da un’enorme colata di detriti, un un fenomeno raro, che ha acquisito forza e velocità notevoli sotto la pressione della neve abbondante, dalla debolezza del terreno. Il terremoto ha solo acceso la miccia. La forza della colata di detriti e’ stata tale da travolgere anche il bosco che si trovava dietro l’hotel. Di solito i boschi resistono a slavine e valanghe, ma quello che ha travolto l’hotel è stato qualcosa di molto più violento. Sotto la pressione di almeno tre metri di neve, accumulata nei giorni scorsi anche a causa del vento, il terreno indebolito dalle piogge ha ceduto e ha cominciato a scivolare portando con se’ rocce e detriti. Probabilmente tutto è iniziato come una slavina, ossia con il distacco di una massa di neve, che cadendo ha raccolto rocce e alberi, cominciando a scorrere su una superficie debole. Ad aumentare progressivamente la velocità ha contribuito la neve, che ha agito come un lubrificante.

La valanga sull’Hotel “Rigopiano”, come tante altre valanghe che stanno interessando l’Appennino centrale tra Marche, Abruzzo e Molise, è provocata dalle eccezionali nevicate che da giorni stanno colpendo l’Italia centro/meridionale, con accumuli di svariati metri (in alcune zone di montagna sono stati superati i 4 metri di neve). Ma in altre zone le valanghe non hanno colpito direttamente una struttura con persone dentro. Non è una novità delle grandi nevicate Appenniniche: in queste zone le grosse valanghe sono provocate proprio dall’emergenza neve, nella stessa zona dell’Hotel “Rigopiano”, storicamente denominata “Bocca di Lupo“, nel 1936 c’era stata un’analoga rovinosa valanga. Osservando le immagini orografiche della zona, possiamo notare come l’albergo sia stato costruito proprio a valle di un grande canalone di montagna, che si restringe pericolosamente proprio in prossimità della struttura. In questa situazione, un’eventuale valanga nel canalone diventa devastante perchè aumenta di energia e velocità proprio a ridosso della struttura. Esperti e geologi stanno già descrivendo questa situazione di estremo pericolo, parlando di “abuso edilizio” e sostenendo senza mezzi termini che “in quella zona non si doveva costruire“.


Prima di diventare un resort di lusso tra le montagne, l’hotel Rigopiano era un bellissimo casale di montagna, ma molto meno redditizio. La trasformazione finì sotto la lente d’ingradimento della procura che aprì un’indagine su un presunto abuso edilizio sanato grazie a favori economici, ma divenne anche l’occasione per un grande affare: sia in termini turistici che finanziari. A cogliere l’opportunità al volo è stata la società trevigiana A-Leasing, intermediario finanziario con capitale sociale nell’ordine delle decine di milioni di euro e oggi proprietario dell’immobile con una sua controllata, la A-Realestate. La società aveva sede lungo il Terraglio, proprio all’ingresso di Treviso, ora si è spostata nella Cittadella delle Istituzioni. Nel giardino della villetta riorganizzata a centro direzionale faceva bella mostra lo stemma giallo e nero della banca Raiffeissen, il gruppo svizzero diffusissimo in Austria che fa da scudo economico all’attività di A-leasing: offrire e gestire locazioni finanziarie in tutta Italia. 
 In effetti la storia dell’Hotel “Rigopiano” è caratterizzata da un processo per corruzione, che però si è concluso con l’assoluzione di tutti gli imputati “perchè il fatto non sussiste“. Era stato il pm di Pescara Gennaro Varone nel 2008 ad aprire un’inchiesta sulla base delle intercettazioni telefoniche dell’indagine “Vestina“, ipotizzando il reato di corruzione per 7 persone. L’ipotesi accusatoria era di mazzette e posti di lavoro in cambio di un voto favorevole per sanare l’occupazione abusiva di suolo pubblico, relativamente all’ampliamento della struttura (che in origine era un vecchio casolare di montagna), per la realizzazione di un hotel a quattro stelle. L’Hotel Rigopiano aprì i battenti nel 1972 ma proprio nel 2007 assunse una veste completamente nuova, ristrutturato e dotato di tutti i confort, tra cui centro benessere e piscina.

In base a quanto riportano numerosi articoli dei giornali locali, secondo l’accusa, l’amministrazione comunale aveva votato a favore della delibera finalizzata a “sanare l’occupazione abusiva di suolo pubblico da parte della società Del Rosso“, in una zona fino ad allora adibita a pascolo del bestiame e compresa in un’area naturalistica protetta. Secondo le carte della Procura, “l’autorizzazione a sanatoria si basava sul presupposto che detta occupazione non costituisse abuso edilizio per mancata, definitiva trasformazione del suolo“. Ma secondo l’accusa, gli amministratori locali in cambio della delibera avrebbero incassato la “promessa di un versamento di denaro destinato al finanziamento del partito” di appartenenza (il Pd) e, in particolare, il secondo avrebbe ottenuto “il pagamento di 26.250 euro” che, dice ancora l’accusa, andava ad “adempimento parziale di un debito pregresso ma inquadrabile nel rapporto corruttivo“.

Il pm sosteneva anche che come merce di scambio per quella delibera favorevole, i consiglieri e gli assessori del tempo avessero ottenuto dai titolare della società anche “assunzioni preferenziali per i propri protetti“. L’ex sindaco di Farindola nel corso del processo ha sempre respinto l’accusa di corruzione, ottenendo ragione dal giudice che lo scorso novembre ha emesso la sentenza di assoluzione “perché il fatto non sussiste“. Il processo, iniziato nel 2013, si è concluso nel 2016 e il reato era comunque prescritto già dallo scorso mese di aprile, quindi questa sentenza non potrà essere appellata. Le motivazioni della sentenza non sono state ancora depositate. Ma adesso è probabile che nuove inchieste possano essere aperte per fare luce sull’accaduto.



La società intestataria del bene immobile oggetto del disastro manifesta la propria solidarietà a tutti coloro che risultano coinvolti nonché il proprio sostegno a chiunque stia prestando il proprio servizio nell’intento di prestare soccorso offrendo la massima disponibilità e collaborazione qualora se ne manifestasse il bisogno». 


Il palazzo che ospitava l’hotel ora rischia di tornare nell’occhio del ciclone. Sotto accusa la già contestata conclusione con l’assoluzione del processo per il presunto abuso edilizio chiusosi due anni prima del fallimento della Del Rosso. La società che gestiva l’albergo e ne aveva lanciato la trasformazione in resort sette mesi prima di saltare riuscì «a disfarsi dell’unico ramo d’azienda operativo comprendente l’albergo sito in località Rigopiano di Farindola», come scriveva il tribunale di Pescara nel decreto di fallimento. Lo salvò dai creditori con una partita di giro che vide l’ingresso della A-Leasing come nuova proprietaria dell’immobile e quello della Gran Sasso Resort Spa (sempre legata a Del Rosso) come nuovo gestore. Era un business che funzionava, tanto da portare il fatturato della Gran Sasso a quota 1,6 milioni con guadagni in crescita. Piaceva, quel resort che contava anche sul via vai di personaggi noti. Piaceva il suo panorama con vista sulla vallata ma anche il riparo della grande montagna alle spalle. Quella stessa montagna da cui è partita la valanga che lo ha travolto. «Non poteva essere altrimenti» dicono oggi in molti, «il resort era in un posto dove non doveva stare», allo sbocco della ripida gola.


 A prescindere dalla vicenda giudiziaria, se davvero vogliamo fare prevenzione dobbiamo conoscere bene il nostro territorio e i suoi rischi. Come per i terremoti, dove a uccidere sono le costruzioni che non vengono realizzate rispettando i criteri antisismici, anche per frane, alluvioni e valanghe non è mai corretto parlare di “natura assassina” o fandonie simili. A uccidere è l’incoscienza umana. E quell’albergo, a valle di un canalone così pericoloso in una zona esposta a grandi nevicate e da sempre soggetta a pericolose valanghe, non doveva essere costruito. Non lì. Oggi paghiamo semplicemente le conseguenze delle nostre assurdità.

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