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martedì 24 gennaio 2017

Riflessioni sugli analfabeti e imbecilli, specchio del nostro tempo

Come descrivere il livello culturale delle persone nel nostro tempo? Distingueranno le lettere e le parole, approssimativamente coglieranno la sintassi e fors’anche l’analisi logica, ma senza intenderne il senso portante, senza saperne memorizzare il succo e senza essere in grado di riportare i passaggi fondamentali.


Se a questo aggiungiamo la patologia per antonomasia dei «nativi digitali», ossia l’incapacità a mantenere desta l’attenzione (e quindi accesi i filtri cognitivi) su testi che superino le dieci righe, quantomeno senza l’interruzione di un video, una foto, o magari una notifica da qualche chat o social network, direi che abbiamo chiara davanti agli occhi la patologia che affligge l’uomo della nostra epoca.

Senza contare il numero elevatissimo di coloro che neppure si sognano di voler leggere un libro o un articolo.

Mutazione antropologica

E’ l’Istat, per quanto concerne l’Italia, a fornirci il dato secondo cui il 70% degli italiani soffre di «analfabetismo funzionale», ma sarebbe fallace pensare che per gli altri paesi industrializzati le cose stiano tanto diversamente.

Rimuovere questa vera e propria «mutazione antropologica», per prendere a presto la nota espressione di Pasolini, ignorando quello che di fatto si presenta come passaggio dall’«homo sapiens» all’«homo videns» (dall’uomo che intende la realtà a uno che si limita a guardarla attraverso il filtro di uno schermo piatto), significa precludersi la possibilità di comprendere appieno la dinamica del tempo presente.

A tutto questo aggiungiamo pure che da una cittadinanza esposta all’analfabetismo funzionale, nonché alla mutazione cognitiva, comportamentale ed emotiva prodotta dalle nuove tecnologie digitali, nessuno di noi è in grado di chiamarsi fuori del tutto. Neanche quei tre che non rientrano fra gli analfabeti funzionali.

L'imbecillità bassa e l'imbecillità alta

C'è imbecillità e imbecillità. Forse addirittura esiste un gradiente lungo il quale la cosa si dispone in maniera continua. Tuttavia, per economia di pensiero, conviene una sorta di segmentazione. Può essere plausibile porre due classi fondamentali: quella alta e quella bassa.

L'imbecille alto non è necessariamente quello che dà fiato alla sua imbecillità da una posizione privilegiata che rischia di nasconderlo al mondo, può essere ben privo di una qualsivoglia forma di privilegio e appartenere realmente al novero dei geni, che non potrebbero aspirare ad avere il loro pieno riconoscimento senza una qualche dose, fisiologica, di umana imbecillità. (D'altronde, si è geni proprio in quanto le imbecillità che costellano l'estensione della genialità segnalano il carattere inafferrabile, indecidibile del genio stesso).

L'imbecille basso è quello che non ha bordi, il cui fuoco definizionale non ammette un oltre, un intorno, temporaneamente scevro. Appartiene al tipo umano che Lacan stigmatizzava come cronicamente fuori luogo, reso tale soprattutto dalla stessa analisi cui si è sottoposto. Insomma, semplificando, l'imbecille basso è chi non ha tregua, chi non si fa mai interrompere da un colpo di genio (come invece il genio riesce a fare da episodici colpi di imbecillità).


  L'imbecille è solo?

A quanto pare no, se, come sembra, il concetto di imbecillità sembra avere più un significato estensionale che intensionale (Wittgenstein avrebbe detto: «per capire l'imbecillità non c'è che da mostrarvi chi lo è, e dove - più sovente - lo è»). "Legioni di imbecilli" non sembra essere la terminologia giusta, "momenti di imbecillità" forse si, "fratellanza imbecille" di sicuro!

L'imbecille può probabilmente contare sulla più diffusa, capillare, coesa rete di mutua assistenza che esista al mondo: peccato solo che una delle peculiarità della sua condizione è quella di propendere per un riconoscimento unidirezionale dell'appartenenza sempre e solo dell'altro.

Tuttavia, nella misura in cui si è più soli in quanto insieme a qualcuno che ci fa sentire soli, la condizione dell'imbecille è sempre in qualche misura una sfida al destino che corre sul filo di lana: insieme a un suo pari non lo è se riconosce la comune appartenenza, ma rischia di esserlo se chi lo affianca non si riconosce in lui. In fondo, a ben pensarci, la compagnia degli imbecilli è sempre cinta d'assedio dalla fragilità di una comune condizione («tu sei un imbecille! Non io!») eppure, finché gira bene, capace di assicurare un vivido sentimento di comune godimento («siamo speciali!»). 

Nessuno o quasi di noi, soprattutto, alle condizioni suddette è in grado di attingere a strumenti (leggi: informazioni, vere e proprie armi di distrazione della massa) utili alla formazione di una vera conoscenza, con cui difendersi dalle due grandi mistificazioni della nostra epoca: da una parte il capitalismo finanziario, che si serve perlopiù delle notizie pilotate dal mainstream mediatico per far digerire i propri dogmi a un pubblico indifferente e passivo; dall’altra parte il cosiddetto populismo, che utilizza la Rete per diffondere quelle che spesso si rivelano pseudo-notizie, iperboliche ed emotivamente orientate, presso un pubblico mediamente afflitto da un attivismo direttamente proporzionale alla sua ignoranza. Del resto, nell’epoca dell’informazione proprio quest’ultima si rivela lo specchio più fedele per comprendere il tempo presente.

 Lo specchio fedele del nostro tempo

Tempo (e informazione) che oscilla fra due macrodimensioni: la prima è quella delle «bufale» e della nevrosi emotiva della Rete, terreno su cui ogni politico improvvisato e dai toni violenti, e in genere ogni intellettuale e opinionista (o pseudo-tale) in cerca di una visibilità tanto «popolare» quanto sterile, è in grado di ottenere consensi facili a fronte del nulla ideale e programmatico.

La seconda è quella delle notizie pilotate e patinate proprie delle grandi televisioni e giornali, all’interno della quale tutto rientra e deve tenersi per un pubblico mediamente lobotomizzato e inerte, passivamente appiattito su un ordine esistente (quello del capitalismo finanziario) ritenuto insostituibile, immodificabile e perfino intoccabile.

Tale situazione, insieme all’analfabetismo funzionale nonché al tracollo programmato delle istituzioni deputate all’educazione e alla conoscenza (Scuola e Università in primis), ci fornisce la misura del quadro lugubre da cui difficilmente potremo uscire.

L’attacco sferrato dal sistema tecno-finanziario all’ultimo e più radicale bastione in difesa dell’umano (il pensiero e la conoscenza), attacco peraltro riuscito visti i dati summenzionati, rende impossibile qualunque visione e progetto alternativi fin dall’origine.

L’ultimo bastione dell’umano

Anche in presenza di grandi idee, grandi visioni e progetti rivoluzionari concreti (che peraltro non si scorgono all’orizzonte), infatti, finalizzati a modificare un mondo il cui la tecno-finanza sfrutta l’essere umano a suon di disuguaglianza e tutela dei pochi poteri forti e privilegiati, la stragrande maggioranza delle persone non avrebbe la capacità, la voglia e gli strumenti per intenderli ed eventualmente farli propri.

Qualunque azione rivoluzionaria, insegnava il buon Marx, passa per il momento fondamentale della «consapevolizzazione» (della propria condizione, delle contraddizioni oggettive e degli strumenti organizzativi volti a costruire un superamento): ma nessuna consapevolizzazione da parte delle grandi masse è mai neppure pensabile se queste sono afflitte da analfabetismo cognitivo, funzionale e comportamentale, se sette persone su dieci (quindi anche molti politici, giornalisti, anche molti intellettuali e docenti, vista la scarsa selezione fondata su tutto tranne che sul merito e sulle capacità) vedono ma non intendono.

Nessuna consapevolizzazione è pensabile per una grande massa che oscilla fra una cultura politica genuflessa al capitalismo finanziario dominante (malgrado tutti i disastri che essa sta producendo da almeno un trentennio), e un comprensibile «populismo» legittimato dai disastri della casta, che per di più contempla dentro alle sue fila razzisti, xenofobi, demagoghi, dilettanti e incompetenti dell’ultima ora, tutti accomunati dalla rabbia popolare da cavalcare e da una Rete che ormai ha legittimato qualunque «sfogatoio», possibilmente sguaiato e violento.

Circondati

Da questo punto di vista, solo da questo (ma è essenziale) non c’è alcuna differenza tra Obama e Trump (malgrado la retorica del politicamente corretto), così come rischia di non esserci fra Grillo, Salvini e colui che spunterà dalle beghe del centrosinistra come del centrodestra per provare a contenere la marea «populista».

A quei relativamente pochi, ancora in possesso di occhi per vedere e cervello per intendere, insomma, non rimane che la sgradevole e sconsolante sensazione di essere circondati.

Da una casta ripiegata su se stessa e sui suoi privilegi da una parte, e da incompetenti iracondi e privi di progetti seri dall’altra.

Così circondati, anche quei pochi resistenti sono destinati a una repentina e inesorabile estinzione.

I risultati rischiano di essere sconvolgenti e imprevedibili.

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