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martedì 3 gennaio 2017

LO SQUALLIDO ABUSO DEI VOUCHER

Non si arresta l’elenco delle storie di abusi legati all’esplosione dell’utilizzo dei voucher. L’ultima in ordine di tempo è la vicenda accaduta a Modena ove il 22 dicembre i lavoratori del ristorante Flunch presente nel centro commerciale Grandemilia sono scesi in sciopero per difendere il loro posto di lavoro dopo che la proprietà aveva annunciato l’imminente chiusura dell’esercizio. Ma il ristorante ha continuato la sua attività con i lavoratori pagati con gli ormai famigerati ticket, rendendosi protagonisti dell’ennesima quanto odiosa guerra fra poveri.


L’INPS ha certificato che tra gennaio e ottobre di quest’anno sono stati venduti 121,5 milioni di voucher, un terzo in più del 2015.

Molti denunciano l’abnorme diffusione di questo istituto che in settori strategici come il turismo e il commercio stanno soppiantando in contratti di lavoro dipendente, come il tempo determinato, l’apprendistato, e la somministrazione.

Nei settori commerciali si sta inoltre diffondendo l’utilizzo dei voucher anche per coprire il lavoro domenicale e festivo a partire da alcune grandi catene distributive.

Nonostante in queste ultime settimane si sia finalmente iniziato a parlare di questa nuova frontiera del precariato, soprattutto per effetto dell’imminente giudizio della corte costituzionale sull’ammissibilità di un referendum abrogativo ad hoc promosso dalla Cgil, le soluzioni ipotizzate da diversi esponenti politici non paiono centrare l’obbiettivo.

Molti sostengono che i voucher siano una soluzione al lavoro nero, ma i dati dicono che a trasformarsi in voucher non è stato il lavoro nero, ma quello dipendente, in particolare laddove i datori di lavoro tendono a minimizzarne il costo, come nei servizi.


Paradossalmente alcuni autorevoli esponenti della politica e dell’economia continuano a pensare che i voucher possano essere utilizzati per retribuire lavoratori degli alberghi, delle agenzie di viaggio, dei tour operator, degli ipermercati come se il terziario e i servizi rappresentassero un aspetto minore del mercato del lavoro e del nostro tessuto produttivo.

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