BENVENUTI SU ITALIA-LIBERA

martedì 17 gennaio 2017

L'acqua NON è più un bene comune

Multiutilty a Nord, multinazionali a Sud, shopping in borsa e attacco alle fonti: l’assedio all’acqua pubblica si fa più aspro nonostante ol referendum del 2011 (tradito da tutti: pd, m5s e altri). La privatizzazione va letta dentro i processi di finanziarizzazione, negli ultimi cinque anni sono stati distribuiti più dividendi che utili: è l’economia del debito, che finisce in tariffa in nome degli investimenti ma, soprattutto, della rendita.


I processi in corso vedono Hera, multiutility emiliana, espandersi in Triveneto, la milanese A2A arrivare fino a Cremona, i genovesi di Iren che tentano di mettere le mani anche sull’acqua di Torino. Grandi manovre, quelle di Acea, tra Toscana, Umbria, Lazio e Campania mentre a vario titolo i francesi di Suez e Veolia (che già è dentro la calabrese Sorical e per il 59,6% in Idrosicilia) agiscono con la multiutility capitolina nel Mezzogiorno insidiando Aqp, l’acquedotto pugliese, con il progetto di una megamultiutility del Sud. Strategie che puntano a costruire un meccanismo per cui, attraverso processi di acquisizione, aggregazione e fusione, i quattro colossi quotati in borsa – A2A, Iren, Hera e Acea – puntano a inglobare tutte le società di gestione dei servizi idrici, ambientali ed energetici. Gestioni distrettuali ultraregionali, le ha chiamate, un anno fa il presidente dell’autorità nazionale Energia Elettrica-Gas-Servizi Idrici.

Tutto ciò per espandere il margine operativo dilatando la platea dei clienti e controllare le sorgenti più ricche. Spiega l’attivista romana Simona Savini che la parola d’ordine è “Macro è bello”, «E’ il programma renziano: non si parla più esplicitamente di privatizzazione ma di fusioni e aggregazioni. In questo momento il Campidoglio è immobile e chi fa politica sono i vertici di Acea». «La strategia dei governi, in questi anni, è stata di intervenire a posteriori per coprire i piani delle corporation», spiega anche Maurizio Montalto, avvocato napoletano, storico attivista del movimento per l’acqua e primo presidente di Abc, l’azienda speciale che gestisce il servizio idrico a Napoli. I veicoli di questi processi sono, infatti, lo Sblocca Italia (che pretende il gestore unico per ciascun Ato), il Patto di stabilità (che assicura, a comuni finanziariamente con l’acqua alla gola, che i proventi delle vendite di quote restino fuori dalla tagliola della stabilità) e il decreto Madia a cui la Corte costituzionale ha però impresso un clamoroso stop. «I casi sono due – spiega Oddi – o è stato scritto in preda all’imbecillità o è stato scritto su misura della vittoria del Sì al refererendum costituzionale». La seconda che ha detto. Il decreto Madia, contro cui sono state raccolte 230mila firme, è stato bocciato sul nodo dei rapporti tra governo e conferenza Stato-Regioni: la legislazione stabilisce che serva un’intesa su determinate materie, il decreto sanciva che le Regioni avrebbero solo potuto fornire un parere, ricalcando la ripartizione delle competenze immaginate dalla famigerata Renzi-Boschi, respinta dalle urne il 4 dicembre.



Le grandi manovre intorno all’acqua non si sono mai fermate e i movimenti sono ancora attivi sui territori, magari a macchia di leopardo, sul fronte tariffario, per la ripubblicizzazione, contro le nocività nell’acqua e le grandi opere o contro potenze commerciali come Rocchetta che vuole quote sempre maggiori dell’acqua del Rio Fergia. «Ma questo non deve portare alla conclusione che il referendum non sia servito a nulla perché, almeno fino ad ora, ha bloccato i processi trasformazione delle aziende in spa come pretendeva il decreto Ronchi», conclude Oddi. La partita non è ancora chiusa ma bisogna guardarsi anche dai processi che «puntano all’implosione del pubblico – riprende Montalto – per rimettere la gestione privata all’ordine del giorno».

Nella scorsa primavera, l’elezione di due sindache a cinque stelle a Roma e Torino, era avvenuta anche sull’onda di un programma che metteva al primo punto la ripubblicizzazione dell’acqua. «Alcuni incidenti di percorso, però, ci fanno temere che nemmeno Chiara Appendino voglia fare ciò che Fassino non ha mai voluto fare». A parlare con Left è Mariangela Rosolen, del Comitato Acqua Pubblica Torino. Fassino votò Sì al referendum promettendo di coinvolgere il movimento per «verificare la fattibilità» della ripubblicizzazione ma il suo vice, ex sindacalista della Cisl, Tom Dealessandri, ha osteggiato il processo ripetendo che fosse impossibile pur essendo stato smentito dalla Corte dei Conti. Oggi siede nel Cda di Iren, la multiutility che prova a conquistare Torino. Unica briciola dell’era Fassino è una modifica allo statuto Smat per cui è stato innalzato al 90% (era il 75) il tetto dei soci che dovranno deliberare eventuali cessioni delle azioni a privati. Da allora il comitato acqua pubblica ha lavorato per raggruppare quel 10% di comuni “zoccolo duro”: già trenta su 315 hanno deliberato per la ripubblicizzazione di Smat. «Finché resta una spa, per legge è a scopo di lucro. Ci aspettavamo molto da Appendino. Eppure – spiega ancora Rosolen – la base del M5s è attivissima, così come sono molto impegnati i sindaci a cinque stelle di centri importanti come Pinerolo o Venaria che hanno già deliberato per la trasformazione della Smat in azienda di diritto pubblico senza scopo di lucro. Ora però quei sindaci sono isolati perché molti grandi comuni dell’hinterland sono ancora saldamente Pd e il documento programmatico della giunta Appendino, varato il 28 luglio, si ferma a un impegno generico sul tema». A Torino la proprietà è già in mano ai comuni soci di Smat ma l’emendamento di Sinistra italiana per la trasformazione della società è stata respinta dai consiglieri grillini che hanno la maggioranza assoluta a Palazzo Civico. A novembre, finalmente, la nuova sindaca ha incontrato i movimenti e ha promesso entro dicembre l’agognata delibera che ancora non ha arriva. Left ha chiesto ragguagli all’ufficio stampa di Palazzo Civico senza avere risposta.

Un salto di 666 chilometri, da Torino a piazza del Campidoglio di Roma dove la Giunta Raggi, stesse stelle di Appendino, sembra immobile di fronte alla guerra lampo di Acea.

Alla delegazione del Crap, il coordinamento romano acqua pubblica, l’assessore Colomban ha detto che è stato messo lì per mettere a posto le partecipate. L’unica che va bene è Acea perché toccarla? In realtà il programma con cui Virginia Raggi ha sbaragliato gli avversari è piuttosto chiaro sull’acqua, inoltre a fronte di 54 mln di dividendi nel 2016 (su un bilancio comunale di 5 miliardi) gli Ato perdono la liquidità necessaria a sostenere le spese di gestione e gli investimenti e gli interessi passivi che la società paga ad Acea spa finiscono in tariffa. Colomban, imprenditore veneto, legato a Zaia e poi a Casaleggio, ha risposto che attuerà l’indirizzo politico della giunta finché non dovesse rivelarsi dannoso per le casse e, a quel punto, se ne andrebbe. Nulla di più ambiguo di fronte all’attivismo dell’azienda che, proprio mentre i movimenti incontravano la sindaca, era la fine di novembre, rendeva pubblica la sua campagna acquisti (vedi riquadro). «Così chiedemmo al funzionario, Salvatore Romeo, allora braccio destro di Raggi, di prendere posizione e lui ci disse che bisognava aspettare le 18 altrimenti ci sarebbe stato un contraccolpo sulle azioni di Acea in borsa», ricorda Simona Savini. Ancora inevase le domande formulate alla sindaca: Perché fino ad ora non ha rimosso l’attuale management? Perché non ha convocato l’assemblea dei soci Acea per adottare delibere di indirizzo stringenti? Come pensa di bloccare Acea 2.0? Quando intende convocare una conferenza delle amministrazioni comunali e dei movimenti per l’acqua dei territori gestiti da Acea per aprire un processo di inversione di rotta e dare attuazione al dettato del referendum del 2011?

Al momento in cui scriviamo, insomma, anche la giunta Raggi sembra seguire il copione deludente di altre esperienze e speranze: nel 2014 la Regione Lazio varò un’ottima legge ma dei decreti attuativi, attesi entro sei mesi, non c’è traccia; il processo molto avanzato intrapreso a Reggio Emilia ha subìto un brusco stop come pure a Piacenza e Rimini; la milanese A2A, tutto capitale pubblico, non è stata toccata dalla gestione Pisapia; proprio come Torino o come in Puglia.



Acea, leader nel settore acquedotti, è al 51% proprietà del Campidoglio e per il resto di Gdf-Suez e Caltagirone. Già serve oltre 9 milioni di cittadini. Il 22 novembre, dai francesi di Veolia, Acea ha comprato il 100% di Idrolatina (il 49% privato di Acqualatina, 270mila utenti di 35 comuni); dalla stessa Veolia ha acquisito il 19,2% di Geal, servizio idrico integrato per 40mila utenti di Lucca, zona ricca di fonti pregiate, che si aggiunge al 28,8% della controllata Crea per un complessivo 48%; ed è divenuta azionista al 98% di Umbriadue Servizi Idrici, “socio privato” dell’Ato Umbria 4 (230mila utenti di Terni) con l’acquisto delle quote dalla multinazionale britannica Severn Trend Plc.

Di gara in gara, Acea già è a Firenze, Pisa, Pistoia, Siena, Grosseto, Arezzo, Frosinone, nel Sarnese-vesuviano da dove arriva l’attuale ad, Alberto Irace, che prima è passato per Publiacqua di Firenze e in altre città dove comanda Acea. A tenere insieme questo “Paese dell’Acea” c’è Acea 2.0, un software unico per tutte le attività operative e commerciali. Un investimento, complessivamente da 170 milioni di euro (senza bando di gara di evidenza pubblica, come denuncia l’associazione Codici) che potrebbe mettere a rischio i livelli occupazionali per i possibili trasferimenti di singoli reparti o funzioni alla capogruppo. Per questo i lavoratori di Publiacqua, già scesi da 770 a 580 dal 2003, sono sul sentiero di guerra da sei mesi: un “semestre rosso”.

Intanto, appena prima di Natale, Acea ha dovuto incassare dall’Assemblea dei Sindaci del frusinate la risoluzione del contratto in danno di Acea Ato 5 spa (la parte privata della gestione, controllata al 97% da Acea) dopo anni di aumenti insostenibili e di opacità nei rapporti tra la multinazionale e i comuni. Entro un anno le amministrazioni potranno scegliere un sistema di gestione interamente pubblico oppure bandire una nuova gara per la scelta di un altro operatore.

Già, la Puglia, dove per dieci anni Vendola ha tenuto tutti sul filo promettendo e ripromettendo una ripubblicizzazione che non è mai arrivata. Riccardo Petrella, chiamato a Bari per occuparsi di acqua, andò via sbattendo la porta già pochi mesi dopo. «Eppure le condizioni per una ripubblicizzazione c’erano tutte ed erano ideali – spiega Margherita Ciervo, geografa e attivista del Comitato pugliese “Acqua bene comune” – Aqp, l’Acquedotto pugliese, è interamente a capitale pubblico. E ora prova addirittura a costruire la mega-multiutility del Sud, un’unica grande spa per gestire pezzi di acqua campana, la Basilicata (dove però molti comuni resistono coriacei), il Molise e forse la Calabria». Già alla fine della primavera era trapelata la notizia di “un incarico di consulenza strategica volta all’espansione delle attività di Aqp” e “alla verifica della forma societaria più idonea”, a Bain&Company, la terza più importante impresa mondiale di consulenza strategica, a fronte di un compenso di 130mila euro. Ma le prove generali sono già rintracciabili in un protocollo di intesa siglato a marzo 2015 con Gori, Gestione ottimale risorse idriche (che opera nel Sarnese-vesuviano ed è al 37% di Acea).

Dunque, Aqp, acquedotto più grande d’Europa, costruito con soldi pubblici, con un utile in costante crescita fa gola a molti e lascia a “secco” (e non solo in senso metaforico) molti altri. Michele Emiliano, successore di Vendola, minimizza: «Nessuna multiutility ma un soggetto pubblico multiregionale, non riesco a immaginare una forma diversa per Aqp. Impossibile però che non sia una Spa». Su questo i movimenti sono chiarissimi e ad ogni latitudine: la forma giuridica non è neutra ma determina obiettivi di gestione ed effetti sulla vita delle persone e sul territorio. Entro gennaio è stato promesso un tavolo tecnico, chiesto da un anno, approvato in agosto e finora è stato impossibile anche ai consiglieri regionali leggere le carte del piano industriale. Non va certo meglio in Campania dove anche qui la Regione è impegnata nell’attacco alle fonti pur senza averne diritto come da pronunciamento della Corte costituzionale, il ciclo delle acque, infatti, devono gestirlo gli enti locali: «Dai “rubinetti naturali” non solo si incassa una montagna di soldi – spiega Gennaro Esposito, del consiglio civico, la struttura che serve a collegare il cda di Abc alla società civile nell’ottica di una gestione partecipata – ma si possono tenere sotto giogo i gestori territoriali. Senza le “fonti”, per queste aziende è pressoché impossibile, applicando le tariffe sociali, compensare costi e ricavi». E’ anche per questo che il governatore De Luca, con alcune delibere ha deciso di espropriare la fonte del Serino ad Abc, di ridurre la quantità d’acqua che l’azienda può prelevare, da 2mila a 1600 litri al secondo, imponendo una strana compensazione, cioè quella di utilizzare, per coprire il fabbisogno, l’acqua dai pozzi di S.Felice a Cancello e di Lufrano, ricca di manganese e non consigliabile per le necessità alimentari. Così facendo, la Regione obbliga Abc ad acquistare la differenza dall’acquedotto occidentale, ossia da Acqua Campania (47,9% di Veolia e 47,9 % della Vianini di Caltagirone, il resto di Impregilo International e banche). Nelle stesse delibere, l’aumento dell’acqua alla fonte da 16 a 25 centesimi a metro cubo. E’ un attacco frontale all’unica azienda speciale di una grande città, nata all’indomani del referendum e sulla quale in questi mesi s’è consumata la rottura tra De Magistris e i movimenti per l’acqua con la defenestrazione di Montalto e la nomina di un commissario per Abc

0 commenti:

Posta un commento