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venerdì 13 gennaio 2017

La Corte tradisce i diritti

Lunga è la storia delle sentenze politiche della Corte Costituzionale in materia referendaria. Inutile perciò stupirsi dello scandaloso pronunciamento di oggi. 
Scandaloso perché, al di là di appigli giuridici che sempre si possono trovare, la sostanza politica è chiara: sulla vergogna del jobs act lorsignori non consentono di discutere, tantomeno di votare.


La cosa è ancor più grave oggi, considerato quanto il tema della precarietà del lavoro sia sentito in questo momento nella società. 
Ed è ancor più grave dopo la grande partecipazione del 4 dicembre, che ha mostrato quanto sia forte il desiderio popolare di riappropriarsi dello strumento referendario. 
Forse è proprio per questo che si è voluto dare un chiaro segnale di chiusura. 
Insomma, il sistema si blinda.

Non facciamoci adesso ingannare dal fatto che gli altri due quesiti - sui voucher e sugli appalti - siano stati ammessi dalla Consulta. 
Su questi due temi siamo certi che non si voterà. 
Troppo facile è la strada di una modifica di facciata, giusto per cancellare il ricorso alle urne. 
Modifica che potrà avvenire nelle prossime settimane, o magari anche più avanti qualora il tutto venga superato dallo scioglimento delle camere, ma che comunque avverrà.

Che dire allora del commento quasi trionfalistico di un Di Maio che, anziché criticare la cancellazione del voto sull'articolo 18, ha affermato che «Questa primavera saremo chiamati a votare per il referendum che elimina la schiavitù dei voucher»? 
Di Maio, ma ci sei o ci fai? 
Questa primavera non ci sarà nessun referendum, perché continuare a vendere simili panzane?

Come ha notato la stessa Camusso, nelle settimane scorse forti sono state le pressioni sulla Corte.  Forti e manifeste come mai accaduto nel passato. 
Dai palazzi della politica, come dai potentati economici, si è fatto sapere cosa si voleva in maniera esplicita. E si è perfino pubblicamente parlato dell'uomo che ha funzionato ad un tempo da collettore di queste richieste e da promotore di una "soluzione politica" che niente ha a che fare con il diritto. 
Quest'uomo è Giuliano Amato: un nome, un programma.

Mai come questa volta è stata chiara fin dal principio la divisione del lavoro tra Consulta e governo. Un modo di procedere che deve far pensare anche in vista della sentenza, prevista per il 24 gennaio, sull'Italicum.

La decisione di posticipare di brutto questa sentenza, inizialmente prevista per il 4 ottobre scorso, è sempre sembrata un robusto aiutone ai tanti che vogliono portare la legislatura fino al febbraio 2018. 
Non solo. 
Se tanto mi da tanto, la fedeltà sistemica dimostrata oggi dalla Corte fa pensare ad una sentenza che lasci in qualche modo spazio a nuove porcherie di tipo maggioritario comunque mascherate.

Detto in altri termini, nello scontro interno al blocco dominante tra il gruppo di potere renziano che vuole andare alle urne entro giugno, ed il vasto partito del rinvio del voto che punta alle "larghe intese", la Corte Costituzionale si è chiaramente schierata con il secondo.

Noi, ovviamente, non abbiamo preferenze tra questi due schieramenti, entrambi nemici. 
Ma resta il fatto - gravissimo - di una Corte Costituzionale asservita ai poteri oligarchici. 
Non è certo una novità nella storia italiana, e probabilmente i membri di nomina più recente non hanno certo migliorato la situazione. Una ragione di più per mobilitarsi in vista del 24 gennaio.

In quanto ai diritti dei lavoratori, cancellati con il Jobs Act, toccherà al nuovo parlamento ripristinarli.

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