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lunedì 30 gennaio 2017

Il ban non tocca i Paesi “esportatori” di terrorismo, salva quelli con cui Trump fa soldi

Nessuno di questi Stati è tra i maggiori esportatori di foreign fighter. In 5 di essi i caccia degli Stati Uniti bombardano l’Isis, uno è occupato da Washington, al settimo ha imposto per anni durissime sanzioni. In nessuno di questi Paesi la Trump Organization ha affari. Nel pieno della bufera scatenata dall’ordine esecutivo con cui Trump ha bloccato l’ingresso negli Usa cittadini di Iraq, Siria, Yemen, Libia, Somalia, Sudan e Iran, FREE-ITALIA solleva dubbi sulle motivazioni alla base delle scelte operate da the Donald.


Lo scopo dichiarato è “proteggere la Nazione dall’ingresso del terrorismo straniero negli Stati Uniti”,  recita il titolo dell’executive order firmato il 27 gennaio. Eppure il bando non riguarda i maggiori Paesi esportatori di foreign fighter, i miliziani – in questo caso islamisti – che lasciano le proprie case per unirsi allo Stato Islamico e combattere per la sua causa in Medio Oriente. La Tunisia, ad esempio, è in assoluto il Paese dal quale proviene il maggior numero di combattenti: secondo il governo, dal 2011 sono circa 3mila i jihadisti partiti per andare a prestare servizio sotto le insegne del califfato soprattutto in Siria; secondo un report Onu del luglio 2015, il loro numero si attesterebbe invece a quota 5.500-6.000. Eppure Tunisi non è nella lista stilata dall’amminsitrazione Trump.

Che non comprende nemmeno i Paesi che diedero natali e finanziamenti ai 19 membri della cellula di Al Qaeda che l’11 settembre 2011 cambiò la storia del mondo, quelli che colpirono il World Trade Center di New York e il Pentagono, uccidendo oltre 2.900 persone: 15 dirottatori provenivano dall’Arabia Saudita, due dagli Emirati Arabi Uniti, uno dall’Egitto e uno dal Libano.

Nessun estremista proveniente da uno dei Paesi interessati dal bando ha effettuato attacchi negli Stati Uniti da oltre due decenni a questa parte. I recenti casi di cronaca, secondo i dati del National Consortium for the Study of Terrorism, dipartimento della Homeland Security Center of Excellence che fa capo all’università del Maryland, parlano chiaro: solo per citare i fatti più noti Omar Mateen, autore della strage di Orlando nel 2016 era nato a New York e originario dell’Afghanistan; i due coniugi autori della strage di San Bernardino nel 2015 erano originari del Pakistan; Tamerlan e Dzhokhar Tsarnaev, fratelli autori dell’attentato di Boston nel 2013, erano nati nel sud della Russia.

“Non è un caso – si legge in un’analisi del think tank progressista Institute for Progress Studies, citato dalla National Public Radio – che dei sette paesi individuati, gli Stati Uniti stiano bombardando in cinque (Iraq, Siria, Yemen, Libia e Somalia), abbiano schierato truppe e basi militari in un altro (Sudan), e impongano sanzioni dure e frequenti minacce contro l’ultima (Iran)”. Politiche militari che “alimentano il flusso dei rifugiati. In una macabra ironia, l’ordine vieta l’ingresso negli Usa ai rifugiati dalle guerre cui in molti casi gli stessi Stati Uniti hanno dato vita“, si legge nel report dell’Ips. Che mette in evidenza anche un’altro fattore: “I paesi a maggioranza musulmana finiti nel mirino dei nuovi regolamenti sono quelli in cui l’impero Trump non ha partecipazioni“.

E’ stata l’agenzia Bloomberg ad affrontare il 27 gennaio, a poche ore dalla firma dell’executive order, la questione del presunto conflitto di interessi: “La lista non comprende i Paesi a maggioranza musulmana in cui la sua Trump Organization ha fatto affari o si è dedicata a potenziali accordi economici“. “Attenzione, signor Presidente – ha scritto in un tweet Norman Eisen, ex consigliere di Barack Obama attuale membro della Brookings Institution – il tuo bando esclude Paesi in cui hai interessi economici. E’ una violazione della Costituzione“.

L’ordine firmato dalla Casa Bianca, fa notare il Washington Post – non fa menzione della Turchia, colpita da diversi attacchi terroristici negli ultimi mesi. Soltanto mercoledì il Dipartimento di Stato ha emesso un “travel warning” per i turisti americani in visita nel Paese, sottolineando che “un aumento della retorica anti-americana potrebbe ispirare attori indipendenti a compiere atti di violenza nei confronti di cittadini Usa”. Ma, fa notare il quotidiano, Trump ha concesso il proprio brand a due grattacieli di Istanbul, un’azienda turca produce una linea di arredamento per la casa firmata da uno dei marchi del presidente e nell’ultima dichiarazione dei redditi disponibile, presentata lo scorso maggio quando era ancora un candidato, si legge che nel 2015 gli affari in Turchia hanno fruttato al capo della Casa Bianca incassi per 6 milioni di dollari.

Nella lista non compaiono neanche l’Egitto, dove secondo il database della Federal Electoral Commission il presidente possiede due compagnie: la Trump Marks Egypt e la Trump Marks Egypt LLC; gli Emirati Arabi, quando a Dubai sorge un golf resort griffato Trump, un’agenzia che tratta immobili di lusso e una spa; l’Arabia Saudita, dove la Trump Organization ha avviato e poi interrotto le pratiche per la costruzione di un mega hotel. Fuori dall’elenco è rimasta anche l’Indonesia, la più grande nazione a maggioranza musulmana, dove è in corso la costruzione di due resort firmati Trump e costruiti con il MNC Group, gruppo editoriale con base a Jakarta.

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