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sabato 28 gennaio 2017

Dalla de-globalizzazione vince la Cina

Il mercato mondiale si è realizzato dopo il 1989 con la caduta del Muro di Berlino e istituzionalizzato nel 1996, quando Clinton diede avvio al multilateralismo. Dopo venti anni e da allora le contraddizioni sono esplose. Un’altra pietra miliare fu l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001. 


Fu la contropartita di Bush alla guerra in Afghanistan.

I cinesi dissero: andate a sbattere la testa nel muro dei talebani, nel frattempo noi entriamo nel mercato mondiale. E fu l’invasione delle merci cinesi a basso costo. Il surplus commerciale che ne derivava fu investito in titoli di stato americani al fine di imbrigliare l’amministrazione Usa: si creò quel che Lawrence Summers chiamò l’equilibrio del terrore finanziario.


Arrivò la crisi del 2007 e la Cina, con un maxi piano di investimenti, si sostituì agli americani come domanda mondiale. Da quell’anno ci furono divergenze di politiche economiche.

La Cina capì che la crisi del mondo occidentale era profonda e quindi attuò un gigantesco piano di riconversione economica verso la domanda interna. Gli strumenti furono la reflazione salariale, la creazione di un primo quadro di salario sociale globale di classe e un maxi piano di investimenti pubblici nelle infrastrutture per aumentare, enormemente, la produttività totale dei fattori produttivi.

In Occidente accadde il contrario: precarizzazione della forza lavoro, deflazione salariale e forte diminuzione del salario sociale globale di classe attraverso una forte diminuzione di spesa pubblica sociale.

In più, in Occidente sopravvenne un altro strumento, utilizzato da tutti, in ultimo anche da Renzi: il protezionismo fiscale. In tal modo si attuava dumping sociale e dumping fiscale per conquistare quote di mercato mondiale.

Il protezionismo fiscale risultava da aiuti a fondo perduto a imprese private, da diminuzione della tassazione alle imprese, da quote crescenti di lavoro gratuito e da detassazione sul lavoro.

Il ministro Calenda, non più tardi di tre mesi fa, in un’intervista a Il Sole 24 Ore, si vantava che il governo Renzi in due anni aveva dato alle imprese 60 miliardi di euro. Anche con Obama si attuò questa strategia, ma in Usa il risparmio da costo del personale e costi fiscali non si riversò in nuovi investimenti per ammodernare gli impianti, per innovare processi e prodotti o altro, ma furono utilizzati dalle multinazionali Usa per operazioni di buy back azionari, cioè riacquisto di azioni proprie a Wall Street, che non a caso salì di molto.

Non molto diverso il panorama in Europa, dove esplose il risparmio e la liquidità aziendale, in Italia riversata nel risparmio gestito esportato all’estero.

Il risultato è che in Usa la quota degli investimenti sul Pil non raggiunge il 22%, in Germania il 18%, in Italia addirittura il 16%. Di converso la quota degli investimenti in Cina raggiunge il 42%.

Ciò significa che in Cina non si sono crogiolati sul basso costo del lavoro, che nelle aree costiere non c’è più, ma hanno utilizzato un “enorme risparmio precauzionale”, derivante dal fatto che non c’è ancora un sistema di welfare, per l’upgrading tecnologico.

La paura è proprio questa: l’Occidente si è accorto del grado di innovazione ed internazionalizzazione delle imprese cinesi. Ha capito che la Cina non produce più magliette e scarpette. Nel settore ad alta tecnologia dell’e-commerce, nelle prime 10 posizioni troviamo 4 aziende cinesi. Il Consiglio di Stato due anni fa ha deciso di fondere imprese statali, quotarle in Borsa e creare 100 multinazionali leader nel mercato mondiale. E pare ci stiano riuscendo.

Mentre il protezionismo fiscale dell’Occidente ha ingolfato carta finanziaria facendo ricche pochissime persone e diminuendo fortemente la domanda per via della crescente disuguaglianza, la reflazione salariale cinese ha creato una massa enorme di classe media che, complice il processo di urbanizzazione, entro il 2020 arriverà alla sbalorditiva cifra di 600 milioni di persone, quanto Usa e Ue.

L’Occidente ha distrutto la propria domanda e ci vorranno decenni per ricostruirla, la Cina ha sfruttato il mercato mondiale per crearla e allargarla a una massa sterminata di persone.

Trump, a cui poco importa la carta finanziaria cullata da Obama e Clinton, vuole ricreare in Usa la domanda interna perché ha capito che senza di essa e senza una base industriale il declino americano iniziato alla fine degli anni sessanta, sarà ingestibile perdendo quel che rimane della leadership mondiale.

Ma anche lui attua enormemente il protezionismo fiscale con la proposta di abbattere le aliquote alle imprese al 15%: fa ricca Wall Street ma è da vedere se questa volta si produrranno nuovi investimenti. Stessa cosa la Gran Bretagna, e così gli altri paesi europei, un processo che provocherà una crisi fiscale degli Stati a cui si farà fronte con un ulteriore diminuzione della spesa sociale pubblica. E quindi della domanda. Non si scappa dalla contraddizione del capitale, l’Occidente non vuole capirlo e sbatterà nuovamente contro il muro.

Di contro, si è parlato dell’intervento di Xi Jinping a Davos e i commentatori gli affibbiano il ruolo di liberista, difensore della “globalizzazione”, ma non c'è nessuno che abbia dato conto di queste parole di Xi: “la Cina ha un enorme potenziale di sviluppo”.

Si tratta del fatto che il sistema bancario cinese è ingolfato da depositi derivanti dal “risparmio precauzionale” di cittadini cinesi. Il risparmio in Cina arriva alla sbalorditiva quota del 48% sul pil, in Usa è al 5%, in Italia al 9,3%. L’”enorme potenziale di sviluppo”deriva dalla costruzione del welfare cinese e da servizi pubblici di base che libererà risparmio a favore dei consumi e della domanda interna. Sul piano internazionale darà meno peso all’export e si focalizzerà sulla Via della Seta e del bilateralismo economico secondo la formula win win. Nel 2016 su di una produzione nazionale di 28, 2 milioni di autovetture ne sono state vendute in Cina 28,1. E’ ormai il più grande mercato automobilistico e la produzione viene quasi interamente venduta.

L’Occidente replica il protezionismo fiscale e la deflazione salariale, la Cina va verso la reflazione salariale e la costruzione del salario sociale globale di classe e di servizi pubblici di base, quelli che l’Occidente sta smantellando.

La contraddizione nel mercato mondiale esploderà. La Cina se ne terrà fuori: conta sulla propria domanda. Già nel 2016 c’è stata una diminuzione dell’export cinese del 7,7%, nonostante ciò quel Paese è cresciuto del 6,7%. Tutta domanda interna: quel che non ha più l’Occidente. Dilma Roussef, nel 2010, in un vertice internazionale, venuta a sapere delle misure adottate dalla Ue per affrontare la crisi, ebbe modo di dichiarare: “gli europei sono impazziti”.

L'Occidente continua a farsi la guerra tra paesi e paesi con il protezionismo fiscale e con l'economia di carta, con la guerra ai salariati e la distruzione della propria domanda che continua da decenni. Rimangono i miliardari ma ci fai poco con essi, nell'epoca della produzione di massa. Ci fai poco con i dazi, specie se questi servono unicamente a finanziare l'abbattimento delle aliquote fiscali alle multinazionali e alle imprese. Nel XXI° secolo vince chi ha la domanda, l'Occidente l'ha distrutta e le leggi del capitale ora presentano il conto.

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