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lunedì 16 gennaio 2017

Con Franceschini è partita la privatizzazione dei beni culturali

Nella breve storia del dicastero dei beni culturali mai ministro è stato tanto attivo quanto Dario Franceschini. Non passa giorno senza una dichiarazione in cui promette e annuncia radicali cambiamenti nell’assetto e nella gestione del patrimonio storico-artistico italiano. La sua febbrile attività rinnovatrice si concentra soprattutto su Roma, con grande attenzione per le zone del centro città ad alto interesse archeologico e, di conseguenza, turistico.
Qualche giorno fa ha infatti annunciato la creazione di un Parco archeologico che lambirebbe la zona Colosseo-Foro-Palatino-Domus Aurea, afferente alla Soprintendenza speciale appena riformata. La gestione dell’area sarebbe affidata a un direttore manager (figura complessa quanto inquietante) e prevederebbe tra gli altri interventi la ricostruzione dell’arena dell’anfiteatro (operazione anch’essa complessa quanto inquietante). Freschissima è invece la decisione di far pagare l’accesso al Pantheon, forse il monumento archeologico più bello e meglio conservato della città. Entrambe le proposte fanno parte di un disegno più complessivo di radicale trasformazione non solo della gestione di tali siti ma del senso comune legato all’idea stessa di bene culturale. Dietro gli annunci trionfalistici, c’è un intento più profondo e complesso: distruggere definitivamente e dalla radice l’attitudine collettiva di questi luoghi, la loro irriducibilità a un paradigma esclusivamente economico, e portare avanti un nuovo assunto regolato dal semplice principio del profitto, legato al sistema binario costi/benefici. Ma iniziamo dal Colosseo, forse il caso più emblematico di questa trasformazione.

La gallina dalle uova d’oro

La creazione di un parco archeologico, o sarebbe meglio dire di un’area archeologica a pagamento con all’interno i monumenti più visitati di Roma, era già nell’area da tempo, così come il tentativo di concedere alla zona una sorta di autonomia delle risorse finanziarie. Secondo il ministero una gestione centralizzata (sia nelle risorse quanto nei processi decisionali) favorirebbe la valorizzazione e la fruibilità dell’area. Valorizzazione e fruibilità sono ormai le due parole utilizzate, come un mantra senza senso, per giustificare al contrario politiche predatorie senza alcun discernimento e senza progettualità futura riguardo ai beni culturali. C’è un’operazione chiara e capillare iniziata qualche decennio fa di completa trasfigurazione semantica di questi due concetti che hanno perso il loro senso reale ed effettivo per acquistarne uno solo meramente economico, ma del resto quando si vuole cambiare dalle fondamenta un modello, la trasformazione linguistica è la tappa iniziale. Quindi, per valorizzazione si legga sfruttamento meramente economico delle risorse culturali e per fruibilità si legga favorire gli interessi delle grandi corporazioni turistiche, così come ci dimostra la nuova riforma per l’area del Colosseo.

Innanzi tutto, quello che il ministero vuole realizzare non sembra essere un Parco archeologico in senso stretto regolato dalla normativa specifica in merito, ma una grande area archeologica (che di fatto già esiste) a pagamento. Con ogni probabilità si elimineranno le barriere all’ingresso dei tre siti per creare un’unica e invalicabile frontiera. Questa operazione sottrarrà ancora un altro piccolo pezzetto al cuore della città: neanche la piazza del Colosseo (già di fatto invasa da orde di turisti e inavvicinabile da chiunque abbia un po’ di buon senso) o una parte del Colle Oppio sarà più attraversabile da chi effettivamente vive e abita la città. Invece di pensare a modelli di sviluppo turistico compatibile con gli interessi della cittadinanza, il ministero crea una zona off-limits nel centro storico della città che tanto sembra la Disneyland dell’antica Roma immaginata una decina di anni fa da un progetto provocatorio del Laboratoire Untermenschen che prospettava la costituzione di città come macchine da svago a scala 1:1….Ecco, il ministro e i suoi consulenti non saranno dei provocatori ed enigmatici urbanisti, ma non si allontanano di molto da quella proposta. La creazione di questa sorta di parco di divertimenti risponde alle esigenze delle grandi corporazioni turistiche, promotrici di un turismo mordi e fuggi che incentra la sua offerta solo su i due o tre siti più conosciuti in cui i poveri viaggiatori possono entrare per una mezzoretta e poi uscire, probabilmente, ancora più confusi. Realizzare una grande area turistica nella valle del Colosseo significa concentrare l’offerta turistica dell’intera città quasi esclusivamente su questo luogo a discapito dalla valorizzazione (nel vero senso della parola) e della visibilità dell’immenso e affascinante patrimonio storico-artistico diffuso sul territorio. In questo senso va letta anche la proposta di affidare il 50% degli introiti alla stessa area, redistribuendo solo l’altra metà per tutti gli altri monumenti. A dispetto di quanto dica il ministro, in questo modo il denaro destinato agli altri siti sarà minore rispetto a quando tutti gli introiti venivano riallocati a pioggia. Anche il progetto di ricostruzione dell’arena sembra rispondere solo ai voleri dei grandi Tour operator e non certo alle esigenze collettive. L’operazione è estremamente onerosa e i soldi necessari potrebbero essere utilizzati, solo per dirne una, per l’eliminazione delle barriere architettoniche che negano l’accesso ai disabili al terzo ordine o per progetti di mediazione didattica nelle scuole primarie e secondarie. Invece, coprendo tutta l’area del piano di calpestio, oggi ricostruito per un terzo, c’è il rischio di obliterare completamente la visione dei sotterranei alla vista dei visitatori: solo chi ha tempo, voglia e disponibilità di pagare il tour speciale (offerto dai servizi di front-office interno o dai grandi Tour operator) con gli underground potrà godere della visione di uno dei pochi ambienti ipogei di un anfiteatro conservati al mondo, e che gli altri si attacchino: se non paghi non vedi, è la dura legge del mercato. 


Porte chiuse al Pantheon

“Se non paghi non vedi” sembra essere anche la nuova parola d’ordine per il Pantheon. Il ministero, attirato dai quasi sette milioni di visitatori del 2016, ha pensato che tutto questo potenziale ben di dio non dovesse andar sprecato e che bisognasse immediatamente far diventare il sito a pagamento. Il motivo addotto per giustificare questa scelta risiederebbe negli oneri di manutenzione del sito: dal momento che tutelare uno dei monumenti più belli e importanti della storia occidentale costa (ovviamente) un po’ e dal momento che milioni di persone visitano il sito, è giusto e doveroso farlo diventare a pagamento, non fa una piega vero? In realtà di pieghe ne fa molte e anzi, questa decisione segna un ennesimo strappo rispetto all’idea dei beni culturali come bene comune e come risorse inalienabili. Franceschini fa passare un ragionamento predittivo e puramente basato sul profitto come un dato di fatto naturale e necessario, come un nuovo senso comune: la cultura va pagata, non è un bene per tutti e perché essa sopravviva deve dimostrare la sua redditività e la sua autonomia finanziaria, con buona pace della tutela e della sopravvivenza di migliaia di siti meno conosciuti ma fondamentali per il loro interesse storico e per la riqualificazione della città. L’intento è dunque quello di sfruttare al massimo i luoghi più conosciuti, facendoli diventare piccoli teatrini per il turista distratto, privandoli così di qualsiasi ruolo attivo nel tessuto della città. A tutto ciò si aggiunga che tali decisioni sono state prese in modo del tutto autonomo, col solito piglio da uomini del fare di attitudine renziana. Un luogo così caro ai romani come il Pantheon e così importante dal punto di vista dell’identità storica e culturale italiana viene di fatto sottratto alla collettività, senza che nessuno, a parte il Vaticano, venga avvertito… E pensare che un tempo qualche povero poeta credeva che certe urne bella e santa facessero al “peregrin la terra che le ricetta”. A pagamento. 


Roma non è un parco di divertimenti, ma una città che ha bisogno di difendere le proprie risorse storico-culturali evitando di lasciarle in pasto alle belve. Ma questo rischia di restare un puro esercizio di stile se non si avviano dei veri processi di partecipazione attiva dei cittadini e dei lavoratori dei beni culturali ai piani di tutela e di valorizzazione del territorio e soprattutto se non si cambiano le regole di gestione economica e patrimoniale di questi luoghi.

Nel corso dei prossimi mesi si giocherà infatti una grande partita sull’acquisizione dei servizi aggiuntivi legati alle aree d’interesse culturale di Roma e non solo. Il ministero si è già preparato creando una nuova società in house (vale a dire una compartecipata del ministero), frutto della fusione di Ales e di Arcus, che vuole entrare nel grande giro delle attività di biglietteria, front-office e didattica. Questa posizione apre nuovi scenari che vale la pena di affrontare in un altro momento. Ma di certo già risulta chiaro che la vera questione risiede nella gestione di queste risorse secondarie che di fatto portano alla luce il vero nodo dirimente: l’uso privatistico di risorse comuni e lamessa in opera di lavoro volontario e gratuito a cui il vergognoso bando per i 1000 volontari promosso qualche giorno fa dal ministero sembra alludere. Sarebbe banale (quanto ingenuo) pensare che non si debba in qualche modo favorire un’economia turistica, mettere a valore le immense risorse del nostro patrimonio paesaggistico, il problema però risiede, come sempre, nelle pratiche e nelle modalità messe in atto. Le politiche di almeno gli ultimi vent’anni sui beni culturali di questo paese hanno soltanto permesso e promosso la rapina e lo sfruttamento più becero di questi luoghi, come neanche i Papi tra il Cinquecento e il Seicento, non hanno investito neanche una lira sulla tutela del patrimonio e sulla promozione di attività utili ad avvicinare le persone al loro territorio, hanno umiliato i siti di interesse storico-artistico cercando di ridurre il loro incommensurabile e irriducibile valore a una dimensione puramente economica, hanno introdotto l’idea che la memoria, la storia, l’identità e il senso dei luoghi non sia per tutti ma solo per chi se lo può permettere e infine hanno umiliato e sfruttato i lavoratori e gli esperti del settore, facendo passere l’idea che la cultura può essere gestita a costo 0 soltanto grazie al volontariato. Tutti gli sforzi del ministero sono dunque finalizzati a una forma di sfruttamento delle risorse culturali puramente estrattiva per i siti a maggiore vocazione turistica, che vanno spremuti fino all’osso; per far ciò è necessario invertire il senso di questi luoghi, espropriarli dal tessuto urbano e dalla cittadinanza. L’unico obiettivo è presentare una tavola ben imbandita per far mangiare le più grandi aziende 'culturali' gli invitati al banchetto sono i soliti pochi.

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