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domenica 29 gennaio 2017

CALCIO FUORI CONTROLLO: I CINESI SONO IMPAZZITI?

Alla fine anche il governo cinese pare averne abbastanza delle “follie” delle società calcistiche locali: l’invito perentorio è a darsi una regolata, perché starebbero “bruciando denaro”.
Visti le circostanze e il mittente è probabile che l’invito venga raccolto, anche perché di fuoriclasse o presunti tali da coprire d’oro in giro ne sono rimasti pochini, e le due o tre stelle di prima grandezza appaiono insensibili alle lusinghe orientali: Cristiano Ronaldo, il Pallone d’oro, ha detto no a uno stipendio annuo di 100 milioni, e anche Messi sembra preferire il calcio europeo a questa sua inverosimile imitazione in salsa kitsch.
La questione però è un’altra: siamo di fronte a una patologia localizzata oppure no? Cioè: i cinesi sono vittime di un’ubriacatura da euro facili o queste operazioni hanno un senso, per quanto possano disgustare l’osservatore?

A prima vista la tesi dell’impazzimento sembra fondata: creare una superlega in un Paese senza tradizione calcistica, confinato a sua volta in un continente dove al massimo si può vincere una coppetta di latta battendo iraniani e kuwaitiani è sportivamente un nonsenso. A considerare l’evoluzione storica, però, le certezze si incrinano: Eric Hobsbawn ci racconta che, negli anni ‘20, i calciatori professionisti guadagnavano in Inghilterra poco più di un operaio specializzato, ma già nei primi anni ‘50, in un’Italia alla vigilia del boom e ancora poverissima, Achille Lauro paga 150 milioni per assicurarsi le prestazioni dello svedese Jeppson, che sarà perciò soprannominato ‘o Banco ‘e Napule, e trent’anni dopo saranno gli ingaggi faraonici versati dalle società a garantire un decennio di incontrastata supremazia in Europa al calcio italiano. I compensi diverranno stratosferici col nuovo secolo, grazie all’impegno delle pay tv e di magnati ben più danarosi di Berlusconi che restituiranno appeal e prestigio al campionato inglese, oltre che – naturalmente – alle grandi di Spagna. Tutti folli allora, non solamente i cinesi… pazzi Lauro, Berlusconi, gli emiri, i miliardari russi – pazzi senza manco l’attenuante della passione, poiché nel monotono calcio odierno è impossibile l’exploit di una provinciale in Europa (si pensi allo Slovan Bratislava vincitore della Coppe delle Coppe del ‘69, o anche al Porto dei primi anni ‘80), viste le siderali differenze di budget tra le squadre davvero ricche e quelle di seconda fascia, che sono poi tutte le altre. Oggi Barcellona-Celtic 7-0 è un risultato normale, che rispecchia il divario fra i due club: una Tipo non può lasciarsi alle spalle una Ferrari.

Lo scopo di questo apparente scialo non è quello di migliorare lo spettacolo, anzi dello spettacolo non frega più niente a nessuno, finanziatori in testa: ovunque gli stadi si svuotano e le partite in tv non attirano più spettatori di un tempo, anche perché – in tempi di crisi e stipendi a picco – non tutti possono permettersi il lusso di costosi abbonamenti. Eppure si spende e si spande, anche se non con la prodigalità dei cinesi: come mai? Banalmente perché investire nel mondo del calcio conviene: il pallone è un prodotto civetta che serve a vendere un’infinità di altri beni e servizi. Cristiano Ronaldo non è solo una formidabile ala: è un brand associabile a profumi, calzature, vestiario, articoli di lusso. Se CR7 introita 79,6 milioni di euro l’anno (questi i suoi guadagni complessivi nel 2014 – fonte Wikipedia) significa che a chi lo paga assicura un giro d’affari grandemente superiore alla sua quota di spettanza. A leggere determinate cifre ci indigniamo, ma reagendo così precipitiamo in un equivoco: al pari di un macchinario o di una procedura innovativa CRT è una risorsa produttiva – che si tratti di una “risorsa umana” è di poco rilievo, del suo mondo interiore (ammesso che ne abbia uno) agli sponsor non importa un fico secco.

In realtà, il quotidiano richiamo al concetto di produttività (individuale, collettiva ecc.), autentico imperativo categorico del presente, ci ricorda che siamo tutti risorse: a determinare i nostri proventi sono l’utilità che ci assegna il mercato, la nostra fungibilità o (relativa) infungibilità. Nel loro ruolo di testimonial (non di calciatori) CR7 e Lionel Messi sono più o meno insostituibili a livello globale, ed hanno pertanto un invidiabile potere contrattuale – il giovane laureato no, e quindi può essere pagato con i voucher e licenziato tramite mail. Adamo Smith, il profeta del libero mercato, asserendo che il salario andrebbe parametrato, fra l’altro, al grado raggiunto negli studi si dimostrava a ben vedere un utopista: se in un dato momento al Capitale servisse uno spazzino sarebbe disposto a pagarlo dieci volte di più dello stipendio di un magistrato o di un medico generico.

Lo spirito dei tempi è colto senza buonismi e ipocrisie in una recente sentenza della Sezione Lavoro della Cassazione (sent. 25201 del 7 dicembre scorso), che testualmente afferma: “Ai fini della legittimità del licenziamento individuale intimato per giustificato motivo oggettivo, l'andamento economico negativo dell'azienda non costituisce un presupposto fattuale che il datore di lavoro debba necessariamente provare ed il giudice accertare, essendo sufficiente che le ragioni inerenti all'attività produttiva ed all'organizzazione del lavoro, tra le quali non è possibile escludere quelle dirette ad una migliore efficienza gestionale ovvero ad un incremento della redditività dell'impresa, determinino un effettivo mutamento dell'assetto organizzativo attraverso la soppressione di una individuata posizione lavorativa”.

Intendiamoci, si tratta di un verdetto obbrobrioso che, dal punto di vista strettamente giuridico, denota scarsa conoscenza dei principi costituzionali: l’iniziativa privata è tendenzialmente “libera” (art. 41) ma condizionata e in fondo strumentale, e le esigenze di profitto dell’imprenditore mai possono prevalere sul diritto al lavoro, su cui si fonda la Repubblica democratica (art. 1) – tuttavia, esso fotografa la mentalità e i rapporti di forza esistenti nella società odierna. La logica delle “risorse umane”, che in passato ho paragonato agli instrumenta vocalia ciceroniani (gli schiavi), degrada noi tutti a strumenti intercambiabili e accantonabili a piacimento, e gli strumenti – dovremmo saperlo – non vantano diritti. Attenzione, neppure il bolso Tevez, che intascherà 38 milioni l’anno a Shanghai per qualche assist, vanta dei “diritti”: la cifra esorbitante è nient’altro che il corrispettivo per l’utilità economica che egli sarà presumibilmente in grado di apportare a chi scuce i soldi. Può darsi che il calcolo si riveli errato, ma sempre di calcolo si tratta…

La conclusione è che laggiù nessuno è impazzito: business is business, ciascuno di noi ha un prezzo di mercato, una redditività valutabile secondo schemi prestabiliti. Il problema non è tanto il “prezzo”, bensì il mercato in sé, che persino ai più fortunati nega la dignità di esseri umani. Non possiamo stupirci se, in questa temperie economico-culturale, interi Paesi (v. la Grecia) vengono spolpati senza pietà e i diritti di miliardi di uomini e donne calpestati e distrutti: gli esiti sono perfettamente coerenti con le premesse.
Il Capitalismo è un’ideologia fondata sulla predazione più brutale, sul cinismo e la totale assenza di etica: l’idea di riformarlo facendo ricorso a meccanismi di persuasione è tanto sensata quanto quella di convertire i leoni al veganesimo.
Quella che scambiamo per follia è soltanto sovrano disprezzo per un’umanità ridotta a numeri e, di conseguenza, messa freddamente a bilancio.

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