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venerdì 2 dicembre 2016

Le migrazioni ambientali sono un dramma odierno e futuro

Oggi si sta riproponendo una leva alla migrazione che da molo tempo non compariva sulla scena. I cambiamenti ambientali e climatici che stanno subendo un’accelerazione notevole in questi anni diventeranno a breve un motivo in più per indurre la mobilità umana.

Quello della migrazione ambientale è al momento un fenomeno dai contorni ancora incerti sia sul piano delle stime numeriche, sia sotto il profilo della definizione e della tutela. Infatti, nonostante i diversi studi non esistono stime certe relative al numero dei profughi per cause climatiche; non esistono definizioni riconosciute del migrante ambientale e, di conseguenza, non esistono piani di intervento adeguati al fenomeno.
Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre del Norwegian Refugee Council, che studia a livello mondiale il fenomeno degli sfollati interni agli Stati, dal 2008 al 2015 ci sono state 202.4 milioni di persone delocalizzate/sfollate, il 15% per eventi geofisici come eruzioni vulcaniche e terremoti, e l’85% per eventi atmosferici. Le previsioni sul potenziale numero di migranti ambientali entro il 2050 variano da 50 milioni a 350 milioni; la stima più citata è quella fornita da Myers, che prevede 200 milioni di potenziali migranti ambientali entro il 2050. Al di là delle stime, di certo, sappiamo che il fenomeno dei profughi climatico-ambientali è di rilevanza primaria e di intensità superiore ai profughi da guerra. Secondo l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (IOM), nel 2014 la probabilità di essere sfollati a causa di un disastro è salita del 60% rispetto a 40 anni fa.

All’indomani della chiusura della Conferenza Internazionale sul Clima di Marrakech, il mondo si è svegliato con la presidenza degli Stati Uniti affidata Donald Trump che, durante la sua campagna elettorale, non si era certo dichiarato paladino dei valori ambientalisti. Occorre fare uno sforzo comune però perché le buone pratiche diventino abitudini di vita nuove in grado di rallentare i mutamenti del clima.
La rivoluzione energetica e la lotta per contrastare i cambiamenti climatici rappresentano l’antidoto strategico più sicuro per costruire una seria giustizia climatica a livello globale e per creare nuove occasioni di lavoro, premessa indispensabile per ridurre la povertà, marginalizzare le cause di conflitto, ridurre i flussi migratori e provare ad invertire quella che in modo così incisivo Papa Francesco ha definito ‘La terza guerra mondiale a pezzi’”.
I migranti ambientali non rientrano nella figura di rifugiato riconosciuta dalla Convenzione di Ginevra, per cui a livello di protezione internazionale non hanno alcun diritto e questo fa sì che il sistema internazionale di protezione sia del tutto inadeguato ad affrontare quanto sta avvenendo in questi anni.

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