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mercoledì 28 dicembre 2016

Governo salva Monte dei Paschi e apre alla nuova truffa sul risparmio

Il parlamento ha approvato il via libera all’operazione di salvataggio del Monte dei Paschi. Su iniziativa del governo è stata autorizzata una spesa di 20 miliardi e di maggiore indebitamento sulla spesa pubblica rispetto alle previsioni di bilancio per garantire entro il 2017 il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena e di altri istituti a rischio crack. Gentiloni si è spinto laddove Renzi, dopo lo scandalo Etruria, non poteva più spingersi e così ha deciso di aprire subito l’ombrello per le banche, incoraggiato dal mandato del Capo dello Stato, per il quale le priorità del nuovo esecutivo risiedono nella tutela del sistema bancario e nel calmare le acque turbolente dei mercati. 
Il piano escogitato da Renzi con un prestito ponte gestito dalla cordata capitanata da JP Morgan e altri grossi istituti (Credit Suisse, Bofa Merrill Lynch, Deutsche Bank, Santander) è fallito. Insufficienti gli sforzi per coprire un fabbisogno di 5 miliardi di capitale ricorrendo solo agli investitori privati sul mercato. Si è anche sfilato negli ultimi giorni l’anchor investor superstite, il fondo sovrano del Qatar, l’ultima carta di Renzi, giocata alle porte del referendum per rassicurare i risparmiatori con la memoria fresca della truffa Etruria. Come nemesi e continuità perfetta del duo Renzi-Boschi nel giro di 48 ore, mentre i creditori capitanati da JP Morgan cominciavano a bussare alle porte, Gentiloni e Padoan hanno chiesto l’autorizzazione al parlamento e hanno dato avvio dell’operazione di salvataggio pubblico permettendo a MPS di sforare la data del 31 dicembre, entro la quale si sarebbe dovuto concludere l’aumento di 5 miliardi di capitale.

Con la conversione volontaria dei bond in azioni, MPS provava ancora ad affidare alle forze del mercato il secondo step per l’aumento di capitale. Un altro fallimento. 1,7 mld sono stati raccolti dalla conversione a fronte dei 5 miliardi necessari. Di questi 1,7 miliardi, un miliardo deriva dalle obbligazioni subordinate in mano agli investitori istituzionali, mentre 800 milioni dalla conversioni volontarie in azioni delle subordinate in mano ai piccoli risparmiatori. Cifre ben sotto gli auspici iniziali che confermano l’approfondirsi di una sfiducia nei confronti del sistema bancario dopo il decreto SalvaBanche di un anno fa. Un motivo, questo, confermato anche dalla costante fuga dei depositanti nell’ultimo anno. Ieri l’istituto annunciava di disporre di liquidità solo per altri quattro mesi: i prelievi sono aumentati vorticosamente e il titolo nell’ultimo anno ha perso il 90% del suo valore.

Secondo le normative europee, mentre da Bruxelles e Berlino sguardi incrociati si preoccupano allo stesso tempo del mantenimento della stabilità del sistema finanziario e si impensieriscono per l’aumento del debito pubblico dell’Italia, una ricapitalizzazione con aiuto statale deve accompagnarsi al cosiddetto Burden Sharing. Si tratta del principio della condivisione degli oneri nella ricapitalizzazione da parte di azionisti e obbligazionisti subordinati (un esercito di circa 40 mila piccoli risparmiatori). Sostanzialmente gli obbligazionisti si vedranno forzosamente costretti a cedere i propri risparmi per ristrutturare il capitale dell’istituto insieme a quanti volontariamente avevano già convertito i propri bond in azioni ma che ora vedranno crollare il valore dei propri titoli. Nient’altro che una procedura di Bail-in, la quale ammette e regolamente successivamente rimborsi e arbitrati sui rimborsi, sui quali ad esempio, ancora combattono gli obbligazionisti di Etruria e le altre vittime del precedente decreto Salva Banche.

Il naufragio della strategia di Quantitative Easing che assolveva la BCE dal ruolo mancante di prestatore di ultima istanza, scarica sugli stati nazione il mantenimento della stabilità finanziaria con l’onere del salvataggio del sistema bancario. Questi, a loro volta lo scaricano sul risparmio con maggiore o minore violenza a seconda della prossimità al campo della Kerneuropa. Le distanze tra i livelli del dominio finanziario e le prospettive di impresizzazione e valorizzazione individuale fondata sul circuito risparmio/investimento/ indebitamento si contraggono violentemente, svelando un antagonismo latente di interessi in cui a restare stritolato è uno strato intermedio di consumo e di riproduzione sociale. A fare da garanti politici del compimento di questa erosione, nel tentativo compresente di scongiurare il punto di rottura della crisi a catena che si scatenerebbe con il crack di una banca troppo grossa per fallire, sono il Partito Democratico e l’esecutivo Gentiloni. Raccogliendo il testimone del renzismo post referendario questo esecutivo non ha davvero più alcuna promessa da spendere, se non qualche tiepida rassicurazione. Mentre ogni garanzia sociale è falcidiata dalle misure di spending review per il salvataggio delle banche si concede un aumento del debito pubblico. Il rifiuto soggettivo della truffa e l’incontro con le altre dimensioni sociali danneggiate dalle squilibrio redistributivo insito nel salvataggio del sistema bancario, rappresentano, anche per quei settori intermedi di classe tutelatisi attraveso il risparmio, l’unica risorsa per il mantenimento delle proprie condizioni di vita e degli standard di consumo e riproduzione sociale.

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