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mercoledì 9 novembre 2016

#TrumpPresident e il medio-oriente

Donald Trump è il nuovo presidente usa, ma come ha reagito la famigerata piazza araba, il termometro della regione più scossa dai fremiti del soft quanto dell’hard power americano?
È un punto di vista da non sottovalutare perché l’ondivago amore-odio dei paesi arabi e musulmani per gli Stati Uniti ha avuto picchi notevoli negli ultimi anni, il primo discorso all’estero di Obama tenuto al Cairo nel 2009, le primavere del 2011 attraversate dal vento della democrazia e guardate con enorme simpatia dai democratici usa, la decisiva indecisione della Casa Bianca in Libia e la paralisi amletica sulla Siria, l’accordo sul nucleare iraniano mal digerito dalla monarchia saudita, l’entrata in campo della Russia di Putin applauditissima dai nostalgici del nazionalismo arabo innamorati dell’idea dell’uomo forte a condizione che non sia lo Zio Sam... Non è mai stato facile leggere la trama dei rapporti tra America e Medioriente ma la storia si fa ora molto molto più ermetica.


La nostra panoramica comincia dalla Siria, ma non da quella governativa, che come è emerso a più riprese nelle scorse settimane parteggiava per il candidato repubblicano così come il presidente egiziano Al Sisi. Come stanno reagendo gli altri, i ribelli tra i quali si mescolano filo-americani, anti-americani, islamisti, jihadisti, famiglie disperate per cui la geopolitica significa solo una vita miserabile? Uno sguardo alla chat «Aleppo Siege Media Center» rivela che, sebbene i bombardamenti dell’aviazione di Assad sostenuta dai russi sulla parte orientale della città continuino a martellare, i commenti, almeno stamattina, si concentrano sul voto statunitense. «Trump vincerà perché rappresenta la vera faccia dell’America» scriveva stanotte Khaled. E Wissam: «Prova a vedere il lato positivo della storia, almeno non dovremo sentire più tutte quelle balle sui presunti amici della Siria». Stamattina, a risultati noti, W. annota: «Mando ai musulmani un messaggio d’incoraggiamento: rimboccatevi le maniche, siate pazienti nei tempi duri che si annunciano e rafforzate la vostra fede». E quando N. posta una foto con Trump, el Sisi, il dittatore coreano Kim Jong-un e la scritta «Riportare il mondo alla sua grandezza» (la foto sottostante), Wida aggiunge: «Manca solo il nostro... (Assad, ndr)».




Dall’Egitto arriva forse una delle prime telefonate internazionali di felicitazioni, è quella del presidente el Sisi che, chiamando il nuovo inquilino della Casa Bianca, auspica una nuova era nelle relazioni ed un rafforzamento della collaborazione tra i due Paesi (la possibile elezione di Hillary, palesemente molto dura nei confronti della repressione in corso in Egitto e accusata a più riprese dalla stampa governativa di simpatie per i Fratelli Musulmani, preoccupava parecchio il regime egiziano). Secondo i media Trump avrebbe ringraziato e lodato l’incontro con Sisi, avvenuto a New York a settembre. Ma gli attivisti, i ragazzi di Tahrir, quei rivoluzionari assai naiv le cui finestre politiche si sono richiuse tragicamente dopo tante belle speranze, chattano come pazzi la loro disperazione (non perché si fossero sprecati in complimenti per Obama ma Trump oggi è per loro l’amico di el Sisi e d’Israele, il nemico dei musulmani in generale, il sostenitore di un disimpegno Usa che lascerà in panne la regione): «White Joe sta riprendendo il controllo dell’America, ecco cosa intende Trump quando dice che con lui l’America tornerà grande. Una rivoluzione demagogica guidata da un populista sostenuto dal KKK contro le elite di Washington».


Tace nell'immediato l’Arabia Saudita, che negli ultimi mesi si è allontanata dall’Egitto (tentato da Putin) e si è avvicinata a Israele per la comune paura dell’egemonia iraniana sulla regione: Obama è stato l’artefice dell’accordo con Teheran, cosa porterà l’avvento di un presidente in discontinuità con lui? La reciproca simpatia tra Trump e Putin potrebbe fare pensare a un orientamento in direzione del disimpegno americano nella regione ma sull’asse che lega Putin ad Assad e indirettamente a Teheran ci sono poi le posizione fortemente anti-musulmane espresse dal neo presidente americano in campagna elettorale e la sua volontà di svincolare l’Amaerica dal ricatto petrolifero del riottoso Medioriente. Il rapporto con Riad si annuncia insomma enigmatico, «it’s complicated».

Attendismo anche nella non araba Turchia, dove nelle ultime ore il presidente Erdogan aveva definito la Clinton «una politica dilettante» lasciando intendere quello che per molti analisti era da tempo un «netto sostegno» a Trump. Erdogan non ha mai apprezzato le affermazioni di Hillary Clinton a favore dei curdi, «i migliori partner americani in Siria e in Iraq» e men che mai l’aiuto militare statunitense ai guerriglieri arabo-curdi delle Forze Democratiche Siriane in marcia in questi giorni verso la capitale del Califfato, Raqqa. E, simmetricamente, ci si esprime con cautela anche tra i curdi, assai meno antipatizzanti verso gli USA degli arabi ma a loro volta assai divisi: ci sono i curdi iracheni di Barzani che commerciano con la Turchia e hanno buoni rapporti con gli Usa, quelli siriani del YPG che oggi beneficiano della copertura americana ma in passato hanno dialogato con Assad e sono legati al PKK non certo filo-USA, ci sono i curdi turchi che si riconoscono nel PKK e quelli che si riconoscono nel democratico HDP (oggi nel mirino di Erdogan)....

Infine ci sono gli israeliani e i palestinesi, l’arena in cui il rapporto con gli Stati Uniti è probabilmente il più complicato. Mentre il quotidiano liberal Haaretz racconta la progressista Tel Aviv attonita davanti all’insediamento di Trump e il leader dell’opposizione Isaac Herzog lo commenta come «la prosecuzione di uno tsunami sociale, economico e di governo visto in molti paesi e che porterà cambiamenti anche in Israele sull’onda di una tendenza mondiale di disgusto delle vecchie elite» il ministro dell’educazione e leader del partito della destra vicina al movimento dei coloni Focolare Ebraico Naftali Bennett pregusta cambiamenti positivi: «È finita l’era dello stato palestinese. I risultati del voto rappresentano una formidabile occasione per Israele per annunciare l’immediata revoca del concetto di uno Stato palestinese nel cuore della nostra terra, che va direttamente contro la nostra sicurezza contro la giustezza della nostra causa».



Con Bennett, il cui governo si prepara ad incontrare in queste ore il premier russo Medvedev, applaude il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat, ricordando come durante la campagna elettorale Trump abbia promesso di trasferire «l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme». Ma è soprattutto il premier Netanyahu a salutare l’avvento di Trump, «un vero amico dello Stato d’Israele», come una fase nuova che «rafforzerà l’alleanza unica» tra i due paesi «portandola a livella senza precedenti».

Ramallah, dove ha sede il governo dell’Anp e del presidente palestinese Abu Mazen, per il momento non si pronuncia. Si fanno invece sentire tempestivamente i fratelli coltelli di Hamas che da Gaza lanciano un appello a «rivalutare la politica delle amministrazioni susseguitesi alla Casa Bianca» sulla questione palestinese. Niente congratulazioni, ovviamente, ma il movimento islamico è alla ricerca di un ruolo politico a spese dei rivali di Fatah e non manca occasione per cercare un varco da cui scavalcare Abu Mazen: «Chiediamo al neo-eletto presidente americano Donald Trump di rivalutare questa politica e di agire per rendere giustizia al popolo palestinese».

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