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giovedì 10 novembre 2016

IL PRESIDENTE DEI BARBARI

Donald Trump, che di un politically incorrect razzista, xenofobo e sessista, ha fatto il suo mantra comunicativo, vince la più audace partita della vita e, contro tutto e tutti, diventa il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America.
A dispetto del suo stesso partito, possiamo dire. Hillary Clinton non ha perso per mala sorte. Perde perché nella partita apertasi con “quell” ’avversario, in “quel” contesto, che è la fine senza appello del “sogno americano”, non aveva i numeri essenziali per vincere, nonostante la ridondante enfasi femminil-femminista “della prima donna alla Casa Bianca”, nonostante l’appoggio compatto del Partito democratico, gli oscuri e abbondanti finanziamenti di cui gode, i generosi appelli a suo sostegno di Sanders, Obama, Michelle e di gran parte del mondo dell’arte e dello spettacolo.
HIllary è l’espressione plastica e dinastica dell’establishment potente, autoreferenziale, politicamente endogamico, che detiene da tempo immemore il potere economico e politico di quel Paese, ancora il più potente del mondo ma segnato dalla crisi. Un establishment che la parte più in crisi della società odia di odio puro, perché è un potere nelle mani di partiti che ormai da tempo non hanno più nulla a che vedere con la vita delle persone, e sono assenti, lontani e del tutto impermeabili rispetto all’ “altro/altra da sé”. Per questo i partiti appaiono colpevoli dell’aspra frattura sociale che da tempo segna gli Stati Uniti e che la campagna elettorale ha messo in evidenza. Barack Obama, soprattutto nel periodo del suo primo mandato, ha tentato di aprire varchi, rianimare la politica nel suo rapporto con l’elettorato, i giovani, le minoranze, affrontando alcune questioni sociali non di poco conto. Ma la divaricazione tra i diversi mondi che abitano gli States - diversi sul piano sociale, generazionale, culturale, etnico, antropologico e geografico - sembra ormai incolmabile. Il sogno americano da tempo è evaporato, lasciando sul terreno solo gli affilati cocci di bottiglia della paura, provocata da chi “invade” il Paese e fa concorrenza su lavoro e salario, della solitudine che affanna la parte bianca in declino, per i cambiamenti avvenuti a livello demografico, dell’incuria delle pubbliche autorità verso chi ha bisogno di aiuto. La preoccupazione è legata anche all’andamento dell’economia, che non cancella le difficoltà delle classi medie, nonostante la crescita al 2,47 nel 2015 e il tasso di disoccupazione al 5%. Preoccupano anche i dati esterni relativi alla crescita economica della Cina, al mutamento dei rapporti complessivi nel mondo, al caos geopolitico. L’illusione del sogno americano lo hanno raccolto solo gli ispanici, forse più per paura del muro minacciato da Trump, alla frontiera messicana, che per reale fiducia nelle promesse di Clinton. E la generazione Millenial, anche quella colta, dinamica, indaffarata che forse avrebbe volentieri seguito Sanders, non è stata certo attratta da Clinton.
Ogni Paese fa a sé ma in punti di somiglianza o di analogia, nel mondo globalizzato e globalmente dominato dal capitalismo finanziario, contano non poco. Per questo si possono coglier le analogie con il voto britannico della Brexit e altro in Europa. Le elezioni? Il solito teatrino che non offre nessuna reale possibilità di uscire dallo stato di esclusione e di insicurezza esistenziale in cui si vive. E dunque si prova con Trump, che, con le sue richieste, tra le altre, di protezionismo, anatema dei repubblicani, ha esercitato anche una certa attrazione verso i sindacati, tradizionalmente schierati con la sinistra.
Il nocciolo duro della questione sta in questi problemi e in altri analoghi. Vanno in dissolvenza i tradizionali sistemi politici e svanisce la credibilità dei partiti tradizionali, in particolare quelli di sinistra, per evidenti motivi, e si spalancano le porte alla facile demagogia dei capipopolo. che costruiscono le loro fortune politiche sul rancore, l’odio, le facili promesse. Forse Sanders avrebbe potuto più facilmente parlare a quei mondi, farsi ascoltare, cominciare a lasciare delle tracce.
Quel che è cambiato – e non solo negli Stati Uniti – è ormai radicato nel profondo di molta parte delle società occidentali e rischia di avere effetti a valanga inarrestabili. Per il resto è stata una campagna elettorali tra le peggiori della storia americana, per un verso e per l’altro caratterizzata dalla corsa di due candidati inadeguati e di scarso fascino presso l’opinione pubblica, soprattutto impegnati a darsele di santa ragione. IL gap tra le cose e la rappresentazione mediatiche delle cose ha dominato tutti questi mesi di campagna ed è il dato strutturale che racchiude il perché di quello che è successo. Che nessuno si aspettasse la vittoria di Trump, che tutti i sondaggisti d’oltre oceano, compresi quelli più prestigiosi, abbiano fallito le analisi, che tutto il vasto e articolato circuito dell’informazione statunitense avesse dato per scontata la vittoria della candidata democratica, sbeffeggiando in ogni modo Trump, tutto questo e altro ancora conferma l’avvenuto scollamento, per molti versi forse definitivo, tra la politica, i poteri, l’establishment e la vastissima parte dell’elettorato che costituisce il popolo invisibile, quello che l’establishment non vede, non conosce, non capisce se per caso l’incontra. Trump come Grillo, come il Fronte nazionale in Francia, ViKtor Orban con Fidesz In Ungheria, il Pis polacco, Beppe Grillo, e, su un altro e diverso terreno Sanders, Podemos, Syriza che tentano la carta di arrivare al nocciolo duro di quello che succede, immaginando parole, proposte, programmi che rinominino l’idea e la pratica della sinistra. Ma nel contesto dato, anche loro appaiono “antisistemici”. E così il grande circo mediatico, soggetto consenziente e largamente responsabile del “pensiero unico” che si è diffuso. Ed è questo il problema principale con cui una politica che volesse misurarsi davvero con i problemi dell’oggi, dovrebbe affrontare. Soprattutto alla luce della vittoria di Donald Trump.

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