BENVENUTI SU ITALIA-LIBERA

giovedì 3 novembre 2016

Il pericoloso revisionismo storico di Erdoğan


Il 29 agosto del 1931, Mustafa Kemal Atatürk, fondatore e primo Presidente della Turchia, dichiarò: «Scrivere la storia è un compito tanto importante quanto quello di realizzarla. Cosicché, se chi scrive non è in buona fede nei confronti di chi la realizza, il risultato sarà quello di avere una visione distorta della verità». Se così fosse, allora il Presidente Recep Tayyp Erdoğan non potrebbe dirsi in buona fede nei confronti di coloro che, nel 1923, realizzarono la fondazione di una Turchia indipendente e dai confini certi, attraverso la firma del Trattato di Losanna.

Lo scorso 29 settembre, infatti, il presidente ha dichiarato: «Qualcuno ha provato a illuderci presentandoci il Trattato di Losanna come una vittoria […]. Coloro che sedettero al tavolo per la discussione di quel trattato non ci resero giustizia e noi stiamo raccogliendo, ancora oggi, i guai derivanti da esso». Per la prima volta in tutta la storia della Turchia, un capo di Stato ha messo in discussione, pubblicamente, quello che ancora oggi è considerato il fondamento legale, internazionalmente riconosciuto, della Turchia contemporanea. Non solo: esso è considerato uno dei capisaldi del mito fondatore della Turchia, il coronamento per vie diplomatiche delle battaglie avvenute sul campo.
Il Trattato del 1923 sostituì il Trattato di Sèvres del 1920, Sevrès era stato imposto dopo la sconfitta nella Grande Guerra dell’Impero Ottomano, e prevedeva la spartizione della penisola anatolica. In particolare, a est si prevedeva la nascita del Kurdistan autonomo e dell’Armenia indipendente, a sud si confermava la presenza di italiani e francesi e a ovest erano state concesse la città di Izmir e l’intera regione della Tracia alla Grecia. I delegati ottomani firmarono il trattato, pressati da un sultano preoccupato soprattutto di perdere il potere.
Tuttavia, all’interno della penisola imperversavano forze avverse all’impero, soprattutto legate all’esercito. Una volta preso il potere e stabilita un’Assemblea Nazionale ad Ankara, i ribelli, guidati da Mustafa Kemal, avviarono una lotta di resistenza contro le potenze occupanti, rifiutandosi di accettare i termini di Sèvres. Dopo due anni di strenui battaglie, l’Italia, la Francia e la Grecia furono costrette a ritirarsi e la Gran Bretagna riunì a Losanna una Conferenza per stabilire un nuovo trattato con i delegati del governo di Ankara. La battaglia sul campo fu sostituita dalla battaglia diplomatica, condotta da İzmet Pasha (noto come İzmet Inönü, dopo il 1934, che diverrà il secondo presidente della Repubblica) in sede di negoziazione. La sua tenacia nel far corrispondere alle vittorie militari il riconoscimento diplomatico fu così grande che, il 4 febbraio del 1923, il capo della delegazione britannica, Lord Curzon, abbandonò la conferenza per sfinimento. Alla fine i turchi ottennero di cristallizzare tutti i risultati ottenuti nelle battaglie, di riprendersi la Tracia fino al confine con il fiume Maritsa, la sovranità sugli Stretti, l’abolizione delle Capitolazioni e l’esenzione dal pagamento delle riparazioni (unico esempio tra tutti i belligeranti del primo conflitto mondiale). La maggior parte degli storici, soprattutto turchi, concorda nel ritenere che il con il Trattato di Losanna i negoziatori raggiunsero il massimo risultato possibile, date le circostanze in cui venne firmato.
Inoltre, nei primi anni dopo la fondazione della Repubblica, il 24 luglio, data della firma del Trattato, era considerato festa nazionale, il “Losanna Day”. La polemica di Erdoğan, dunque, non avrebbe ragione d’esistere. Eppure, nel dibattito interno turco non è la prima volta che si parla di un’eventuale revisione di Losanna. In particolare, già nell’ottobre del 2014, il Foreign Policy dedicava un ampio articolo a una bizzarra teoria del complotto, esaltata da alcuni siti turchi, secondo la quale il Trattato in questione conterrebbe delle clausole segrete per le quali esso spirerebbe nel 2023, nel suo centenario, rendendo i confini turchi “obsoleti”. A questo si aggiunga un’altra recente polemica secondo la quale, in sede di conferenza, Inönü (e quindi Atatürk) non avrebbe fatto abbastanza per estendere il confine turco fino a Mosul (ricca di giacimenti petroliferi), né per “riprendersi” le isole dell’Egeo, oggi appartenenti alla Grecia.
Prendendo alla lettera le parole del presidente turco, comunque, si potrebbero formulare alcune ipotesi. Il bersaglio principale della polemica, oltre ad essere il trattato in sé, è certamente la persona di İzmet İnönü, visto che ha parlato di «coloro che sedettero al tavolo» per negoziare. Costui, oltre ad essere stato delegato a Losanna, secondo presidente della Turchia e principale architetto della secolarizzazione dello Stato turco, ha influito enormemente nella politica estera del Paese nel secondo dopoguerra, soprattutto in senso filo-occidentale. Alla fine degli anni Quaranta, egli preparò il terreno per l’avvicinamento della Turchia alle posizioni americane, culminato con l’ingresso nella NATO nel 1952. Nel 1963, invece, fu egli stesso a firmare l’Accordo di Associazione con l’allora Comunità Economica Europea (CEE), quale primo passo per l’ingresso nella grande famiglia europea, fortemente da lui auspicato anche negli anni successivi.
In questo senso l’attacco di Erdoğan continuerebbe a rientrare in quella strategia volta a far allontanare sempre di più la Turchia dall’Occidente. Cosa che continua ad avvenire anche pragmaticamente: l’ultima trovata del presidente turco, infatti, è stata quella di rendere permanente l’ora legale attraverso un decreto del governo varato il 7 settembre scorso. Cosicché la Turchia entrerà a far parte del fuso orario di La Mecca e di Mosca, GMT/UTC +3, consentendo un miglioramento della sincronizzazione dei rapporti con Putin e con i Paesi mediorientali. Peccato, però, come sottolineato da Hikmet Tanriverdi – presidente dell’Istanbul Ready-Made Garment Exporters Association -, che le perdite in termini economici rispetto ai rapporti commerciali con l’Europa saranno molto significative.

Sono arrivate le ruspe al Gezi Park. Tre colossi gialli dotati di leve e cucchiai dentati da qualche giorno hanno fatto la loro sinistra apparizione ai giardini che affacciano su Taksim, la piazza centrale di Istanbul. Questo fu il teatro della rivolta del maggio 2013, repressa nel sangue dopo che migliaia di dimostranti si ribellarono alla decisione del governo conservatore islamico di abbattere gli alberi secolari per far posto a un centro commerciale. Il ministro della Cultura ha annunciato anche che il Centro culturale Ataturk, l’edificio simbolo della Turchia laica in quei giorni, a fianco del parco, sarà demolito.

Un’altra ipotesi interpretativa delle parole di Erdogan, è quella che guarda ai confini orientali. Siamo in un periodo che vede la Turchia impegnata militarmente sul fronte a sud-est, con l’operazione «Scudo dell’Eufrate». Essa è un intervento di terra ufficialmente rivolto contro lo Stato Islamico, ma che comunque mette in gioco direttamente l’esercito turco in un territorio nel quale le linee di confine diventano giorno per giorno sempre più labili.

0 commenti:

Posta un commento