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lunedì 28 novembre 2016

Il governo Renzi è già un “governo tecnico”

Nel seguire una campagna elettorale che non sta funzionando, Renzi ha tirato fuori, in caso di vittoria del “NO” (auspicabile) il 4 Dicembre, la prospettiva del “governo tecnico” considerata dal suo punto di vista un “pericolo”.   C’è da chiedersi allora che cosa si intende per “governo tecnico”?


In una Monarchia Costituzionale oppure in una Repubblica Parlamentare ogni governo ha bisogno di raccogliere una maggioranza nelle aule parlamentari e ricevere un voto di fiducia si può intendere come “governo tecnico” un esecutivo presieduto da una personalità non eletta e quindi non facente parte di alcun ramo del Parlamento.

Nella recente storia d’Italia, quella dell’infinita transizione degli ultimi vent’anni, è capitato diverse volte: nel 1993 con Ciampi che sostituì Amato, nel 1995 con Dini che sostituì Berlusconi del quale era stato Ministro nell’esecutivo precedente, nel 2000 con Amato ripescato dall’Ulivo dopo le dimissioni di D’Alema in seguito al risultato delle elezioni regionali, nel 2011 con Monti che prese il posto di Berlusconi in conclusione della crisi dello”spread”, nel 2014 con Renzi che, per via di una classica imboscata di palazzo, prese il posto di Letta.

Se il criterio per stabilire come un governo possa essere definito come” tecnico” (ed è l’unico criterio che ci pare praticabile) è quello dell’assenza di mandato parlamentare per il Presidente del Consiglio il governo Renzi rientra a pieno titolo nella categoria.

Renzi tende, nella grande confusione di questa campagna elettorale, a far dimenticare la sua assenza di legittimazione elettorale: l’unica prova elettorale cui lo stesso Renzi è stato sottoposto è stata quella interna alle cosiddette “primarie” del PD (un fatto esclusivamente di tipo privato, senza alcuna valenza istituzionale) laddove nel 2013 raccolse 1.895.322 voti pari al 3,7% dell’intero corpo elettorale: percentuale sicuramente bastante per fare il segretario del PD ma scarsina per auto considerarsi per legittimato alla Presidenza del Consiglio in una situazione che si cerca di far passare al pubblico quasi come se si fosse trattato di una elezione diretta.

Le mistificazioni si sommano alle mistificazioni, insomma.

Quanto alle maggioranze dei governi tecnici non rimane da ricordare che il governo Ciampi fu appoggiato dalla DC e dalle altre forze del vecchio pentapartito oltre che dal PDS e dai Verdi; il governo Dini da una coalizione che accompagnò al centro sinistra la Lega Nord che, alle elezioni di 6 mesi prima (non 10 anni ma 6 mesi) si era presentata unita a Forza Italia nel “ Polo del Buon governo”; il governo Amato fu appoggiato dall’Ulivo e dall’UDEUR operazione trasformistica orchestrata da Francesco Cossiga attraverso una scissione del centro destra, scissione attuata nel 1998 per consentire la formazione del governo D’Alema; il governo Monti ebbe l’opposizione soltanto di Lega Nord e Italia dei Valori; il governo Renzi appoggiato dal PD e da altri soggetti NCD, Scelta Civica, ALA, ecc, frutto di scissioni dal centro destra.

Da ricordare ancora che le maggioranze sostenitrici dei governi Monti e Renzi (oltre che del governo Letta, del governo Berlusconi 2008 – 2013 e del governo Prodi 2006 – 2008) sono state espresse da un Parlamento la cui composizione è stata dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale con la sentenza 1/2014 che ha bocciato la Legge Elettorale varata nel 2005 : lo stesso Parlamento illegittimo che ha eletto per te volte il Presidente della Repubblica, prima Napolitano in due occasioni e poi Mattarella.

Un sistema di vera e propria sospensione della democrazia repubblicana che dura ormai da oltre dieci anni.

Come si vede una storia di presunti governi “tecnici”, in realtà molto di risulta dalla “politica politicante” con storie di scissioni, rotture, clamorosi trasformismi dei quali il governo Renzi rappresenta un esempio fra i più evidenti.

Il “NO” nel referendum confermativo può così impedire l’ennesima legittimazione anti democratica di un governo illegittimo consentendo anche, in pratica, la caduta di una legge elettorale come l’Italikum attraverso la quale esiste la possibilità concreta di consegnare la maggioranza assoluta nei due rami del Parlamento che rimangono) ad un solo partito, situazione che ratificherebbe per via elettorale la costruzione di una oligarchia.

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