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martedì 29 novembre 2016

Fiume Sand Creek


Fiume Sand Creek
Mi è capitato ultimamente di poter rileggere con più attenzione il testo di Fiume Sand Creek di Fabrizio De André. Pur avendo sempre amato questa canzone, non mi ero mai reso conto dell’effettivo significato delle parole. Come immagino molti di voi sappiano, il brano si ispira al massacro di Sand Creek: la devastazione di un villaggio di Cheyenne e Arapaho operato dal colonnello statunitense John Chivington nel 1864. Sono convinto che si tratti di una delle poesie più belle di De André e vorrei analizzarne brevemente i versi.

La canzone inizia in modo anomalo: con l’esito del massacro, con quello che è già avvenuto e che nessuno ha potuto contrastare:
Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
sotto una Luna morta piccola dormivamo senza paura.
La storia è raccontata attraverso il punto di vista di uno dei bambini coinvolti nella battaglia. L’intero testo è permeato dall’innocente ingenuità del fanciullo, che narra le vicende attraverso i suoi occhi. Questo rende non solo ancora più triste la testimonianza, ma ne rivela un grande aspetto poetico. Forte ed evidente è anche il contatto primordiale con la natura tipico degli indiani d’America; questi sono i due aspetti chiave del brano. Per descrivere la notte, il bambino-De André utilizza l’esempio di una Luna in lontananza, di una luce soffusa. Il villaggio era senza paura, perché della paura non aveva bisogno.

Fu un generale di vent’anni
occhi turchini e giacca uguale
fu un generale di vent’anni
figlio di un temporale.

E subito si indica il colpevole: Chivington (che nella realtà non era più così giovane) e i suoi soldati; il figlio di un temporale, ossia di un evento naturale (di nuovo si riconduce tutto alla natura). Un generale di vent’anni che probabilmente rappresenta l’Occidente e l’avidità umana, che non si fermano nemmeno di fronte alla morte di donne e bambini.

I nostri guerrieri sulla pista del bisonte
e quella musica distante diventò sempre più forte
chiusi gli occhi per tre volte, mi ritrovai ancora lì
chiesi a mio nonno: “È solo un sogno?”, mio nonno disse sì.

E qui si inscena l’avvistamento della milizia americana: i guerrieri pellerossa erano a caccia di bisonti e avevano lasciato il villaggio indifeso; in lontananza si sente il passo pesante dei cavalli e le urla che si avvicinano sempre più. Il bambino sa che non preannuncia niente di buono, e cerca di capire se si tratta della realtà o di un sogno. Chiude gli occhi per vedere se tutto scompare, ma l’orrenda, orrenda realtà è ancora davanti ai suoi occhi. Spera sia solo un’illusione, e chiede conferma al nonno e alla sua saggezza di anziano. Trovo assai commovente l’amore del nonno che tenta di addolcire la morte del nipote:

Sì: è un sogno; non preoccuparti: qui non c’è dolore. Non potrai soffrire“. Presto sarà tutto finito.
Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso
il lampo in un orecchio, nell’altro il paradiso
le lacrime più piccole, le lacrime più grosse
quando l’albero della neve fiorì di stelle rosse
ora i bambini dormono nel letto del Sand Creek.

Il giovane indiano crede ciecamente al nonno, perché si fida di lui; è un sogno, nonostante l’apparenza faccia pensare il contrario. Così il suo sangue, dovuto alle ferite, è solo sintomo di un sogno troppo forte, di un’illusione troppo grande. Uno sparo lo colpisce, e già sente che la morte lo sta per cogliere, che il sonno è vicino. E chissà se poi si sveglierà dal sogno. Scorrono le lacrime, insieme al dolore e alla sofferenza: il sangue dei compagni schizza sugli alberi innevati. Ma non è sangue: sono solo dei fiori, delle stelle rosse. È sorprendente come De André riesca a trasformare delle scene così cruente, crude e crudeli in una poesia innocente degna solo di una mente ingenua ma incolpevole. E ora? Ora i bambini dormono nel fiume: in ogni caso non sentono più il dolore.

Quando il Sole alzò la testa tra le spalle della notte
c’erano solo cani e fumo e tende capovolte
tirai una freccia in cielo per farlo respirare
tirai una freccia al vento per farlo sanguinare
la terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek.

Nel primo e nei successivi versi di questa strofa di nuovo è presente il riferimento alla natura: è giunto il mattino; il Sole e la notte – personificati – sembrano non essere in disaccordo come gli uomini, ma essere teneri amanti. Lui si appoggia delicatamente alle spalle di lei: “Vai, riposati: ora ci penso io“.  Arrivata la luce, e scomparsi i soldati, il bambino può vedere la distruzione della sua casa: solo cani, fumo e tende capovolte. Niente più, ormai. Ma la prima cosa a cui pensa è il Sole: tenta così di dissolvere le nuvole e il fumo per permettere alla luce di penetrare e salvare la sua famiglia. Tira una freccia. Ne tira una seconda al vento: il Sole deve sanguinare! Deve essere punito! Perché? Perché il Sole ha permesso tutto questo? Perché non ha fermato quei soldati? Ma sono solo frecce: non possono nulla. La terza freccia, l’anima di quegli indiani, è ormai sul fondo del fiume.

Ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek.

Si ritorna così alla strofa iniziale. Perché alla fine è tutto collegato; perché l’unica conclusione possibile di un massacro è questa. Perché il bambino pensa che i suoi amici ora dormano sul fondo del Sand Creek. Perché quel bambino è sì ingenuo, ma forse neanche tanto.

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