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mercoledì 9 novembre 2016

Apocalypse #Trump

Il sonno scosso da una terra data in pasto ai lupi, così ruvida che Stephen-il-King dell’horror piombò in un profondo coma, che riuscì a raccontare solo a due decadi di distanza, nelle sue memorie, intitolate IT is Trump.

Il presagio di una catastrofe bagnava gli occhi dei più vicini, gli americani, che videro le lancette dei diritti portate indietro di un secolo, fino al sorgere del buio e al risorgere del dubbio.
La pestilenza si abbatté sul pianeta come un urlo di guerra su Twitter. Ebbe inizio con la cacciata degli immigrati dagli USA, mentre usa diventava sempre più un imperativo; proseguì con le nomine alla Corte suprema del Ku Klux Klan e di Charles Manson (quest’ultimo eletto in ritardo, a causa dei dubbi di Trump sulla reale dipartita di Ted Bundy).
Mentre a nord infuriava l’esodo canadese, le imprese edili, concentratesi sul confine messicano, iniziavano a costruire enormi mostri di cemento, grazie al sudore di migliaia di irregolari a caccia di spiccioli. Trump stimava l’alacrità della manovalanza, che pungolata sul fianco cercava di fingere orgoglio e rispetto per l’impenetrabile mostro cui dava malta per sopravvivere nel mondo dei ricchi.

Dopo lo spavento iniziale, il Congresso rispose risoluto, fondando un partito unico che ebbe il merito di innestare i primi focolai di protesta. Nelle vene dell’attivismo iniziò a scorrere una linfa nutrita da rinnovata determinazione, le organizzazioni siglarono accordi, le minoranze fecero fronte comune contro The Donald e nuove ondate femministe intasarono le strade, la rete e la corrispondenza che il Grande Fratello intercettava e decriptava senza posa.
Tuttavia, il razzismo divenne un diritto ariano garantito dalla Costituzione, la violenza sessuale fu depenalizzata, la Cina dichiarata “inconcepibile” e gli omosessuali accusati di stregoneria e condannati a una riprogettazione neuronica di ultima generazione.

Mike Tyson, divenuto nel frattempo Governatore delle Hawaii, trovò il favore del Presidente nella sua guerra al traffico di cocco, operato –a detta dell’ex pugile- da un gruppo di locali di ceppo polinesiano, appartenenti a una loggia massonica autoctona, dedita ad atteggiamenti integralisti e rituali pagani di natura sovversiva.
Quando la classe media si ribellò contro l’annullamento dell’Obamacare, il Presidente Dittatore sguinzagliò contro la plebaglia un contingente di fondamentalisti islamici riprogrammati e soffocò il dissenso con omicidi e rappresaglie che imputò ai cubani e a WikiLeaks.
Fu la fine di ogni speranza, il soffio sul già flebile lume della democrazia. In breve, tutte il potere si concentrò nelle grassocce mani suine di Donald Trump.
Non furono cerchiati molti giorni sul calendario, che il Presidente Dittatore –o come preferiva farsi chiamare lui, Dio- si trovò al comando di un esercito di animali antisociali, ammaliati dall’illusoria riaffermazione del machismo e della razza ariana. I separatisti corsi, i cugini nazisti, i nostalgici del Ventennio: il burattinaio intonò un sirenico canto che richiamò i ceffi più viscidi che il mondo avesse mai visto.

Il neoministro delle finanze, Dan Bilzerian, diede il via alla liberalizzazione delle armi da fuoco, istituendo nuovi sportelli di riarmo e sgravi fiscali per le famiglie con più di due fucili a carico. Riportando in auge i valori e la mentalità di quelli che definiva «i bei tempi» emanò un decreto che obbligava gli istituti scolastici a esporre nelle classi un poster dello Zio Sam, affiancato dal venerabile Donald.
Nonostante il cielo plumbeo e la tendenza degli americani a uscire sempre più spesso con la maschera antigas, Trump investì tutto sui combustibili fossili, andò egli stesso in Medioriente, viaggiò in groppa alle navi del deserto crivellando popoli a caccia di cibo e trivellando la terra a caccia di petrolio.

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