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giovedì 24 novembre 2016

ABBIAMO UN PROBLEMA: LA DEMOCRAZIA

Quello a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi con l'orrenda campagna elettorale tra i candidati alla Casa Bianca culminata con la vittoria Trump, è stata uno dei momenti più bassi della storia democratica degli Stati Uniti, tanto da farci venire il dubbio sullo stato di salute della più grande democrazia del mondo. Mentre il virus del populismo serpeggia in molti paesi europei, avanzano partiti e movimenti alternativi reazionari, la figura di Trump rappresenta in qualche maniera un termometro dello stato di avanzamento in cui versa il malcontento nella società americana. Diventa dunque importante cercare di capire i corto circuiti a democrazie moderne e avanzate.

Per poter spiegare il funzionamento della democrazia, evidenziarne i suoi pregi e i suoi difetti, e confrontarli con regimi più o meno repressivi, dobbiamo partire da un presupposto molto semplice: nella democrazia l’azione politica è totalmente condizionata dall’opinione pubblica e/o da gruppi di potere.

In pratica l’atteggiamento dei politici verso un determinato argomento (diritti degli omosessuali, temi ambientali, liberalizzazione delle droghe leggere, immigrazione, etc) è, nella maggior parte dei casi, condizionato dalla percezione che l’opinione pubblica ha su questo. A supporto della tesi abbiamo un’ampia evidenza empirica, oltre ovviamente ad esserci una base accademica molto solida.




I politici tendono a cambiare le proprie posizioni rispetto ad un determinato argomento a seconda di come cambia la percezione degli elettori. Il perché questo accade è abbastanza scontato: l’obiettivo dei politici è essere eletti e per riuscirci devono assecondare l’opinione di una certa maggioranza (o cercare di influenzarla con i mezzi che ha a disposizione). È un legame che è alla base del funzionamento delle democrazie moderne, con i pregi e i difetti che ne derivano. L’opinione pubblica ha un grande potere nell’influenzare le scelte politiche in un paese democratico, cosa che è praticamente impensabile in qualsiasi regime repressivo, ma questo significa dover trascurare temi importanti e assecondare a volte decisioni totalmente irrazionali, che possono avere ricadute negative sulla popolazione.

Pensiamo ad esempio al problema del riscaldamento globale e dei cambiamenti cambiamenti climatici. Parliamo di uno problemi più seri dei nostri tempi e nonostante gli allarmi lanciati dalla comunità scientifica fin dal secolo scorso, secondo una recente ricerca di Pew Research Center ancora oltre la metà della popolazione statunitense non crede o non è convinta che i cambiamenti climatici siano opera dell’uomo. Di conseguenza anche l’attenzione politica nei confronti di questi temi, almeno negli Stati Uniti, non è così alta come dovrebbe essere. E, paradossalmente, a livello mondiale la percezione sui problemi climatici è meno sentita proprio nei paesi maggiormente responsabili di emissioni di CO2, come Cina e Stati Uniti.

Questo ci induce a fare qualche considerazione sul processo di formazione dell’opinione pubblica, dal momento che diventa poi assolutamente determinante per l’azione politica. Le teorie della formazione e del cambiamento dell’opinione pubblica ci dicono che questa è funzione diretta all’esposizione mediatica e all’interesse soggettivo nei confronti di un determinato tema. Secondo queste teorie le persone hanno mediamente una scarsa informazione dei temi e dei processi politici e si interessano a determinati temi solo dopo averne sentito o letto una notizia tramite i mezzi di informazione. Ecco perché la libertà di informazione è assolutamente vitale per ogni democrazia matura: tanto più le fonti di informazioni sono diversificate e quanto meno sono soggette a ricevere pressioni esterne dalla politica o da altri gruppi o compagnie, tanto più alta è la qualità del processo democratico (a parità di altre condizioni).

Tuttavia, non tutte le notizie ricevono lo stello livello di attenzione: sono quelle ad alto coinvolgimento emotivo e con conseguenze vicine nel tempo e nello spazio che si prestano a rimanere nella memoria di lungo termine delle persone. Sono quindi le informazioni a maggiore impatto sociale capace di coinvolgere grandi insiemi di individui ad avere maggior impatto sull’opinione pubblica (qui ovviamente parliamo di impatto sociale percepito, non necessariamente reale). Le distorsioni percettive dell’opinione pubblica tendono quindi a indirizzare la politica verso decisioni irrazionali, con conseguenze spesso devastanti sia sul piano sociale che economico.

La sensazione è che la democrazia tenti di correggere sé stessa solo quando gli errori precedenti appaiono evidenti, senza però riuscirci fino in fondo, cadendo costantemente vittima delle falle che affliggono il processo democratico, e che non riguardano soltanto l’irrazionalità emotiva dell’opinione pubblica. Accade infatti di sovente che l’azione politica più che la volontà popolare accontenti posizioni di grossi gruppi di potere, che hanno l’obiettivo esclusivo di difendere i propri interessi, oppure che l’opinione pubblica venga totalmente bypassata perché il leader politico ritiene che certe questioni sono troppo importanti per farsi condizionare dalla pancia del paese. Quest’ultimo caso accade però abbastanza di rado (e quando accade sicuramente non siamo in prossimità di impegni elettorali), dal momento che le opposizioni hanno poi modo di sfruttare il sentimento popolare per aumentare il proprio consenso. La popolazione in questo caso, almeno nel breve periodo, si sente infatti tradita dal politico di turno (in quanto va contro la volontà popolare), e inizia a perdere fiducia nella democrazia, finendo per appiattirsi su posizioni estremizzanti.

Pertanto, indipendentemente dal fatto che l’opinione pubblica venga accontentata o meno, il processo democratico, per come è attualmente concepito, sembra essere destinato a erodere sé stesso. L’avanzata dei movimenti populisti ed estremisti un po’ in tutte le democrazie mature pare essere sintomatico del degrado che affligge in questa fase il processo democratico.

Appare quindi necessario, e lo ripetiamo da diverso tempo, riconoscere i problemi che affliggono le democrazie mature e cercare soluzioni che si traducano in un'evoluzione dei sistemi democratici. Continuare a sbandierare i valori della democrazia, ignorandone gli errori, solo perché il modello è superiore rispetto ai regimi repressivi, di cui pure è pieno il mondo, non ci porterà altro che avere meno democrazia.

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