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lunedì 31 ottobre 2016

#terremotocentroitalia e la trappola politica dell'”emergenza”

Le disgrazie sono sempre un'occasione di farsi belli, per governanti in crisi; e un banco di prova delle opposizioni politiche di mantenere la barra dritta. Il ricatto tipico delle “emergenze” è scattato senza alcuna sorpresa. Sergio Mattarella da Israele e Matteo Renzi da Palazzo Chigi hanno intonato il solito “tutti uniti, tutti insieme”. Più precisamente "Faccio appello alle forze politiche a evitare polemiche e divisioni".


E qui è andata in crisi la cultura politica grillina, che ha avuto la sua punta più ridicola nella sconosciuta senatrice Rosetta Enza Blundo, affascinata dal “complotto della magnitudo”, ossia dalla convinzione – condivisa da qualche migliaio di sprovveduti, sulla rete – che il governo avesse “taroccato” i dati sulla potenza del terremoto per qualche interesse politico (la tesi è che al di sotto di una certa soglia lo Stato non rimborsa i danni subiti dalla popolazione).

La toppa del leader carismatico – lo stesso Beppe Grillo – per non far incastrare il Movimento 5 Stelle nella scomoda posizione degli ignoranti complottisti è stata però peggiore del buco: "Il Movimento 5 stelle ha dato la sua disponibilità a collaborare e a proporre soluzioni per aiutare le popolazioni colpite, in tempi rapidi", ha subito risposto dal suo blog. "A situazione di emergenza eccezionale deve corrispondere una risposta eccezionale”.

Una volta accettato questo terreno, ogni possibilità di esercitare un controllo critico sulle decisioni del governo viene di fatto meno. E' fin troppo ovvio, infatti, che il governo dispone di tutte le informazioni più rilevanti (quanti danni, quanti sfollati, preventivo provvisorio dei costi, offerte di aiuti da privati e altri paesi, linee di comunicazione con l'Unione Europea, ecc), mentre la popolazione molto meno. Quindi diventa facile, per maneggioni smagati come quelli ai posti di comando, far passare qualsiasi iniziativa come “priva di alternative”. E silenziare come "sciacallaggio" qualsiasi critica a determinate decisioni.

La storia delle catastrofi naturali in Italia è un campionario di business della “ricostruzione”, con esempi di cinismo e orrore al di là di ogni immaginazione. E le lobby della cementificazione hanno nel governo attuale molto più di un piede o un aggancio. I recentissimi arresti tra i dirigenti dei lavori e delle società impegnati nella realizzazione di Terzo Valico, Salerno-Reggio, People Mover di Pisa (nonché alla guida del progetto del Ponte di Messina) si sono incaricati di chiarire a chiunque che tutto si può fare, con questo governo, meno che lasciargli campo libero nella gestione della ricostruzione.

Non è neccessario ribadire che ovviamente siamo tutti concretamente al fianco delle popolazioni che da agosto stanno vedendo il loro territorio e la loro vita sconvolti da un trerremoto continuo, di violenza addirittura crescente.

Ma proprio per questo sappiamo che l'unico errore mortale sarebbe quello di lasciare carta bianca a Renzi e a i suoi “cementificatori con la colla”. 



Diciamo un'altra cosa, sottolineata da molti: che il meccanismo dell'incentivazione si basa sulla prospettiva di ritorni brevi, e peraltro questa prospettiva è la stessa che non ha spinto finora la politica a intervenire in modo efficace ma solo debiti e magna magna.

 Specie se, come sta accadendo già da qualche settimana, il premier prova a impadronirsi della retorica euroscettica, facendo il viso dell'arme all'Unione Europea in difesa della legge di stabilità e persino sul Fiscal Compact.

Quest'ultima sortita – fatta davanti ai pochi intimi riuniti in Piazza del Popolo – è suonata più o meno così: "Noi diciamo che siccome nel 2017 casualmente a Roma si riuniranno i capi di governo e in Ue arriva a scadenza il tema del fiscal compact, noi non accetteremo di inserirlo nei trattati Ue".

Parlava ai suoi, dicevamo, e dunque faceva conto sulla diffusissima ignoranza in materia di tratati europei, tanto vincolanti quanto sconosciuti. Però i nostri lettori dovrebbero sapere bene che il Fiscal Compact è già in vigore. Ne sono stati rinviate, causa la perdurante crisi economica globale, alcune scadenze (la famosa “flessibilità” che, per esempio, è stata applicata cancellando momentaneamente l'obbligo di ridurre il debito pubblico di un tot per cento ogni anno), ma è perfettamente attivo e regola gran parte della procedura da cui deriva, alla fine di ogni anno, la “legge di stabilità”

Ricordiamo in estrema sintesi che il trattato chiamato Fiscal Compact è stato approvato il 2 marzo 2012 da 25 dei 28 stati membri dell'Unione europea ed è entrato in vigore il 1º gennaio 2013. L'Italia è ovviamente tra questi; gli unici a non firmarlo sono stati la Gran Bretagna (ben prima che vincesse la Brexit, insomma), la Croazia (che non era ancora tra i paesi membri) e dalla Repubblica Ceca.

Dunque Renzi non può “impedire di inserirlo nei trattati” per il buon motivo che è stato già fatto. Si può certo pensare che sia necessario disdirlo, rivederlo, correggerlo o cancellarlo, ma intanto te lo tieni.

Il vero nome del trattato è Patto di bilancio europeo, altrimenti detto Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell'unione economica e monetaria. Prevede, in estrema sintesi: a) l'obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio (e il Parlamento, all'unanimità, ha inserito quest'obbligo addirittura in Costituzione, all'art. 81); b) l'obbligo di non superamento della soglia di deficit strutturale superiore allo 0,5% del PIL (nel caso di paesi con debito pubblico  superiore al 60% del PIL); c) la significativa riduzione del rapporto fra debito pubblico e PIL, pari ogni anno a un ventesimo della parte eccedente il 60% del PIL (per l'Italia, dunque, oltre il 3% ogni anno); d) l'impegno a coordinare i piani di emissione del debito col Consiglio dell'Unione e con la Commissione europea (in pratica, si è persa l'autonomia anche nel produrre nuovo debito).

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