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martedì 4 ottobre 2016

Nonna Rosa


Mi manchi tu.
Mi servi tu.

Non saprei dirti se avevi ragione tu, se Dio certamente esiste, o se avevo ragione io, a ripeterti che era una bugia.
Vorrei poterne parlare ancora.
Vorrei tanto farti “incazzare” mettendomi magliette metallare, quelle che ti facevi il segno della croce; vorrei tornare a trovarti con i capelli verdi e vederti paonazza.
Vorrei tornare a trovarti con il mio ultimo tatuaggio e sentirti dire che solo a me stanno così bene.
Vorrei sentirti dire, ancora che “va bene, non ti preoccupare”.

Io non lo so, sai.. se qualcuno mi ha voluto bene come hai fatto tu.
Certe volte penso di no.
Ogni volta che passo sulla strada del cimitero, ti saluto, ci mancherebbe; ma quando passo a trovarti restiamo sempre in silenzio.
Intanto, invece, leggo i tuoi diari, i ricordi della tua vita, dove annotavi tutte le cose, dove partli di me, di papà, della fede, ed anche delle semplicità della vita.
Mi sembra di sentirti parlare.

Per me eri eterna, eri qualcosa di così forte che non pensavo di dover fare i conti con la tua assenza.
Hai preso papà e zio e li hai cresciuti da sola, senza mai chiedere nulla a nessuno.
Così all’antica, per tante cose, così all’avanguardia, per altre.
Hai studiato durante la guerra, sei diventata professoressa, poi direttrice di una scuola, studiando, facendoti i chilometri a piedi, con la tua gonna lunga ed i capelli corvini.

Impegnati sempre.

Non fare mai in modo che pensino tu non possa farcela.

Ricordati sempre chi sei, cosa è importante per te.

Non tradire mai i tuoi valori.

Sii rispettosa, fai la cosa giusta.

Me lo ripetevi sempre.

Vestiti ordinata, ti prego.

Sorridi ogni tanto

Non vestirti sempre di nero.

Non smettere mai di disegnare

Devi pettinarti i capelli!

Non parlare come uno scaricatore

Anche questo me lo ripetevi sempre.

Insieme abbiamo fatto tantissime camminate, abbiamo letto tantissimi libri, visto film e serie tv, specialmente quelle di Gialli, di casi irrisolti, ci passavamo il pomeriggio.
Insieme abbiamo mangiato un sacco di pasta e di dolci, perché tu ci andavi matta ed io quando dovevo farmi perdonare ti portavo sempre un vassoio di pastarelle.
Mi perdonavi sempre.

Quando sei “andata via” non ci ho molto creduto, ho pianto solo quando hanno murato la bara, sono tornata a casa e tutto è continuato.
Una parte di me era preparata, perché era tanto tempo che eri malata.
Ne avevamo fatte di giornate in ospedale, insieme, anche quando non mi riconoscevi.
Una parte di me preferiva ignorare la cosa.

Ma non c’è un giorno che il mio cuore non  ti ritrova, Nonna, un solo momento in cui vorrei poterti parlare, sentire la tua voce, essere abbracciata da te, sentire le tue mani sulla testa, prima di dormire, mangiare i piatti che mi preparavi.
Era tutto leggero con te, la pesantezza dei compiti, delle litigate, riuscivi a far sparire tutto.

Eri di ferro, inamovibile, una roccia, avevi quella forza dentro con cui riuscire a placare il mio animo narcisista, con cui dirmi che le cose sarebbero andate sempre bene.

Non sai cosa darei per poterti sentire ancora una volta chiedermi di raccontarti di me, non tanto per poter parlare,  ma perché tu ascoltavi veramente, nessuno lo aveva fatto mai.

Ad oggi, mi resta moltissimo, specialmente la tua assenza, la sensazione che ci farò i conti per tutta la vita, che non potrò mai più vederti sorridere quando aprivi la porta di casa.

Continuerò a comprare le nostre pastarelle preferite, continuerò a leggere libri su libri, ancora conosco a memoria tre canti dell’inferno di Dante, e non smetterò mai di portarti nel cuore. 
Continuerò a pensarti, a non parlare mai di te, perché i grandi dolori sono per sempre silenziosi nei nostri cuori, spero solo tu sappia che cosa hai significato per me.

Sei stata la Rossana nel mio Cyrano.

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