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domenica 11 settembre 2016

PER NON DIMENTICARE IL VERO #11settembre. #NeverForget911

Mentre il mondo celebra la falsa tragedia del 2001. NOI raccontiamo la storia di un intero paese umiliato  che, l'11 settembre del 1973, veniva spazzava via da un male insormontabile. Una storia, quella del presidente cileno Salvador Allende, che “non si ferma né con la repressione, né con il crimine”.


Erano le 9.10 dell'11 settembre e il Capo di Stato si era collegato per la quinta e ultima volta in radio. Parlando al suo popolo, lo rese partecipe di ciò che in quelle ore si stava verificando presso il palazzo presidenziale, quando i caccia bombardavano il tetto e, a terra, l'esercito pressava per aprirsi un varco e stuprare la democrazia. Si stava compiendo, in diretta, il golpe di Pinochet, uno degli eventi più discussi, tragici e controversi della storia recente, in cui, tra gli attori, presero parte anche e soprattutto la Cia e il governo degli Stati Uniti, guidato, ai tempi, da Nixon.
Si era in piena Guerra Fredda. La minaccia sovietica faceva tremare gli Usa e tutto serviva tranne che un nuovo paese tendente a sinistra a rompere i già faticosi equilibri che si erano venuti a creare nella scacchiera internazionale. Tanto più che quando, nel 1970, Allende venne nominato presidente con maggioranza relativa (raccolse il 36% dei voti), divenendo il primo leader marxista eletto in America, gli Usa palesarono l'intenzione immediata di rovesciare il volere del popolo attraverso un colpo di Stato. In un documento dello stesso anno, inviato dal vice direttore delle operazioni della Cia di Santiago, Thomas Karamessines, si leggeva: “È politica ferma e in atto che Allende venga rovesciato da un golpe … è imperativo che queste operazioni vengano intraprese clandestinamente e in sicurezza, in modo tale che la mano americana e dell'USG [Governo degli Stati Uniti] rimanga ben nascosta.”
La vicinanza di Allende a Castro, d'altronde, lo rendeva un nemico d'abbattere e, per questo, fin da subito venne compiuta, da parte della grande potenza americana, una campagna segreta atta ad aggravare le già devastanti condizioni economiche in cui versava il popolo cileno. Documenti del Consiglio Nazionale per la Sicurezza, in seguito declassificati dalla presidenza Clinton e scritti da Kissinger, danno adito a questa ricostruzione; il fine, ovviamente, era quello di impedire in qualsiasi modo un consolidamento del potere di Allende, rivoltandogli, anzi, il popolo contro e facendo precipitare il Cile nel caos.
Pur intuendo l'antipatia proveniente dagli Usa, il presidente non cessò con la sua intenzione di costruire la cosiddetta “via socialista cilena” e, fin da subito, diede inizio alle riforme. L'istruzione venne resa gratuita, così come lasanità. Terreni vennero espropriati e, soprattutto, venne nazionalizzata l'industria del rame, fino a quel momento in mano a società statunitensi. Un ennesimo smacco che andò ad aggravare i rapporti, già tesi, tra i due paesi. L'allora presidente Nixon, di contro, revocò gli aiuti al Cile e, nonostante i primi successi, il paese scivolò inevitabilmente nel vortice della recessione.
Una situazione tragica, in cui la democrazia era massacrata sia dagli Usa che da molti cileni. A provar rabbia nei confronti di Allende s'erano aggiunti, oltre agli esponenti cristiano-democratici e della destra del partito nazionale, i proprietari terrieri privati dei loro possedimenti e i poveri, ridotti sempre più al lastrico. La campagna americana dava i suoi frutti e l'inflazione galoppava, fino a raggiungere, nel 1973, la soglia del 500%. A quel punto gli scioperi furono all'ordine del giorno, i disordini continui, mentre il caos si spandeva come un cancro per le strade del paese. Le tensioni cominciarono a rendersi sempre più pericolose, fino a sfociare in un primo tentativo di golpe, a giugno del '73. In quell'occasione un gruppo di soldati, sotto la guida del colonnelloSouper, circondò il Palazzo Presidenziale tentando di rovesciare il potere, ma le forze lealiste risposero con forza reprimendo la rivolta. La calma sembrava esser stata ristabilita, ma anche Allende sapeva si trattava di una quiete apparente, tanto più che, a luglio, un simile episodio si riverificò, anche quella volta invano. Con il dispiacere, palesato, di Nixon.
A quel punto, il Capo di Stato tentò di riformare l'esercito, temendo per il futuro. Alla guida del Ministero della Difesa pose il suo fedele Prats, ma, fin da subito, si sollevarono proteste riguardo la nomina e Allende fu costretto a far marcia indietro. Revocatogli l'incarico, lo affidò al generale Augusto Pinochet, sicuro di porlo in ottime mani.
Riorganizzata la sua sicurezza e, di conseguenza, quella del suo popolo, Allende accelerò nelle riforme, ma dovette fare i conti con un nuovo assalto. Questa volta non militare, quanto giuridico. I partiti a lui avversi, infatti, si rivolsero ai militari accusando il Presidente di atti incostituzionali. Era il 22 agosto e, tra le denunce presentate dai cristiani-democratici e i nazionalisti, ormai alleati, figurava anche quella secondo cui il Capo di Stato stesse tentando di “assoggettare tutti i cittadini al più stretto controllo politico ed economico da parte dello Stato con lo scopo di stabilire un sistema totalitario”. La risposta di Allende fu durissima; rigettando tutte le accuse, sottolineò l'importanza di una democrazia giusta e difese il suo operato, sempre diretto verso il bene sociale.
Non bastò. Poche settimane dopo, tra il 7 e il 10 settembre, Allende venne informato dal generale Prats di un imminente colpo di Stato, ipotizzato per il 14. Fu il generale a suggerire al Presidente di lasciare il Paese e fuggire, ma l'uomo rifiutò e, anzi, convocò i militari Pinochet e Urbina, considerandoli entrambi a lui fedeli. A loro parlò dei rischi che stava correndo e delle strategie militari e politiche -tra cui un plebiscito- da proseguire, condannandosi, per tanto, a morte.
Alle 6 dell'11 settembre, giorno in cui Allende avrebbe dovuto annunciare le sue decisioni riguardo il plebiscito, i lealisti compresero come il golpe fosse ormai in atto. Il Presidente non si lasciò intimorire e si trasferì da casa sua presso La Moneda, dove lo raggiunsero amici e fedeli. Alle 8 meno cinque, Allende comprese quanto stava per accadere e si collegò per la prima volta in radio per riferire ai suoi cittadini quanto in sua conoscenza. Poco dopo, cominciarono i bombardamenti.
I militari, guidati da Pinochet, non lasciarono scampo ai lealisti. Assaltata La Moneda, impedirono entrate e uscite, bombardando e sfondando barricate. Per ore, all'interno del palazzo, i lealisti combatterono e resistettero, fino a che non apparve più chiaro come non ci fosse nulla da fare. Il golpista aveva vinto, Allende sarebbe stato ucciso come i suoi fedeli e, questa previsione, il Presidente, non poteva accettarla. Per questo, dopo aver combattuto per la democrazia fino all'ultimo, persa definitivamente speranza, si concesse l'ultimo atto rivoluzionario: anziché consegnarsi al nemico o lasciare che lo catturassero, afferrò il suo AK47, dono di Fidel Castro, e si suicidò, scaricandosi la mitraglietta addosso. I militari dissero per lungo tempo di averlo ucciso, ma ricostruzioni, testimonianze ed esami hanno sempre confermato la teoria del suicidio.
La dittatura di Pinochet durò dal 1973 al 1990. In diciassette anni, 40mila persone furono uccise, torturate o incarcerate perchè considerate dissidenti, traditori. 1200 di loro sparirono nel nulla, più di 3000 furono le vittime accertate. Il tutto con il contributo e il benestare della Chiesa, che nascondeva i crimini del dittatore, e della Cia. Ebbe a dire Kissinger, riferendosi al golpe:“Non l'abbiamo fatto, ma ne abbiamo creato le basi”.
Sono trascorsi quarant'anni da quel giorno. Il Cile ha ritrovato la democrazia, per quanto con fatica. Ancora si ricuce le ferite lasciate da Pinochet, e spesso le paga. Ancor più sovente, si guarda indietro e riconosce una lunga scia di sangue che, se nel generale aveva trovato il suo più crudele esecutore, riconduce a ben altri potenti. Coloro che le mani sporche di sangue non ce l'hanno, ma la coscienza intrisa e grondante, quella sì.

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