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giovedì 1 settembre 2016

Intrecci pericolosi tra Il Milan, Berlusconi, Dell’Utri e Cosa Nostra

Erano i primi anni settanta e per i miliardari milanesi tirava una brutta aria; la Lombardia infatti era invasa da pezzi grossi di Cosa nostra, quasi tutti in soggiorno obbligato.

Costoro volevano espandere il business della droga alla conquista dei mercati del nord contendendo la leadership ai criminali calabresi; uno dei settori in cui i siciliani eccellevano erano i sequestri di persona.


Parecchi industriali milanesi dovettero pagare fior di riscatti per il sequestro dei propri figli, Silvio Berlusconi mandò i propri all’estero per qualche tempo; anche il padre, funzionario della Banca Rasini, fu minacciato di sequestro.

Ad Arcore non si dormiva, la villa in cui il cavaliere viveva con la moglie ed i figli Marina e Pier Silvio detto Dudu non era un posto sicuro.

Berlusconi si ricordò di un caro compagno di scuola dei tempi dell’università, Marcello Dell’Utri, a quel tempo direttore della Sicilcassa di Palermo e presidente di una formazione di calcio dilettantistica, la Bacigalupo di Palermo.

Dell’Utri lascia immediatamente il posto in banca per passare alle dipendenze di Silvio Berlusconi che ha bisogno di uno che conosca l’ambiente dei siciliani e che possa mediare con loro per la sicurezza.

L’ex bancario siciliano è amico di Vittorio Mangano, conosciuto proprio in Sicilia sui campetti di calcio dove si esibiva la Bacigalupo; il Mangano è esperto di agricoltura e di cavalli e vedi la combinazione in quel periodo il cavaliere cercava qualcuno che si occupasse dei terreni annessi alla villa di Arcore: Mangano fu assunto come stalliere.

In quello stesso periodo un flusso abnorme di miliardi delle vecchie lire passa dalla Banca Rasini, quella in cui lavorava il padre di Berlusconi, tra i clienti più affezionati di questa banca vi sono Totò Riina, Pippo Calò, Bernardo Provenzano ed un certo Vittorio Mangano.

Tutte coincidenze.

Già, perché lo stalliere di Arcore, tale Mangano, non è soltanto uno stalliere, è anche un pezzo grosso della mafia ben conosciuto negli ambienti della malavita siciliana.

Dal suo ingresso nella villa di Arcore dove si stabilisce con moglie e figli le minacce al cavaliere svaniscono; si instaura un rapporto di intimità tra le due famiglie al punto che la terzogenita dello stalliere verrà chiamata Marina proprio come la figlia di Berlusconi.

Godendo di questa illimitata liquidità (mai nei vari processi ne è stata dimostrata la provenienza) il cavaliere da palazzinaro padrone della Edilnord, si getta d’impeto nelle televisioni; il gruppo Fininvest esce prepotentemente alla ribalta.

A quei tempi non poteva trasmettere in diretta ma il cavaliere elabora un trucco: non potendo irradiare gli stessi programmi simultaneamente fa incetta di emittenti locali con relative frequenze in modo da coprire tutto il territorio nazionale.

La genialata è venuta in mente al fido geometra, un impiegato del comune di Monza candidato sindaco dello stesso paesino nelle file della Democrazia Cristiana, tale Adriano Galliani.

Il “pelata” fungendo da prestanome acquisiva piccole emittenti televisive o ne creava di sana pianta ed infatti Canale cinque, Italia uno e Retequattro allietavano le giornate di milioni di italiani.

Erano gli anni di “Allegria”, di Marco Columbro, dei Puffi e di Love Boat.

Nascono dal nulla Rete Sicilia, Trinacria TV e tante altre tra cui Sicilia Televisiva sulle cui frequenze trasmetteva Retequattro; quest’ultima ha una particolarità, nel 1985 entrò massicciamente in società Mario Ciancio Sanfilippo, all’epoca presidente della Federazione Italiana Editori Giornali, poi vicepresidente dell’ANSA (tutt’ora fa parte del consiglio di amministrazione) padrone delle emittenti catanesi Videotre e Telecolor, del giornale La Sicilia, possiede quote del Giornale di Sicilia, Gazzetta del Sud, gazzetta del Mezzogiorno, LA7, MTV, Telecom, Tiscali, L’espresso/Repubblica ecc.

Quello dell’imprenditore catanese è un nome chiacchierato, è stato indagato e poi assolto per favoreggiamento a Cosa nostra.

Agli inizi degli anni ottanta Berlusconi è un imprenditore affermato, il calcio è l’ultima frontiera del business; Dell’Utri propone al cavaliere l’acquisto del Palermo.

“Silvio compra il Palermo, la società è piena di debiti ma con te come presidente potrebbe tornare in A”.

La società rosanero versava in cattive acque, dopo l’addio di Renzo Barbera il neo presidente Gambino è stato arrestato per mafia ed è morto a Rebibbia, il suo successore Parisi è stato ucciso dalla mafia e sul presidente in carica, l’avvocato Salvatore Matta pendeva la spada di Damocle del “Rapporto Montana”, che poi lo condusse in carcere incastrato da alcuni faldoni di intercettazioni telefoniche che ne indicavano una gestione finanziaria fraudolenta.

Beppe Montana, si sa,  fece pure lui una brutta fine

Era troppo per il cavaliere sulla cui coscienza gravavano già fin troppi fatti riconducibili alla malasicilia, così acquistò il Milan.

Di calcio non ne capiva nulla, ai primi tempi era Dell’Utri che lo consigliava, ma aveva a disposizione finanziamenti illimitati; così acquistò Gullit, Rijkard e Van Basten, i tre più forti giocatori del mondo mentre il Palermo fallì miseramente e fu radiato.

Il Milan diventò la più forte squadra del mondo, quando finirono i soldini da spendere senza ritegno i rossoneri non vinsero più nulla, perché nel calcio la competenza conta fino ad un certo punto contano i soldini.

Ad oggi Dell’Utri è in galera, per alcuni magistrati Berlusconi avrebbe dovuto fargli compagnia ma siamo in Italia.

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