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venerdì 26 agosto 2016

I terremoti provocano morti solo perché il patrimonio edilizio non è a norma

Quando accade un terremoto, per evitare l’evento naturale non si può fare nulla; mentre, per evitare che diventi una catastrofe, forse qualcosa si può fare. E questo lo sanno benissimo tutti: esperti, uomini e donne delle istituzioni, scienziati e politici. Non a caso, in Italia sono state prodotte numerose norme che vanno nella direzione della prevenzione. Ormai abbiamo osservato che ogni 4 o 5 anni c'è un sisma che colpisce la dorsale appenninica. Eppure gli amministratori non fanno prevenzione. Il risultato è che l'Italia è arretrata come il Medio Oriente: in un paese avanzato una scossa di magnitudo 6 non provoca crolli e vittime.


Per comprendere cosa si può e si deve fare basta confrontare due forti terremoti (Magnitudo Momento Mw 7,0, dati Usgs) avvenuti pochi anni fa: il terremoto di Haiti del 12 gennaio 2012 (13 km di profondità e 25 km di distanza da Port-au-Prince) e il terremoto in Nuova Zelanda del 3 settembre (5 km di profondità e 45 km di distanza da Christchurch). Nonostante abbiano avuto energia e profondità molto simili, i due eventi hanno provocato danni completamente diversi: secondo i dati ufficiali, ad Haiti oltre 220mila morti e 1,3 milioni di sfollati, più di 97mila case distrutte e oltre 188mila danneggiate nella zona di Port-au-Prince e nella parte meridionale di Haiti; in Nuova Zelanda, nessuna vittima (in realtà, se n’è registrata una, ma per infarto), due feriti gravi, sei ponti e molti edifici danneggiati nella zona di Christchurch e danni molto contenuti in gran parte di Canterbury. Il paese più ricco, a parità di terremoto, ha subito meno danni di quello più povero. Questo confronto è stato sotto gli occhi di tutti e, per settimane dopo il terremoto in Nuova Zelanda, la stampa internazionale ha tentato di verificare come gli effetti devastanti del terremoto di Haiti potevano essere mitigati dall’utilizzo di norme consolidate per la realizzazione degli edifici, e quindi dalla tecnologia.

Gli effetti così contenuti del terremoto in Nuova Zelanda sono sostanzialmente dovuti ai regolamenti edilizi molto stringenti e alla serietà con la quale sono stati rispettati in tutto il paese. Insomma a fare la differenza è la preparazione del paese: la cultura legislativa, il rigore con il quale le norme vengono applicate, la disponibilità economica per poter utilizzare gli ultimi ritrovati tecnologici e i più moderni materiali antisismici negli edifici. Quindi oltre ad essere sufficientemente ricco un paese deve avere anche un buon indice di legalità.

E noi dove stiamo? In Italia stiamo un po’ in mezzo a questi due estremi. Abbiamo molta esperienza con i terremoti, un’ottima normativa sismica, sismologi che sono riusciti a ricostruire gli ultimi 2000 anni della nostra storia sismica e che fanno un monitoraggio continuo e dettagliato della sismicità in tempo reale, ingegneri strutturali che progettano nuovi ritrovati tecnologici
e sperimentano i più moderni materiali antisismici.

Ciononostante un terremoto forte continua a provocare molti danni e vittime. Il punto è esattamente quello indicato da Tozzi. Ci sono troppi interessi che si muovono dietro alla prevenzione e che di fatto portano alla disapplicazione delle norme esistenti.
In tutto questo gioco, sempre poco trasparente, a rimetterci sono le comunità più piccole che sono letteralmente strozzate e rese impotenti da una parte dallo Stato Centrale che continua a tagliare fondi e, contemporaneamente, attribuire nuove responsabilità; dall'altra, gli interessi economici veri e propri, come nel caso delle agenzie immobiliari, che spingono per far uscire i vari territori dalla "black list" sismografica.

Oggi sappiamo, grazie anche alle tecnologie, che il rischio sismico può essere mitigato solo costruendo i nuovi edifici nel rispetto della normativa antisismica e effettuando corretti interventi di consolidamento strutturale preventivo, cioè preterremoto, sugli edifici esistenti ad alta vulnerabilità.
Negli ultimi anni qualcosa è stato fatto in questo senso, ma sempre troppo poco. Infatti se andiamo a vedere il censimento specifico della vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio ‒ effettuato, tra il 1999 e il 2001, in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia e Sicilia ‒ ci rendiamo conto che la situazione è estremamente grave per quel che riguarda gli edifici pubblici e l’edilizia
privata. Inoltre alcuni edifici in cemento armato risultano essere più a rischio di quelli in muratura.

Non esiste alcun alibi, continua il geologo: "Non veniteci a dire che i paesini del centro Italia sono antichi e perciò crollano più facilmente. Gli antichi sapevano costruire bene e basta pensare che a Santo Stefano di Sessanio, vicino l'Aquila, era crollata soltanto la torre perché restaurata con cemento armato, mentre a Cerreto Sannita nel Beneventano quasi tutto era rimasto intatto dopo il terremoto dell'Irpinia: non fu un caso, era stato costruito bene".

C'è infine, un'altro fattore. E qui ritorniamo al patto di stabilità imposto dallo stato a Regioni e Comuni. Questo fattore si chiama crisi economica. I paesi più piccoli e lontani vengono abbandonati ad un ritmo sempre più veloce. Si spopolano a causa della crisi economica e dell'assenza di qualsiasi politica di ripopolamento e di mitigazione degli effetti della disoccupazione. Detta così è anche una bella contraddizione mentre centinaia di migliaia di migranti vengono respinti dalle nostre coste. Ma insomma, questi luoghi si ripopolano solo nel periodo estivo (da qui l'alto numero dei morti) per quella residenzialità mordi e fuggi che sta bene a tutti, a cominciare dai sindaci, ma che non fa bene al paesino in quanto tale.

Basta morti che si possono evitare allora! Basta melensi discorsi sui soccorsi più o meno tempestivi e sui sindaci-eroi. Basta retorica. Se le case vengono giù non è solo colpa del terremoto ma della catastrofe di questa politica che ha deciso di sottostare al cosiddetto patto di stabilità. E' una follia. Anzi, è una guerra.

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