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giovedì 21 luglio 2016

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 L'ITALIA OGGI
  Il fatto è che lesse nei loro occhi l’insulsaggine, vide il tempo vivo diventare dispari e svanire su quella moltitudine incosciente che invocava il suicidio. Ed ebbe l’idea più ipocrita che un pusillanime potesse pensare: non potendo ucciderli tutti li avrebbe fatti morire lentamente.

  




Luhil capì che li avrebbe alienati al punto di non avere né una memoria, né una realtà. «Una non vita è come nessuna esperienza» pensò. Li avrebbe sfiniti di bugie e dilemmi lasciandoli incapaci di intendere e di volere. Neanche il piacere di pensare. Sopraffatti dal peso delle loro stesse palpebre avrebbero avuto bisogno di qualcuno che ordinasse loro di aprirle. Lo stava pensando; e mentre lo pensava l'idea gli crebbe dentro come un'onda benefica che disseta le cellule, e indietreggiò romanticamente di un passo come se avesse visto la madonna. E masticando parole incomprensibili fra labbra sarcastiche capì che sarebbe vissuto ancora a lungo. Fino a quando?
Ma ora doveva prendere una decisione e in fretta. Era quello il momento opportuno per dare un ordine a tutti. Un ordine inutile, ma perentorio, un comando uguale per uomini, donne, vecchi e bambini. Uno solo e irreversibile. Ecco.... Sì. Non poteva ucciderli tutti, ma aveva appena intuito come essere contemporaneamente tutti loro. Un bagliore gli accese il volto e iniziò a parlare a quella gente come un lupo si prepara a ghermire l’agnello.

Con il bastone in aria ringhiò che stava facendo la volontà di Dio. Già. Dio non avrebbe potuto chiedere nulla di più semplice e contemporaneamente di più inutile. Quei pensieri gli segnavano il volto di gioia e il suo cuore rideva di quella gente straniata. I muscoli sotto la sua pelle si contraevano di spasmi nascosti, si nutrivano di fiele e si gonfiavano d’ipocrisia. Bisognava guardarlo per scendere fino a quel cuore di pietra, ma chi lo aveva fatto era morto a un passo da lui nella pozza di sangue dove si stava specchiando una donna in lacrime. Più di una volta fu tentato di scalciarla. Due calci dati bene, le avrebbero rotto l’osso del collo. I singhiozzi lo infastidivano, la lagna gli dava ai nervi. Ma non si decise. Frattanto guatava il capannello in cerca di un dissidente.
«Bene», pensò. Non reagiva nessuno. I suoi occhi vedevano nullità immobili o visibilmente lenti, le labbra strette e le braccia lungo i fianchi non gli facevano paura e la testa china è dei moribondi, gli sguardi persi nel vuoto sono le proiezioni invisibili di un cervello vuoto, inconcludente o amorfo, e il desiderio di sentirlo parlare equivaleva alla nomina immediata a capo carismatico.
Luhil lo capì. Lui era unico e loro, lì a quattro, cinque passi, erano la massa senza sangue, senza voce, senza respiro. Insomma, loro erano niente e senza bastoni, meno che niente.
Intanto, sans le savoir la sroria di Luhil inaugurava il successo di chi mortifica il genere umano. La carriera dell’uomo su questa terra scriveva il primo rigo della prima pagina della prima storia dell’odio che partorisce il dittatore.


Grazie per l'attenzione luglio 2016
Marcello Scurria

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