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sabato 16 luglio 2016

Per la prima volta nella storia della ‪#‎Turchia‬, religione e il nazionalismo si uniscono gettando Le Basi del nuovo fascismo

Quando il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) è salito al potere nel 2002, molti laici temevano che la Turchia si sarebbe presto trasformata in un regime basato sulla shari’a, la legge islamica. Ai sostenitori dell’AKP queste paure parevano esagerate perché erano convinti che soltanto un partito con un forte elettorato conservatore avrebbe potuto ridurre l’ingerenza dell’esercito nella politica nazionale e agevolato così il percorso dello Stato turco verso la democrazia.
A quasi quindici anni di distanza, entrambi gli scenari si sono dimostrati lontani dalla realtà. Il regime che si è consolidato sotto i governi dell’AKP è autocratico (centrato sul potere di un solo uomo, della sua famiglia e del suo entourage), caratterizzato da una forma clientelare di capitalismo, appoggiato dall’esercito e rafforzato da ideologie islamiste e nazionaliste che permettono a una nuova classe di privilegiati di guadagnare l’appoggio popolare nonostante le politiche egoistiche e catastrofiche che adottano.

L’AKP è nato da una scissione interna al Partito del Benessere (RP), una formazione islamista che nel 1997 è stata estromessa dal governo su pressioni dell’esercito e della stampa. Sin dalla sua fondazione, l’AKP si è presentato come partito filo-occidentale e democratico-conservatore. Durante gli anni 2000 ha combattuto diverse campagne contro l’establishment laico-nazionalista e in particolar modo contro l’esercito. Con il passare del tempo, l’establishment del partito ha mostrato la sua vera natura, acquisendo un potere tale da poter far fronte ad ogni tipo di minaccia senza dover più fingere di essere rispettoso dello stato di diritto, dei diritti umani, dei principi democratici, e senza il bisogno del sostegno occidentale o degli intellettuali turchi progressisti.

L’autoritarismo dell’AKP è aumentato sensibilmente negli ultimi anni, quando il partito ha azzerato il suo iniziale processo di democratizzazione per sostituirlo con un regime basato sul sangue e sulla paura sotto lo stretto controllo di Erdoğan, della sua famiglia e del suo entourage. Questo nuovo regime si sostituisce in parte a quello precedente, caratterizzato anch’esso da un’ideologia anti-democratica e dal dogmatismo nazionalista. Anche’esso, come altri, si fonda sui metodi “sporchi” del passato: le campagne diffamatorie, il terrorismo di Stato, i rapporti criminali. Allo stesso tempo, però, l’AKP è riuscito a sostituire il carattere laico e repubblicano dell’establishment precedente con un populismo religioso, capace di rispolverare le fantasie neo-ottomane e il culto del suo leader.

Sebbene la Turchia di oggi sia spesso definita come «il governo di un uomo solo», questa descrizione risulta troppo semplicistica, e rischia inoltre di minimizzare la natura kafkiana e complessa della politica turca contribuendo, di fatto, a nascondere la struttura di potere che permette a un regime quasi fascista come quello attuale di perdurare. Due foto di matrimoni avvenuti tra il 2015 e il 2016 forniscono uno scenario utile per raccontare i meccanismi e le alleanze su cui si fonda il nuovo regime turco.

Islamisti e ultra-nazionalisti

La prima foto, scattata nell’estate del 2015, è tratta dal matrimonio di Taha Ün con un’assistente della moglie di Erdoğan. Il Presidente è presente alla cerimonia come testimone di nozze. Ün è un giornalista del Yeni Şafak, un quotidiano noto per essere l’organo editoriale dell’intelligenzia islamista turca, ma che di seguito è diventato una macchina di propaganda a basso costo. Il declino di questo giornale rivela una tendenza che ha coinvolto i maggiori quotidiani nazionali, alcuni dei quali sono stati recentemente acquisiti o rilevati con la forza da ricchi magnati filo-governativi. Si tratta di una gigantesca macchina da guerra, con le prime pagine che riportano tutti gli stessi titoli allo stesso momento, pubblicano notizie preconfezionate, portando avanti una campagna diffamatoria ben coordinata contro i “dissidenti”.

Taha Ün è anche un fenomeno Twitter, noto per il suo ardente e tenace supporto per il governo e i suoi tweets carichi di odio nei confronti di curdi, alevi, ebrei e femministe. Di fatto Ün è un chiaro esempio di quello che in Turchia è definito “AKP troll”. Lo pseudonimo che utilizza su Twitter è forza di volontà, un riferimento alla “volontà nazionale”, un’espressione spesso usata dal governo per giustificare ogni decisione presa in nome della nazione che li ha eletti, come se un governo avesse il permesso di fare qualunque cosa solo per il fatto di essere stato votato a maggioranza.

Nella foto, si vede Erdoğan che conversa con due personaggi di rilievo. Quello sulla destra è Fehmi Bülent Yıldırım, presidente della Fondazione per l’Aiuto Umanitario (IHH), al centro dell’attenzione internazionale nel 2010 quando una sua nave diretta a Gaza fu assalita dall’esercito israeliano. Oltre agli impegni umanitari, IHH è nota per i suoi legami coi jihadisti, tanto da essere stata accusata dal Free Syrian Army (Esercito Siriano Libero) di aiutare i Fratelli Musulmani in Siria con il sostegno del MİT, il servizio di intelligence turco.

Le ambizioni neo-Ottomane sulla Siria e l’invio di armi da parte dei servizi segreti non sono per nulla segrete, tuttavia la pubblicazione di tali informazioni ha causato seri problemi ad alcuni giornalisti come Can Dündar e Erdem Gül che sono stati recentemente condannati a pene detentive per «rivelare segreti di Stato». Dündar ha anche rischiato di essere assassinato: dopo mesi di campagna d’odio messa in moto dal governo e dai mass-media che l’hanno definito traditore, la parola gridata dall’attentatore prima di sparare al giornalista è stata propio «traditore».

Il personaggio sulla sinistra è invece Sedat Peker, un pregiudicato boss mafioso con legami nell’esercito, da quando lavorava per il cosiddetto “stato profondo” della Turchia negli anni 1990, e che oggi risulta essere una figura popolare tra i giovani ultra-nazionalisti. Peker ha in un certo senso aperto la strada al tentato omicidio di Dündar scrivendo sul suo sito web che è dovere dei patrioti restaurare la pena di morte e giustiziare traditori come Can Dündar. L’uomo che ha sparato a Dündar ha ammesso di aver commentato il post sul sito web di Peker, esplicitando il suo desiderio di incontrarlo per raccontargli i suoi progetti.

Alla fine degli anni 2000, mentre si trovava già in prigione con l’accusa di crimine organizzato, Peker era stato incriminato insieme a centinaia di altre persone per essere membro di Ergenekon, una presunta rete nazionalista clandestina formata da civili e soldati di alto profilo. All’epoca, il processo fu pubblicizzato come una operazione “mani pulite” che mirava a liberare la Turchia da gruppi politico-criminali annidati nell’apparato statale. Con il passare del tempo, tuttavia, è diventato evidente che i giudici avevano altre priorità: il processo si è rivelato un’operazione condotta da procuratori fedeli al religioso turco Fethullah Gülen, all’epoca alleato di Erdoğan, interessato a sbarazzarsi di una forza rivale per infiltrarsi più profondamente nell’apparato statale. Tuttavia, non appena pubblici ministeri gülenisti si sono rivolti contro Erdoğan con un’indagine sulla corruzione nel 2013, le alleanze politiche si sono spostate, e tutti i sospetti del processo Ergenekon e altre cause legali simili sono stati assolti e liberati con l’appoggio del governo. L’AKP ha iniziato a sostenere che i membri di Ergenekon erano stati ingannati dallo “Stato parallelo” gülenista. Questa mossa ha permetto a Erdoğan di allearsi con un esercito più mansueto e obbediente insieme a cui combattere nemici comuni: i gülenisti, il movimento politico curdo, la sinistra ed i liberali.
«Che il loro sangue scorra come fiumi»

Peker, divenuto una figura apertamente pro-Erdoğan, da quando è stato liberato ha tenuto comizi in tutto il Paese, predicando a una folla giovane ed eccitata. Un giorno prima dell’attentato dell’ISIS del 10 di ottobre 2015 (in cui persero la vita un centinaio di curdi e di sostenitori della sinistra che protestavano ad Ankara contro l’abbandono da parte del governo del processo di pace con il PKK), Peker era sul palco a minacciare i nemici dello Stato, proclamando che avrebbero fatto «scorrere il loro sangue come fiumi». Molti comuni cittadini hanno apertamente celebrato la strage di Ankara sui social media, contribuendo a uno degli episodi più preoccupanti della “banalità del male” nella storia recente della Turchia. L’attentato è stato il risultato della negligenza delle autorità, se non addirittura della loro collaborazione con gli attentatori, sia per la decisione di non prendere seri provvedimenti contro le cellule ISIS in Turchia nonostante le informazioni fornite dalle stesse famiglie dei militanti, sia per non aver preso le misure di sicurezza necessarie nonostante informazioni sull’attacco fossero state ricevute in anticipo dall’intelligence. L’attentato ha contribuito significativamente alla creazione di un clima di paura tra coloro che si opponevano alla guerra ed ha spinto le masse tra le braccia di un leader forte e apparentemente capace di garantire stabilità, portando all’AKP voti sufficienti alla tornata elettorale di novembre 2015.

Pochi mesi dopo, nel gennaio 2016, Peker ha ripetuto la sua violenta minaccia sul suo sito web, unendosi alla campagna diffamatoria avviata da Erdoğan contro oltre un migliaio di docenti universitari colpevoli di aver firmato una dichiarazione in cui affermavano di non voler essere partner dei crimini di Stato commessi contro la minoranza curda. I crimini si riferiscono alla ripresa delle operazioni militari contro i gruppi del PKK delle città del sud-est della Turchia; operazioni che in poco tempo si sono trasformate in un processo di punizione collettiva contro la popolazione della regione: settimane di coprifuoco 24 ore su 24, centinaia di morti tra i civili, distruzione di città e di interi quartieri, crimini di guerra e l’esposizione dei cadaveri mutilati su internet. Molti degli studiosi che hanno firmato la petizione hanno perso il lavoro e sofferto vari tipi di abusi sulla base di accuse di «propaganda terrorista» e «oltraggio alla nazione turca ed allo Stato turco», ricevendo anche minacce da parte di gruppi ultra-nazionalisti. Quattro di loro sono stati imprigionati per più di un mese prima di essere rilasciati in attesa del processo.

Sedat Peker può essere visto come l’incarnazione della nuova ideologia ufficiale della Turchia: un mix di nazionalismo e islamismo. Nella foto sopra si può vedere Peker intento a fare il segno della “rabia” con la mano sinistra, un segno che è diventato popolare tra la base AKP a sostegno della Fratellanza Musulmana contro il giro di vite dalla dittatura militare egiziana. Con l’altra mano sta facendo il segno dei Lupi Grigi, la più grande organizzazione ultra-nazionalista turca. Durante la guerra fredda i Lupi Grigi sono stati utilizzati come gruppo paramilitare contro i militanti della sinistra, ma sono ancora attivi quando si tratta si compiere azioni violente e intimidatorie. In seguito all’interruzione del processo di pace con il PKK nell’estate del 2015 come rappresaglia per gli attacchi contro le forze di sicurezza, i Lupi Grigi hanno attaccato imprese e quartieri curdi e dato alle fiamme alcuni uffici del partito del Partito Popolare Democratico (HDP), l’ala legale del movimento politico curdo.

Questo nuovo ibrido di islamismo e nazionalismo è emerso chiaramente anche tra le forze di sicurezza che combattono il PKK nel sud-est del Paese. In passato la lotta contro il PKK era accompagnata da slogan nazionalisti, ma oggi molti poliziotti e soldati sono convinti di combattere una guerra di religione contro i nemici dell’Islam. Alcune squadre delle forze speciali hanno nomi che rimandano alla tradizione islamica e ottomana. Le scritte che sono apparse sui muri della città curda di Silvan, per esempio, enunciano slogan come «Allah da solo è sufficiente» e «vedrete la potenza del turco» e sono firmate dalla squadra speciale di polizia Esedullah, i “Leoni di Allah”.

Il complesso militare-industriale

Ma ora arriviamo al 15 maggio 2016, ad un altro matrimonio. Questa volta, è la figlia di Erdoğan, Sümeyye Erdoğan, a sposarsi. Lo fa con Selçuk Bayraktar, un industriale che vende droni per uso militare allo Stato turco. Alcuni ipotizzano che sarà lui il prossimo ministro della Difesa, così come l’altro genero di Erdoğan, Berat Albayrak, è diventato il ministro dell’Energia e delle Risorse naturali.

Una figura che appare nella foto del loro matrimonio (in copertina), la terza da sinistra, è l’ex Primo Ministro Ahmet Davutoğlu, che era appena stato rimpiazzato da Binali Yıldırım, il ministro dei Trasporti, della Marina e delle Comunicazioni. Yıldırım, proprietario di diciassette imprese, ventotto navi e due yacht, è un fedele di Erdoğan che è appena stato eletto come segretario generale del AKP, e ha promesso nel suo primo discorso che accelererà il cambio verso un sistema presidenziale, portando il presidente Erdoğan da capo del governo de facto a capo del governo de iure. L’espulso Davutoğlu, da parte sua, è un professore di scienze politiche e relazioni internazionali: un uomo con le sue proprie idee. Prima di essere Primo Ministro è stato ministro degli Affari Esteri, uno degli architetti della politica estera turca volta alla ricostruzione della gloria ottomana: una politica che è drasticamente fallita, soprattutto in seguito all’implicazione della Turchia nella guerra in Siria. Tuttavia, non è stato questo fallimento politico che ha portato alla brusca fine del suo mandato, quanto piuttosto un disaccordo minore con Erdoğan riguardo all’accordo con l’Unione Europea sulla gestione dei rifugiati, e il fatto che avesse iniziato a costruire i suoi propri media e il suo proprio circolo di sostenitori. L’umiliante fine di Davutoğlu non gli ha impedito di essere testimone al matrimonio della figlia di Erdoğan. Forse non aveva altra scelta.

Poco prima che Davutoğlu fosse obbligato a dimettersi, è apparso su internet un blog anonimo, scritto da persone che dichiaravano che avrebbero «dato la vita per il Il Capo» (uno dei soprannomi di Erdoğan diffusi tra i suoi sostenitori). Il blog descriveva Davutoğlu come una figura anti-Erdoğan, mano nella mano con coloro che minano lo Stato turco, come l’Occidente e i “traditori interni”. Il blog, che si ritiene scritto da giornalisti pro-Erdoğan, non faceva propaganda solamente contro Davutoğlu, ma anche contro altri giornalisti che avrebbero presumibilmente preso le parti dell’ex Primo Ministro. Taha Ün, il protagonista della prima foto di matrimonio, era tra i nomi della lista e ha chiuso il suo account Twitter poco dopo l’apparizione del blog. Pare che sua moglie abbia perso il suo lavoro come assistente della first lady, visto che quest’incarico non appare più nella sua biografia su internet. Sia Davutoğlu che Ün erano visti dal pubblico come fedeli sostenitori di Erdoğan, ma l’incidente dimostra che la posta in gioco è molto alta quando si tratta di meritare la grazia di Erdoğan e dei suoi fanatici. Mentre l’opposizione considerava banale il disaccordo tra Davutoğlu e Erdoğan, le dimissioni del primo ministro hanno dimostrato come ogni piccolo dissidio può portare alla liquidazione dei fedeli alla stregua dei traditori.

In un articolo sul giornale online Liber, Doğan Gürpınar e İlkan Dalkuç sostengono che l’espulsione di Davutoğlu è parte di una strategia più ampia di depoliticizzazione dell’AKP, nel senso che non sarebbero più le idee politiche o le ideologie bensì la lealtà al leader che determinano se i giocatori che si muovono sulla scena politica dell’AKP possono preservare il loro status o meno. Il fatto stesso che qualcuno stia sinceramente seguendo un ideale o una causa più in là del leader può diventare una ragione sufficiente per Erdoğan e il suo circolo per eliminare quel certo politico dal gioco. Sicuramente il discorso creato dal potere dominante è ancora ispirato da ideologie reali e potenti, come il conservatorismo islamico, il pan-islamismo, il nazionalismo turco e il neo-ottomanesimo. Tuttavia la situazione attuale è sempre più paragonabile alla politica premoderna: sembra che l’unica cosa che importi sia la sopravvivenza della norma e del potere del sovrano, mentre il resto serve solamente a giustificare o dare un senso alle sue azioni, che non puntano a nient’altro che al potere per amore del potere.

Nel frattempo, anche l’altro protagonista della prima foto, il presidente dell’organizzazione IHH, è stato sacrificato da Erdoğan: sei anni dopo l’incidente della “Mavi Marmara”, Turchia e Israele hanno firmato un “accordo di normalizzazione” delle relazioni tra i due Stati. In questa maniera Erdoğan ha trovato nello Stato ebraico un potenziale partner per superare il suo crescente isolamento internazionale, mettendo da parte le sue radici islamiste e anti-israeliane nostante le voci di protesta degli attivisti turchi pro-palestinesi, per consolidare il suo potere sullo scacchiere scena internazionale

Un altro testimone al matrimonio di Sümeyye Erdoğan è Hulusi Akar, il secondo da sinistra nella foto, generale dell’esercito turco. La partecipazione di Akar al matrimonio della figlia di Erdoğan come testimone ha fatto irritare molti che all’interno dell’opposizione laica e nazionalista turca vorrebbero ancora vedere l’esercito come una forza politica attiva e come garante del laicismo. Özgür Mumcu ha scritto nella sua colonna sul quotidiano Cumhuriyet che questa è una foto del matrimonio del “complesso militare-industriale”, ed è ingenuo da parte dei laicisti nazionalisti aspettarsi dall’esercito o dagli alti circoli di affari di Istanbul qualsiasi cosa che vada contro lo status quo. L’attuale potere dominante in Turchia, secondo Mumcu, è rappresentato da Erdoğan mano nella mano con l’esercito e il grande business, con il supporto ideologico dell’opposizione di estrema destra. In questo contesto, la guerra nel sud-est del Paese, che permette di tacciare tutte le voci che criticano il regime come “traditori della patria”, crea uno scenario utile per consolidare il potere di quest’alleanza: un blocco di destra unito con gli alti circoli d’affari, e l’esercito come loro garante.

Per situare le cose in prospettiva storica, si potrebbe concludere con una citazione di Zülfü Livaneli, un musicista, scrittore ed ex-politico turco. Scrivendo a proposito della trasformazione qualitativa del fascismo turco, egli sostiene che la ragione per cui i periodi di governo militare fortemente oppressivo non sono mai durati a lungo era perché il matrimonio tra nazionalismo e religione non era ancora chiaramente sancito: «L’esercito e gli alti circoli d’affari si sono incontrati come riflesso del nazionalismo ma la religione come istituzione era stata lasciata fuori, per via della tradizione laica dell’esercito. È vero che i soldati hanno sempre avuto simpatia per la religione, e hanno dato supporto agli Islamisti contro la sinistra, nemico numero uno durante la Guerra Fredda, […] ma è sempre rimasto un sostegno coperto. Oggi invece assistiamo a una trasformazione qualitativa in questo senso. Le fondamenta classiche del fascismo sono stabilite. La religione e il nazionalismo si sono dati la mano. Le alte sfere d’affari, che hanno cambiato mani [dai laicisti ai conservatori religiosi] sono anch’esse dalla sua parte. Di conseguenza, è probabile che il fascismo che calpesta la democrazia e i diritti umani questa volta durerà di più. Oltretutto, non c’è un “Occidente” in vista per opporsi a questa situazione, dal momento che l’Occidente ha tradito i suoi stessi valori. Tutti i fascismi sono destinati al collasso, ma sembra che l’attuale agonia durerà ancora un bel po’».

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