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martedì 28 giugno 2016

UE, anno zero

Brexit: una premessa è doverosa: il referendum non è la massima espressione della democrazia. Non lo è affatto in occidente, ce lo insegnano proprio i britannici, è rappresentativa. Fa leva sul funzionamento di organismi eletti che rendono periodicamente conto del loro operato poi sanzionare elettoralmente i risultati. Per questo indire una consultazione popolare su aspetti delicatissimi che produrranno conseguenze gravi è una scelta campale.


Nel senso che bisognerà poi assumersene ogni responsabilità sia per ciò che può accadere durante la campagna elettorale, in questo caso presa in ostaggio da fanatici nazionalisti ed euroscettici, sia per gli esiti effettivi. In questo senso, David Cameron sparirà dalla scena politica nel giro di tre mesi: ha trasformato il referendum in merce politica pur di essere rieletto. Mettendo a rischio il futuro e l'integrità del regno.

Il rapporto della Gran Bretagna con l’Europa è stato sempre a dir poco sofferente. E non per gli aspetti secondari, dalla guida a sinistra alla sterlina, ma per quelli sostanziali. Fin dalla fine degli anni Cinquanta, con la creazione della fallimentare Area europea di libero scambio, alternativa alla Cee, che condusse il Pil e la disoccupazione britannica a livelli allarmanti alla fine del decennio, l’approccio è sempre stato da Piano B. Un’Europa unita non è mai stata il Piano A del Regno Unito.

Pensate: mentre il nocciolo duro dei Paesi fondatori costruiva un futuro di solidarietà e collaborazione i governi britannici proponevano una piattaforma commerciale con la Danimarca e la Norvegia. Ma le condizioni economiche la spinsero infine a chiedere un’adesione alla Comunità economica che, per ben due volte, fu rifiutata a causa del veto del generale Charles de Gaulle. Che forse tutto aveva (pre)visto. Un primo referendum sarebbe infatti arrivato appena due anni dopo l’ingresso, nel 1975: in quel caso vinse il Remain col 62% dei voti. In uno scenario certo molto diverso ma in fondo simile per le divisioni del partito proponente.

Il 70% dei 50 milioni di aventi diritto è andata al voto: le urne dicono che l’esperienza europea va interrotta, inaugurando un capitolo inedito nella storia dell’integrazione continentale. I britannici hanno dunque deciso di voler fare le cavie di un esperimento di cui nessuno conosce neanche i presupposti, visto che non esistono e un nuovo primo ministro dovrà negoziarli in una trattativa che speriamo inflessibile. Anche se, a dirla tutta, sarà complicato in tempi di crisi rinunciare a un partner così importante e tanti compromessi, alla fine, arriveranno.

Da una crisi nascono sempre nuove opportunità. La Gran Bretagna, diciamocelo, è stata uno dei principali ostacoli all’integrazione autentica, pretendendo il diritto di esimersi dall’applicazione dei trattati (quattro gli opt-out in vigore, esclusi i noti ce ne sono di fondamentali, dalla cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale fino alla Corte di giustizia europea) e rispedendo a Bruxelles e in tutte le capitali europee un sonoro “No, thanks” a ogni proposta di maggiore collaborazione. È anzi diventata negli anni, come scriveva Roberto Saviano sul Guardian, un caso problematico in virtù della sua fiscalità e dei suoi territori d’oltremare. Una spaventosa centrale di riciclaggio, un paradiso fiscale per il quale solo l’Europa avrebbe potuto costituire una possibilità di riscatto. C’è da scommettere che la criminalità organizzata di mezzo mondo stia stappando le migliori bottiglie insanguinate, proprio mentre leggete queste righe.

Lo scenario è al momento imperscrutabile. Probabilmente le condizioni di uscita saranno discusse più rapidamente rispetto ai due anni previsti. A quel punto saremo all’anno zero. Parallelamente e subito dopo inizierà il monumentale lavoro di ricostruzione delle relazioni internazionali: non so se vi è chiaro ma sta partendo una dinamica che durerà almeno vent’anni. L’esperimento è irreversibile e solo fra un quinquennio almeno sapremo se i britannici staranno meglio o peggio di prima, meglio o peggio che dentro la pur smagliata famiglia europea, meglio o peggio che in un asfissiante ma rassicurante sistema di garanzie e di sostegno reciproco.

Ma anche e soprattutto per l’Unione Europea questo è l’anno zero: non è detto che gettando la zavorra di un Paese ostile a priori la nave riprenda a viaggiare speditamente.

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