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venerdì 17 giugno 2016

Riflessioni sul fanatismo nazionalista

Uno spettro si aggira per l'europa, una nuova ondata di nazionalismo fanatico e violento. Purtroppo, sebbene oggi, in moltissimi paesi del mondo si parli della "cultura dell’intercultura", e di società multiculturali e multirazziali in cui sarebbero garantite la libertà di espressione e la tutela dei diritti umani, di fatto tali auspicabili obiettivi non sono ancora stati raggiunti proprio a causa di insistenti o rinnovati fenomeni di razzismo e xenofobia che creano esclusione e producono sentimenti di alienazione in chi li subisce.


Non è un caso che fascismo e razzismo si concentri maggiormente nelle società ad alto reddito mal distribuito, Paesi, cioè, in cui la spinta all’individualismo e alla competitività sono maggiori, dove mancano uno spiccato senso della solidarietà ed una comunione di mezzi e di attività finalizzate al benessere di tutta la comunità, intesa come co-operazione di tutti gli individui che ne fanno parte con uguali diritti di accesso alle risorse e di beneficio dei prodotti ottenuti.

Non è così semplice  trovare la genesi del ritorno del pensiero fanatico. Se mettiamo in fila le componenti principali di una cultura fascista (in tutte le sue sfumature, dal populismo fino al nazismo) troviamo sì il razzismo, il nazionalismo, il patriottismo esasperato, la violenza contro i diversi, l’esaltazione di valori o pseudo-valori che tengono unito il branco. Ma questo produrrebbe solo un’aggregazione di pochi che finirebbe per costituire una sorta di cancro sociale più o meno tollerabile e arginabile per una democrazia cosciente di sé e dei limiti che deve porre per difendersi e restare tale. Invece, l’aspetto più subdolo della cultura fascista è il suo rivolgersi ai molti, solleticando sentimenti e pulsioni da cui nessuno di noi è del tutto immune. E’ in questo marasma di confusione e pregiudizi, di ignoranza e arroganza che prosperano tutte le proposte assimilabili col fascismo che hanno un unico tratto comune: la negazione di diritti umani fondamentali che finisce per essere accettata quasi inconsciamente.


Innanzitutto la paura. Paura dell’oggi e del domani (particolarmente acuta nei momenti di crisi economica), paura dello straniero, paura del diverso. Creare un “nemico” esterno e interno è stato, infatti, uno dei principali strumenti della propaganda nazi-fascista. Lo spiegava bene Marcuse quando analizzava in "Davanti al nazismo” l’evoluzione delle strategie di Hitler per costruire il “nemico interno” caricando sugli ebrei ogni immaginaria colpa storica e antropologica, a giustificazione preventiva della “soluzione finale”. Ma, per agire sulle paure, non c’è nemmeno bisogno di inventare colpe e di addossarle ad un popolo intero o ad una religione, come fu con gli ebrei o come potrebbe essere adesso con i musulmani. A volte basta un’esaltazione becera della propria “civiltà” come qualcuno ama fare oggi, da noi.


Poi c’è la presunzione di esser moralmente migliori degli altri, perfino di quelli che non conosciamo e di cui non abbiamo nemmeno sentito parlare oppure abbiamo sentito parlare male da altri a cui, incautamente, abbiamo creduto. Paradossalmente, ma non poi così tanto, una “contessa rossa” della DDR raccontava, qualche anno fa in un convegno sull'emigrazione, che lo shock più duro che ebbero i cittadini di Berlino est alla caduta del muro fu scoprire che i cittadini della Repubblica Federale Tedesca, tanto criticati e denigrati dai dirigenti del partito comunista come borghesi egoisti, innamorati solo dei soldi, succubi delle multinazionali e perfino violenti erano soltanto persone normali che lavoravano per mantenere la famiglia ed erano perfino gentili e premurosi nell'accoglienza dei “fratelli separati”. Il problema non è, quindi, essere migliori o peggiori di altri, ma essere più coscienti della nostra condizione e di quella che vivono gli altri. Magari anche parlando, con questi “altri”.

Una terza caratteristica dei soggetti suscettibili di tracimare oltre gli argini della democrazia e di sconfinare nel nazi-fascismo è credere di essere destinati ad un futuro radioso e glorioso, in nome del quale si sentono legittimati a liberarsi con ogni mezzo possibile e immaginabile di tutto quanto ingombra la strada della loro marcia trionfale. E tanto peggio se tra quanto si oppone al loro marciare decisi e compatti ci sono uomini, donne e bambini coi loro bisogni e le loro miserie. Mussolini riuscì a giocare su questa illusione di “grande futuro” e, fino alla promulgazione delle leggi razziali nel 1938, continuò ad avere buoni rapporti con famiglie ebree i cui membri avevano combattuto valorosamente nella prima guerra mondiale e, per questo motivo si sentivano patrioti e si illudevano di poter esser partecipi della costruzione di un’Italia gloriosa. Non si accorsero nemmeno dei ballons d’essay che il Duce fece lanciare, tra il 1936 e il 1937 da alcuni opinionisti a lui vicini, contro gli ebrei, su varie riviste, proprio per creare un clima popolare di sostegno alle discriminazioni e, successivamente, alla consegna degli ebrei italiani ai nazisti.


Se, dunque, il problema di fondo è la mancanza di senso della solidarietà e dell’intercultura, questo vuol dire mancanza di rispetto per gli altri, chiunque essi siano, e per i loro diritti. Non dimentichiamo poi che la dicotomia razzista noi-altri è fortemente paradossale perché se attraverso di essa noi identifichiamo gli "ALTRI", in senso negativo e dispregiativo, rispetto al "NOI", non solo anche noi per gli altri potremmo essere "altri" ma, soprattutto, dobbiamo l’esistenza di un NOI, positiva o negativa che sia, proprio alla presenza di "ALTRI": è la presenza degli altri che rende possibile un noi e, quindi, paradossalmente potremmo dire che gli altri fanno parte di noi, che gli altri siamo noi.

Ma, a parte queste disquisizioni di pura logica, è chiaro che non possiamo ignorare che esistano delle differenze a volte anche profonde tra gruppi e che non dobbiamo combatterle, ma difenderle e legittimarle nella stessa maniera e convinzione con cui tendiamo a legittimare la nostra presenza nel mondo.

Il razzismo e la xenofobia sono forti cause di conflitto e nel passato anche recente sono stati all’origine di scontri violenti tra gruppi; noi tutti possiamo e dobbiamo fare qualcosa perché i tragici eventi del passato e i recenti fenomeni di razzismo siano combattuti più efficacemente con nuove e concrete strategie.

Innanzi tutto è indispensabile informare, sensibilizzare ed educare l’opinione pubblica, a partire dalle giovani generazioni affinché siano strumento di promozione di una nuova era, di una nuova società globale in cui siano rispettati i diritti umani di tutti, senza distinzioni di razza, sesso o religione.

La difficoltà principale nell’affrontare il tema del razzismo è quella di rendere evidente il problema poiché è purtroppo una realtà diffusa la mancanza di consapevolezza; c’è infatti una sorta di rifiuto di vedere e di affrontare il problema. Addirittura, molte persone che affermano di non essere razziste, spesso, più o meno inconsapevolmente, evidenziano poi atteggiamenti di razzismo e intolleranza molto forti.

Pertanto, un primo passo è quello di far emergere il problema, renderlo noto informando e studiando la storia del passato perché tenere viva la memoria dei tragici avvenimenti vissuti e comprenderne le cause profonde sarà di insegnamento e di monito per il futuro.

Educare, poi, significa conoscere, conoscere le diverse realtà che ci circondano, scoprirle ed apprezzarle proprio in virtù della loro diversità e della possibilità di un reciproco arricchimento. Un metodo didattico in questo senso può essere quello di puntare molto sull’insegnamento della storia per comprendere a fondo le reciproche influenze tra Paesi, con le loro culture, religioni e sistemi di idee; puntare su una educazione multiculturale, e su una lettura multiculturale degli autori di tutto il mondo per ascoltare la voce di coloro che sono gli "altri".


Non basta, quindi, individuare atteggiamenti autoritari o impositivi per gridare al fascismo: il fascismo è tale solo quando ha un seguito di massa che tutti noi, con la nostra indifferenza e i nostri attendismi rischiamo di contribuire a creare.
E a tal fine, possono essere pensati vari mezzi e strumenti di sensibilizzazione e di informazione, come video, riviste, dibattiti e campagne che coinvolgano direttamente sia le generazioni di giovani che quelle di adulti.

Nel 2001, in Sud Africa si terrà la Conferenza Mondiale Contro il Razzismo, la discriminazione e l’intolleranza; la scelta della sede è certamente appropriata poiché ci riporta direttamente a Nelson Mandela, esempio di trionfo del perdono sull’odio e di riconciliazione. Questa data è importante a livello internazionale ed istituzionale perché in essa confluiranno rappresentanti di tutti i Paesi del mondo per pianificare progetti efficaci per contrastare il fenomeno del razzismo, ma è uno stimolo di riflessione per tutti noi, affinché fin da ora ci prepariamo a tale appuntamento creando i presupposti di una coscientizzazione della realtà del razzismo ed iniziando ad attuare una politica di destrutturazione dello schema "NOI-ALTRI".

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