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martedì 28 giugno 2016

In Venezuela regna il caos

La situazione di tensione forte nella Repubblica Bolivariana di Venezuela non sembra avere fine, l’inflazione all’inizio dell’anno ha sfiorato il 200 per cento. Ma quali sono le cause che hanno portato la Repubblica Bolivariana cosi ricca di petrolio e materie prime sull’orlo del default e della guerra civile?


Il Venezuela si trova ad affrontare una crisi economica (ed alimentare) spaventosa. Molti sono i supermercati che sono stati letteralmente saccheggiati da persone ridotte allo stremo. Le cause della crisi sono molteplici, ma è indubbio che la principale sia il basso prezzo del petrolio. Le sorti economiche del Paese latinoamericano sono infatti state sempre strettamente legate a doppio filo all’andamento del prezzo del greggio, facendone uno dei esempi più lampanti di rentier state. In altre parole, finché quest’ultimo si mantiene nella norma, le esportazioni della materia prima riescono a sostenere praticamente da sole l’economia venezuelana (al netto di corruzione e sprechi). Quando tuttavia si abbassa (in questi giorni, anche a causa della Brexit, è sceso sotto i 50 $ al barile), l’export non è più sufficiente a garantire sicurezza economica e pace sociale.


Innanzi a un fattore di crisi tanto forte, Maduro non è stato in grado di trovare rimedi, al contrario. Il Governo impone prezzi fissi per alcuni generi di prima necessità, una catastrofe dal punto di vista commerciale, poiché in moltissimi casi i costi di produzione sono divenuti più alti di quelli di vendita. Per questo motivo, per molte aziende (anche alimentari) è diventato di fatto controproducente continuare a produrre. Il risultato sono file chilometriche di persone in attesa di acquistare quei sopracitati generi che stanno divenendo sempre più rari. All’ordine del giorno gli “assalti” ai supermercati e, come avvenuto 2 settimane fa a Caracas, ai camion che trasportano cibo.


Premesso che far dipendere la propria economia da un singolo bene espone il Paese a rischi enormi, il Venezuela (in particolare ai tempi di Chávez) avrebbe forse fatto bene a conservare una quota delle entrate che l’alto prezzo del petrolio di qualche anno fa gli garantiva, così da avere riserve di liquidità in tempo di crisi. Una simile strategia, d’altronde, pur con le dovute proporzione, è stata da sempre seguita con successo dall’Arabia Saudita, tanto che, nonostante la crisi dell’oro nero, è stata in grado, ad oggi, di arginare, per quanto possibile, le conseguenze del crollo del prezzo.


In Venezuela, invece, l’assenza di tale precauzione ha fatto sì che la crisi scoppiasse un attimo dopo la svalutazione del greggio. Ovviamente, a questo quadro economico già di per sé disastrato va aggiunta la corruzione endemica al contesto venezuelano, che ha limitato e continua a limitare l’estrazione della materia prima (ricordiamo che il Paese possiede più petrolio dell’Arabia Saudita, ma ne estrae solo un quarto).


A livello politico, il presidente Nicolas Maduro, erede e delfino del compianto presidente Hugo Chavez, è alle prese con forti proteste di piazza che chiedono le sue dimissioni. Lui, il presidente, continua a temporeggiare e a incolpare della crisi e della conseguente mancanza di cibo, farmaci ed elettricità soggetti esterni.
Il prossimo passo nel lungo cammino verso la destituzione di Maduro sarà la raccolta di 4 milioni di firme (il 20% degli aventi diritto al voto) favorevoli al referendum. Qualora le opposizioni riusciranno anche in questo, il Consiglio Elettorale sarà costretto a chiamare i venezuelani al voto. In quell’occasione i voti necessari saranno 7.5 milioni – la metà più uno dei consensi ottenuti dallo stesso Maduro alle elezioni del 2013.


Lo spettro di un golpe o di una guerra civile aleggiano dalle parti di Caracas, mentre le risse davanti ai supermercati e alle farmacie sono all’ordine del giorno.

Ma, a pesare sul futuro del Venezuela c’è come già detto la crisi politica e sociale. L’Osa (Organizzazine degli Stati Americani) potrebbe intervenire per applicare la “Carta Democratica”, utilizzabile per i paesi in cui la democrazia è minacciata.
La società risulta spaccata in due anche a causa dell’incapacità di Maduro di offrire soluzioni pratiche ai problemi, magari senza appellarsi alla solita retorica anti-imperialista. Le manifestazioni contro il Presidente si susseguono -particolarmente significativa quella degli studenti di 2 settimane fa – mentre questi continua ad agitare lo spettro di una non meglio identificata “destra”. Il suo distacco dal Paese reale sta toccando il suo apice, mentre per Capriles, uno dei maggiori rappresentanti dell’opposizione, il referendum è una corsa contro il tempo. Anche il referendum per destituire Maduro, se realizzato entro la fine dell’anno potrebbe cambiare l’assetto politico del paese. Le firme raccolte dall’opposizione sono state riconosciute legittime, ora non ci rimane che vedere cosa farà Maduro per restare a galla e riportare pace e giustizia sociale ai suoi cittadini.

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