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lunedì 20 giugno 2016

IMPRESSIONI SUL VOTO COMUNALE


E' Stata durissima la botta per Renzi l’esito di questo voto ammistrativo, con evidenti riflessi politici nazionali: una doppia sconfitta, perché non solo perde le elezioni, ma il suo progetto di partito della Nazione non decolla. A Milano, che il candidato renziano potesse intercettare elettorato in uscita da un Berlusconi oramai ridotto alla crisi cardiaca da pensionamento, Sala prende 11.000 voti in più soltanto grazie all’apparentamento al secondo turno di una lista ambientalista che si era presentata autonomamente.

Dalle amministrazioni grilline che verranno possiamo aspettarci, forse e nel migliore dei casi, un pò di retorica pauperistica e qualche provvedimento di compensazione sociale minima, più demagogica che sostanziale, in una linea che non è affatto alternativa ai cardini del liberismo e dell'aziendalizzazione della politica e delle istituzioni. Una confusione interclassista che probabilmente, specie in realtà molto difficili, come Roma, sfocerà nel caos e nella semi-paralisi amministrativa, oppure in una sostanziale ordinaria amministrazione senza scatti, come verificatosi in altri casi di amministrazione grillina (in città difficili, come Livorno, o Gela, o Bagheria, o Civitavecchia, ecc.). Non c'è Podemos, le basi sociali del movimentismo italiano e spagnolo sono diverse, per cui il populismo italiano ha tratti strutturalmente più social-reazionari, in linea con l'umore profondo del nostro Paese.
Va anche detto che la base elettorale del M5S è isolazionista, come i suoi leader. A Milano, Parisi non ha preso che 700 voti in più rispetto al primo turno, smentendo l'ipotesi che elettori grillini potessero essere attratti dalla presenza della Lega nella coalizione di destra. Sono invece andati tutti quanti al mare. E questo è l'ulteriore segnale, se mai ce ne fosse bisogno, della fortissima fidelizzazione della base sociale del M5S. Un blocco che non si riesce a smuovere. E forse in chiave di referendum di ottobre è anche un bene. Ma in generale segnala la difficoltà che si avrà nel cercare di recuperare strati popolari che dovrebbero essere il riferimento naturale della sinistra, ed oramai sono consolidati in un vero e proprio blocco elettorale compatto, dentro il M5S.

Forse si incrudirà lo scontro interno al Pd, se la Sinistra Dem riuscirà a sbloccarsi. Perché l'unico leader in grado di prendere le redini di questo scontro è D'Alema, atteso che gli altri, in qualche modo, sono stati troppo succubi e troppo "mediatori", in questi mesi (e tra l'altro non hanno spessore, difficile che Cuperlo faccia grandi battaglie). E bisognerà vedere se D'Alema sarà disposto a fare questa battaglia, e che esito ne trarrà, perché se poi tutto si dovesse limitare ad una riedizione del centrismo socioliberista e riformista del blairismo all'italiana degli anni Novanta, non ne varrebbe nemmeno la pena. Ad ogni modo, entrare dentro le contraddizioni del renzismo deve essere mirato a cambiare profondamente la linea politica del Pd, non a ottenere concessioni tattiche insignificanti, come evitare l’ingresso organico di Verdini nel partito. Da questo punto di vista, nemmeno Rossi, il Presidente della Toscana che, a differenza di D’Alema, indulge favorevolmente sul referendum istituzionale, appare adeguato. L’impressione è che i primi ad essere rimasti spiazzati dalla dimensione della sconfitta di Renzi siano proprio i Sinistri Dem, troppo lenti nel cambiare posizione politica.

Andranno anche analizzate le ricadute sulla destra. La sconfitta di Berlusconi è totale, sia a Roma, dove Marchini fa un risultato modesto, sia a Milano, dove perde il candidato forzista da lui imposto. D'altro canto, Lega e Fratelli d'Italia, da soli, non vincono. Il tentativo di Salvini di attrarre elettorato grillino su Bologna riesce solo in parte: dei 31.000 voti in più presi dalla sua candidata al secondo turno, molti vengono dal bacino dell'ex leghista Manes Bernardini, che ha fatto una campagna elettorale compatibile con i temi della Lega, prendendo 18.000 voti. Altri 2.000 voti, presumibilmente, potrebbero essere arrivati dalla lista di Mirko De Carli, anch'essa su posizioni tradizionali di destra. Quindi, i leghisti che potrebbero aver votato per la candidata leghista potrebbero essere, al massimo, poco più di un terzo di quelli che hanno votato per il candidato bolognese di quel partito alla prima tornata. Gli altri elettori grillini bolognesi non hanno sentito il richiamo di un altro partito, per quanto il più vicino al loro modo di pensare, e nonostante l’endorsement ufficiale di Salvini per la Raggi a Roma, andando al mare, spiegando così l’aumento di astensionismo al secondo turno. Salvini, che oramai è a tutti gli effetti il leader della destra, avrà quindi di che riflettere, su come piegare la sua proposta all’esigenza di riassorbire un elettorato forzista, che non sembra spostarsi su Renzi, ma che è per lui fondamentale per fare risultato, posto che gli abboccamenti con il M5S non sembrano forieri di grandi prospettive elettorali.

Quindi, insomma, non si vedono segnali positivi per la sinistra dalla piega che le cose stanno prendendo. Al di là della soddisfazione di vedere Renzi sudare dentro la sua camicia. Che lascia il tempo che trova.

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