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giovedì 12 maggio 2016

L'Analfabetismo emotivo

Osserviamo da anni la povertà lessicale che manifestano molti, specie i più giovani, quando si chiede loro di esprimere cosa provano in un certo momento o rispetto a qualcosa o qualcuno: una vera e propria afasia, connessa alla difficoltà di trovare parole che non siano le solite – una o due al massimo – per esprimere le loro emozioni, i loro sentimenti.


E' fondamentale la capacità di mettere in gioco, indurre, stimolare emozioni negli altri per qualunque comunicazione si voglia efficace (in qualunque ambito) e quanto sia dunque fondamentale essere consapevoli di ciò che si prova, saperlo riconoscere, dire e caratterizzare, non solo per diventare, un domani, comunicatori e comunicatrici esperte, ma per difendersi, oggi, come consumatori e consumatrici (ma anche elettrici, cittadini/e).

È uscita in questi giorni la campagna della Treccani “Le parole valgono”, trainata da uno spot che ci fa riflettere sull’uso passepartout della parolacarino: è “carino” un bel ragazzo, un cucciolo, un comportamento gentile, un film, un paesaggio, qualunque cosa susciti un coinvolgimento emotivo positivo minimo, ma anche forte e molto forte (in questi casi si esclama “carinissimo!”). “Senza parole? La lingua italiana ne comprende oltre 250.000. Usiamole”. E lo spot comincia col proporne qualcuna: magnifico, emozionante, sconvolgente, eccezionale, splendido, grandioso, fantastico, bellissimo…

Dal nostro punto di vista non è in questione solo una diffusa incapacità di trovare le parole giuste in generale, in qualunque ambito, ma c’è un problema più specifico e grave per quel che riguarda l’espressione e la descrizione delle emozioni e dei sentimenti, propri e altrui.

Qualcosa che chiamiamo analfabetismo emotivo. D’altra parte, quali e quante sono le parole che la comunicazione di massa usa per parlare di emozioni? Poche, pochissime, sempre meno. La più usata è “passione”. In pubblicità, per esempio, da Campari “Red Passion” a “la passione si sente!” di Radio 24, è tutto un gran parlare di passione. Ma è plausibile che si provi lo stesso sentimento per una radio che tratta di economia e finanza e per un drink? Certo che no, ma la parola è sempre la stessa e a furia di usarla, si svuota. Come quando i bambini giocano a ripetere velocemente una parola ad alta voce, fino a farle perdere significato e non riconoscerla più.

Spetterebbe alla letteratura e alla poesia, a un certo cinema e un certo teatro, arricchire il nostro lessico emotivo. Ma quanti, oggi, hanno tempo, capacità e voglia da dedicare a letture e visioni che non siano semplici e veloci? E quante volte, nelle nostre vite concitate, troviamo l’occasione per parlare di emozioni in modo non sommario e banalizzante? Sempre meno.

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