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sabato 14 maggio 2016

Il capitalismo come religione (da estirpare)

In tempi di Isis e di integralismo politico-religioso potrebbe sembrare fuori luogo parlare e scrivere di capitalismo, di tecnica e di rete come di fenomeni religiosi. Noi sosteniamo invece che proprio il capitalismo e la tecnica intesa come apparato hanno assunto ormai forme tipicamente religiose. Utilizzando le categorie e le modalità del religioso per evangelizzare il mondo, ma nella forma tecnica e capitalista.


Se andiamo alle analisi di Michel Foucault sulla nascita del potere moderno come evoluzione del potere pastorale delle prime comunità cristiane; se (ancora Foucault) analizziamo i meccanismi psicologici e pedagogici insiti nelle discipline e poi nelle forme biopolitiche di potere e di governo (la governamentalità) degli uomini; se, ancora, guardiamo alle società di massa del ‘900, alle forme totalitarie di potere, al concetto di ideologia – ebbene, abbiamo la conferma di quanto le forme religiose siano ben presenti anche oggi, in tempi di apparente secolarizzazione ma soprattutto di mercato globale e di rete.

La religione classica era un sistema di rappresentazioni collettive e di pratiche ripetute che uniscono e connettono e integrano ciascuno in una comunità/gregge, legandolo al pastore che guida il gregge e sciogliendolo all’interno del gruppo; è poi un insieme di riti, miti, cerimonie, simboli che rimandano e rinviano a Dio ma soprattutto alla chiesa che lo incarna e lo interpreta. Quindi, religione che lega, connette, struttura ognifedele in un sistema integrato, coerente e incessantemente replicato, fatto di discorsi, di narrazioni e di simboli, di riti e di miti che agiscono per produrre e ri-produrre nel tempo comportamenti, atteggiamenti, motivazioni, senso della vita. Dando un ordine generale e un senso unitario e omologante, quindi rassicurante, davanti all’incertezza della vita, facendo apparire comevera (e come il solo vero possibile) quella dottrina che deve essere praticata e che diventa verità normale, normata e indiscutibile.

Da qui, quella che lei definisce appunto come religione tecno-capitalista.

Esattamente. Un religione con il proprio culto e i propririti (il mercato, lo scambio, la competizione economica, il consumo e poi il consumismo), i propri templi (le borse, le fabbriche, i supermercati/outlet, gli Apple Store, la Rete stessa scritta con la maiuscola), le proprierappresentazioni (la pubblicità, il modello Uber, la condivisione), i propri simboli e i propri feticci (la rete, l’iPhone), la propria grande narrazione e le proprie favole(la mano invisibile, la rete come libera condivisione, l’intelligenza collettiva) e il proprio catechismo per far apprendere fin da piccoli, la dottrina (il dover essere connessi, il dover condividere, il tecno-entusiasmo, i videogiochi, YouTube, la vetrinizzazione di sé, la perdita della privacy), i propri pastori che guidano il gregge e che poi diventano santi (Steve Jobs, ma anche Mario Draghi), i propriteologi/guru (la Silicon Valley) – il tutto per riprodurre e replicare all’infinito comportamenti e motivazioni congrue al più efficiente funzionamento della chiesa-apparato, dando un ordine generale e un senso omologante, quindi rassicurante e integrante e comunitario alla vita di ciascuno. E ciascuno acquisisce così un proprio ruolocome fedele (produttore, consumatore, spettatore, nodo della rete), all’interno di un mondo in sé incessantemente mutevole e de-strutturante e de-socializzante (il mercato, la competizione, la rete). Diventando un uomo nuovo diverso dal passato – obiettivo e pratica di ogni religione (come di ogni totalitarismo) – e anche il capitalismo vuole un uomo nuovo, lo vogliono i neoliberisti, lo volevano e lo vogliono gli ordoliberali: un uomo di mercato, confuso con un mercato e una rete che sono disciplina ebiopolitica/bioeconomia/biotecnica insieme (andando appunto a governare la vita intera dell’uomo, spogliandolo della sua individualità vera e della sua possibile autonomia).

Religione dunque – e potremmo tornare a Feuerbach, a Durkheim, a Weber e alla sua relazione tra religione calvinista e capitalismo o a Freud, per citare solo alcuni. Potremmo, meglio, tornare a Benjamin, che già nel 1921 definiva il capitalismo come una religione (forse la più estrema che si sia mai data, il capitalismo essendo la celebrazione di un culto sans treve e sans mercì; un culto capace anch’esso di generare colpa). Ma se Benjamin pensava al capitalismo come a una religione senza teologia, questa teologia invece esiste, eccome. Se Carl Schmitt sosteneva che tutti i concetti decisivi della moderna dottrina dello stato sono concetti teologici secolarizzati; se oggi si scrive giustamente (Roberto Esposito, ad esempio) che anche l’economia vive di concetti teologici, ebbene è tempo di estendere questa chiave di lettura anche alla rete e alla tecnica come apparato, parlando di una teologia tecnica. E una teologia è il sistema dottrinale che impone il rispetto della verità che deve essere accettata, ma è anche l’espressione dell’esigenza di un sistema religioso di riportare le molteplicità esistenti all’Unità, i molti che pure incessantemente crea all’Uno del sistema-religione. Per cui, il capitalismo offre una quantità infinita di beni e di consumi personalizzati e individualizzati – cioè moltiplica apparentemente le diversità offerte e la libertà di scelta dell’individuo – ma questo può avvenire solo e sempre dentro al sistema capitalista (che è laverità) e similmente dentro alla rete che si moltiplica sì all’infinito e apparentemente senza un centro (senza una Chiesa), purché tutti siano però connessi a questa rete, dentro a questo Uno che è la rete come mezzo di connessione (la rete, potremmo dire, come la più grande società di massa della storia, come il più grande gregge religioso mai prodottosi). Rete che – come il capitalismo – prima suddivide e separa (il lavoro, i lavoratori, crea ipersonal computer, gli apparati mobili individuali) ma poi integra le parti suddivise in qualcosa (l’Uno del mercato & della rete, appunto) maggiore della semplice somma delle parti. Pensiamo a come il mondo si divida oggi – in modo manicheo, ideologico, integralisticamente religioso – tra tecno-ottimisti (gli eletti) e tecno-critici (i dannati); a come l’essere connessi sia una sorta di dovere (unadisciplina, una pedagogia, un catechismo) non tanto e non solo economico quanto esistenziale.

Ecco, questa è la forma del potere religioso odierno, non solo del capitalismo (Benjamin), ma soprattutto della tecnica. O altrimenti: così come nel ‘900 Raymond Aron parlava di religioni secolari per definire le ideologie totalitarie del secolo, altrettanto lo sono capitalismo e tecnica. Anzi, più che secolari…

La dimensione del conflitto, in questi anni di egemonia neoliberista, sembra schiacciata tra i poli della violenza esplicita (pensiamo alle molteplici guerre a bassa intensità che infiammano il pianeta) e dei generici auspici di pace. Quale spazio intravede, in Europa, per una conflittualità non distruttiva capace di mettere in discussione l’assetto oligarchico dell’Unione?

Viviamo in un paradosso. Da una parte, in rete, dominano le retoriche del dover condividere (tra di noi, per permettere profitti crescenti alle piattaforme, all’oligopolio tecno-capitalista, al Big Data); dall’altra, nella realtà trionfano egoismo, esclusione, chiusura, conflitti fatti di violenza esplicita, ma anche di competizione economica di tutti contro tutti – che è un’altra forma di violenza. Cosa contrapporre? Un nuovo conflitto – di idee, progetti, speranze, indignazioni; un conflitto costruttivo. Il problema è come contrastare un potere tecnico ed economico (religioso) che ha ormai conquistato l’egemonia. Perché se il tecno-capitalismo è una religione, allora è un processo culturale prima che economico (o meglio: il capitalismo e la tecnica hanno costruito la propria egemonia come cultura, divenendo religione). Contro questa egemonia potrebbe servire tornare a Gramsci, alla sua idea di una guerra di posizione, di conquista delle casematte dell’avversario. Costruendo però – e diversamente da Gramsci – non una contro-egemonia o una diversa egemonia (come illuminista nel senso di Kant e come laico e libertario impenitente sono contrario ad ogni forma di egemonia), ma una società finalmente aperta, non conformista, non etero-normata e non etero-diretta. Questa costruzione la si può fare solo smontando i meccanismi di potere/sapere della religione tecno-capitalista, facendocieretici rispetto alla sua teologia/escatologia. Cosa difficilissima anche perché non esiste più una sinistra capace di proporre soluzioni diverse da quelle neoliberiste e ordoliberali, perché abbiamo appunto perduto la capacità di fare discorsi sui fini. Perché il tecno-capitalismo ha sciolto ogni opposizione/contestazione, incorporandole e mettendole a profitto per sé, trasformando ciascuno in mero (s)oggetto economico e tecnico (tutti capitalisti e tutti in rete). Perché, grazie alla rete come mezzo di connessione ha potuto passare dal fordismo concentratodelle grandi fabbriche del passato (dove era relativamente facile organizzare un sindacato e farediscorsi sui fini), al fordismo individualizzato di oggi.

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