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venerdì 1 aprile 2016

Se questa è una risposta, ben venga! Ma quanto c’è da fare!

La Conferenza Stato Regioni ha approvato il piano olivicolo nazionale. Saranno investiti 32 milioni di euro puntando sulla valorizzazione, sulla promozione, sull’incremento e sulla qualità del nostro prodotto. 
Non è tanto l’investimento a fare notizia, a mio parere, quanto il fatto che sembra la prima volta che ci sia un piano olivicolo nazionale, come comunica il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.
 
Daltronde lo prevedeva l'articolo 4 del DL 51/2015.
    Dovrebbe profilarsi concretamente il da farsi per la identificazione ancora più marcata dell’identità nazionale dell’olio extravergine d’oliva attraverso l’organizzazione convinta di una filiera nazionale perché possano essere sfruttate le interrelazioni tra il comparto nazionale e quello internazionale.
    Non è poco, mancava di certo, ed incrementare la produzione adesso che il mercato trova convenienti altri prodotti oleari di sicuro è un’operazione complessa sotto il profilo dell’affermazione e nella necessità di non aumentare la pressione sulle risorse naturali. Se siamo favoriti dal fatto che la terra ed il clima ci aiutano, che la nostra produzione olivicola è di tutto rispetto e che già disponiamo di prodotti d’eccellenza, adesso servono le logiche e le coerenze e, per carità, lo stare lontani da speculazioni e furbizie.
Ma adesso cosa succederà?
Il piano coinvolge le risorse regionali per essere meglio supportato con un occhio di riguardo alle specificità dei singoli territori, e dalle premesse si avvale di una articolata architettura d’insieme.
Nel quadro  generale, grande rilevo va dato alla spinta culturale che punti sulla sostenibilità ambientale in armonia con quella economica. Insomma ogni passaggio va vissuto dentro un sistema di pensiero che, mentre cura gli aspetti più prettamente agricoli li concilia con l’economia di un progetto a sostegno dell’immagine. L’immagine che colpisce i mercati non è dettata solo da una buona pubblicità promozionale ma dal presentarsi con prodotti certificati che appartengono a classi merceologiche superiori. Un Made in Italy che non si accontenta e ricerca il meglio sotto il profilo della salute e della efficienza anche attraverso la ricerca e l’innovazione nel pieno rispetto della propria identità.
Ciò significa
a)    razionalizzare la coltivazione degli oliveti razionalizzando la risorsa idrica e rinnovando gli impianti nazionali attraverso la meccanizzazione,
b)    recuperare le varietà delle cultivar nazionali di olive da mensa,
c)    puntare sulla organizzazione economica degli operatori della filiera olivicola, sostenendone l’aggregazione ed il funzionamento. 
Ma questo era già previsto dal regolamento UE n.1308 del 2013.
Intanto il Ministero offre una riflessione comparando le quantità prodotte dalle olive italiane e sarebbe interessante comprendere più da vicino le cifre generalizzate  e le motivazioni a supporto se
a)   nel 2010/2011, la produttività è stata di 550.000 tonnellate;
b)  nel 2011/2012  si registra di 541.760 tonnellate:
c)   nel 2012/2013  scende a 505.915 tonnellate;
d)  nel 2013/2014 diminuisce a 477.106 tonnellate;
e)   nel 2014/2015 è ancora meno con 302.000 tonnellate.
Il Ministero registra che le aziende olivicole italiane sono circa 900.000 ed il volume d’affari è 3 miliardi di euro, pari al 3% del fatturato totale dell'industria agroalimentare.

L’olio italiano va difeso, tutelato, protetto e con lui la terra, gli uomini ed il lavoro, la salute. E poi, come rinunciare ad una fetta di pane con ottimo olio italiano?
Maria Frisella

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