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martedì 1 marzo 2016

Quanto siamo disciplinati ? Non è questione di poco conto, eppure....

        A mio parere la questione è da riflettere per ricordarne le dimensioni sociali dimenticate presi come siamo a dettare contro-regole.
     Perché le azioni disciplinari ed i comportamenti sanzionatori sono oggetto di critica piuttosto che rientrare nell’ordinario percorso della formazione della persona?
    Disciplina, dal latino discipŭlus “discepolo”, richiama letteralmente l’educazione, l’ ammaestramento, l’ insegnamento, comportamenti che regolano la capacità di ciascuno nel sapere convivere con ordine e rispetto. Direi anche sensibilità.

     E’ dunque un insieme di norme e convinzioni che, se possedute, aiutano il soggetto a superare le proprie difficoltà senza piangersi addosso o aggredire, ma contemporaneamente aiutano tutti ad assicurare una sana organizzazione ed un corretto funzionamento dei contesti di vita, sia che ci si trovi in famiglia che a scuola che nello Stato che al lavoro.
     Non è una pre-dica per assolvere o condannare ma una misura che ciascuno assume di se stesso  Per questo io sostengo che si tratta anche di metodo che si matura nell’esercizio costante, fin dalla più giovane età..
  Oggi siamo investiti, e forse nemmeno ce ne meravigliamo più, da comportamenti relazionali non corretti, teppismo, bullismo, lassismo, arroganza ed irrispetto, in una parola da maleducazione, e troppo spesso li giustifichiamo per quieto vivere.
 Il nostro paese veste sempre più frequentemente l’abito delle trasgressioni, dell’assenteismo, delle truffe e dei latrocini, della violenza, e si continua a discutere di legalità come dovesse essere un dono divino, mentre si diffonde il perdonismo che è quella giustificazione a tutto tondo nella quale si concima inopinatamente la cultura del potere fare ciò che si vuole.
       Si passa dalla idea che il maleducato “è piccolo ancora, non capisce” al  “ma è appena un ragazzo!”, dal “ma stava lavorando troppo ed ha diritto a distrarsi in orario di servizio” al  “non è vero che si assenta”,  dal “ ma in fondo ha rubato poco” a ”se ha violentato c’è una ragione” o  “se si droga è perché è disadattato”.
       Si trovano attenuanti, sostenibili o no, ma piuttosto che educare già da piccoli, si allentano i freni disciplinari e non segue una misura correttiva ormai interpretata in tutta la sua accezione negativa.   Anzi quando si parla di disciplina sembra che si parli di repressione, come fosse una condanna alle proprie libertà,  comunque la si eserciti.
      Per quanto la libertà propria confina, e non sconfina, nella libertà altrui, spunta subito il giudizio critico che si appella ai diritti  tacendo  sui doveri e contestando gli interventi interpretati  come abusi.
      Si potrebbe dire che si rigira la frittata ed alla fine chi dovrebbe essere apprezzato perché intende correggere abuso e scorrettezza, che sia il genitore, il docente o il capo dell’ufficio, diventa l’autoritario e il despota dell’immaginario collettivo.
       Una volta ebbi a sostenere a chi proponeva corsi di orientamento per i giovani che sarebbe stato più utile rivolgerli agli adulti perché sono quelli che disorientano e diseducano, ovvio con le dovute eccezioni,  ma l’effetto fu di suscitare offese e risentimenti.
       La disaffezione alla disciplina è un danno sociale enorme che da anni allenta i freni delle regole modificando i sistemi relazionali delle generazioni, sempre più fluidi e sempre meno controllabili pure nel quadro di un patto educativo che ormai non riesce a reggere le pressioni.
      Essere disciplinati e disciplinare è un impegno grave che obbliga alla coerenza e la coerenza non è facile da mantenere, anzi infastidisce e non poco.
      Troppo distratti da pretesi diritti, impoveriti nell’educazione civica, abbiamo finito per disperdere il significato sociale della disciplina.      
       Così è successo che la famiglia da tempo delega altre istituzioni al suo compito educativo ed il figlio lo sa, la scuola ha gravi difficoltà ad intervenire per una serie di motivi e  lo studente lo sa, gli uffici pubblici non controllano e  il lavoratore lo sa, per essere “graditi” e “simpatici” occorre cedere a permissivismi  e  lo hanno capito tutti, per fare carriera o stare tranquilli è necessario accogliere compromessi- concertazioni ed il sistema lo impone spesso. Non intervenire con correzioni e controlli spesso nasconde la difesa di propri interessi e ci si accorge anche di questo, la burocrazia fa il resto ed allora le regole si perdono in utilizzi diversi ed impera la deregulation.
        Si disperde il merito ed il valore e si costruiscono modelli di tipo ben diverso. Diseducanti.
      Il grave è che non si ottengono cittadini più forti nella loro dignità ma nella pre-potenza, non più saggi nella cultura ma più disordinati nelle pre-tese, non più sicuri di se stessi ma più egoisti. Ed invece il senso sta nella responsabilità propria ed altrui perché convivere con se stessi e con gli altri comporta chiamarsi in causa ed esercitare rispetto per riceverlo non perdendo di vista il fatto che dove ci sono diritti lì stesso ci sono doveri.
      Le molte confusioni tra funzioni e interessi diversi, tra incoerenze e relativismi hanno sbiadito i doveri. Scomodi, odiosi e di impaccio, sono gli interventi sanzionatori ma ancora più dannose le minacce di interventi solo annunciati e mai operati convincendo che “non succede nulla” e  “tutto è concesso” e che ci si può ribellare difesi magari anche per solidarietà dal proprio gruppo.
       Proprio lì, nella nebbia dell’etica, si annulla il valore della disciplina personale e sociale, lavorativa e politica e diventiamo sempre più deboli e stanchi. Indifesi da noi stessi.
Maria Frisella

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