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giovedì 3 marzo 2016

Politica o antipolitica, secondo te che ci sta in mezzo?




Politica o antipolitica, che ci sta in mezzo?

Indubbio che la politica stia attraversando una crisi profonda: lenta ed impreparata alle condizioni ed ai fenomeni che si accavallano velocemente, che trasformano e pongono nuovi e diversi fenomeni mentre si continua a discutere senza scegliere soluzioni immediate.
Arretrata, incapace di rincorrere tecnologie e performance, insicura tanto da stringere le proprie ormai inutili logiche in un abbraccio mortale per la società, disgregata di fronte ad immigrazioni ed economie solidali, pressata da culture incontrollabili che mescolano pensieri ad abitudini ma non producono equità e temperanza, la politica annega in un ritardo che non crea orizzonti e lascia aperti i confini a populismi ed antipolitica.
     Disequilibri gravi che pesano sui futuri, li offuscano e non lasciano spazi al recupero rintanandosi in alibi che nascondono confusioni e disorientamenti.
Si offusca la semantica complicando significati, contesti, limiti e descrizioni, si cristallizzano in grandi aree temi irrisolti che assumono interpretazioni relative di cui la politica si serve per offrire sponde di legittimazione a questa o a quell’altra soluzione. Scattano i giochi dello schieramento.  
Il gioco attrae ma sfuma concetti e sensi  lasciando insoluti  i grandi dibattiti su lavoro, finanza, immigrazione, fedi religiose, differenze di civiltà, profili identitari,  omosessualità, integrazioni trasversali su uguaglianza tra uomini e donne, in  breve gender mainstreaming, profili identitari, sicurezza, misura ed etica.
Scaturisce la dialettica benpensante, legata alla conservazione del pensiero, che già costruito è generalmente un'ancora, del conformismo che incatena al passato e nega  la criticità del nuovo  inaccettabile.
A tale resistenza si oppone la dialettica più irritata, quella che prospetta il rovesciamento radicale di un ordine costituito e impaurisce, come tutte le rivoluzioni. Siamo sempre impreparati alla storia nuova, ai cambiamenti, al pensiero divergente vissuto quale pericolo e rischio e spesso definito  antipolitica.  In tale termine coesiste il pre-giudizio ed il gioco interpretativo. A mio parere occorre ri-descrivere l'antipolitica in parallelo alla politica, definendone i contorni fuori da sensazioni di avversione ed ostilità,  in pensieri politicamente corretti. Ciascuno di noi ne è capace se si ferma a chiedersi i perché. Non credi?
In fondo il pensiero stesso è una abitudine ed in quanto tale può cambiare,  purché non lo si prospetti nemico.
Maria Frisella

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