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giovedì 10 marzo 2016

PLATEAU ESTETICO

Il cancello sul mare


marcello scurria 2013
Il cancello di ferro battuto mostrava alla strada la sua gloriosa incuria appesantita dal vanume della posta d’anni, e faceva propaggini rivolte alla proda gettando bovindi dai fusti quadrati come dadi, incravattati d’ornamenti tondi e accismati lungo l’altura del ferro, lontani dalla mia mano appesa alla sciancratura di quella gretola ferrosa e intignazzata dal tempo trascorso senza chiave nello stoppo, manco un cigolio di libertà sulle cerniere stantie, posate dal primo intento di fortezza sul brocchino di pietra forte e dura come selce acquartierata al centro delle ante, come un Sisifo alle falde dell’alterco aspetta la bifora aperta al masso rotolante, il magico «Apriti!Sesamo!» di quel bordonaro che invece mai mise il piede avventuroso oltre quella soglia fortificata invano, silenziosa di natura naturata, appena una risacca all’orecchio che provò l’entrata fino al mare di  Sicilia senza violentar l’ostacolo, neanche un rigirio per il cancello che vuol esser di qualcuno che non sia luscengola, coleottero, ladro, aviario alato o cane abbandonato, ma calpesti ambio il maso verso il mare abbonacciato là, sotto la soglia chiusa che scandivo come un viandante che non può ammarare, fermo al divieto contro il metallo antico che squamava come cancro esuberanti florilegi di ruggine rosa e rossa, refe nera da far paura alle mie dita, irta e irsuta, susuta come pinne di scorfano attisate e velenose, bonfi panciuti e aride spirochete, vulve aperte come lame, simili a pacciame d’incunabolo stratificato e gonfio, torto e ritorto dall’umido e dal secco ad affilarne il filo nel polverio salato degli anni, che sia favulo d’inverno o scirocco d’estate il nocchiero che semina cloruro, lui rode e corrode, lacera col sodio le ferite invase, sempre più addentro nelle fibre del ferro che cede i suoi atomi al sale, la vernice all’aria, la ruggine all’acqua, la forma battuta alla sabbia, che ad un passo dal vetro feconda ogni spazio dove manco loglio mette il rizoma, crescono pale e ficodindia, il sole dà forma alla calura e la colora di verde, che simile al mare si erge, pala puncicusa grassa di schiuma, pericolosa come un’arma di quintana che trafisse di pirtusa dove la storia di Sicilia sparò cannonate!
Grazie per l'attenzione, marzo 2016

Marcello Scurria

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