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domenica 6 marzo 2016

Piccolo regalo a chi mi ha regalato emozioni. ( Parte prima )

Non riesco più a trovare nei libri di oggi quelle sensazioni che ho provato e che tutt'ora provo a rileggere "vecchi" libri.
Al di là del fatto che tutti scrivono, e ciò non è possibile , è come se leggessi brutte copie, scarse imitazioni di libri già letti. Lessico Famigliare, semplice, reale, dove tutti i sentimenti erano espressi con amore, sincerità.
Il filone delle saghe famigliari è infinito ma nessuno è mai riuscito a far sorgere in me il pensiero: “è vero anche a casa mia accadeva” o a risvegliare ricordi sopiti.
Il mio è un piccolo esempio ne avrei tanti. Oggi quando si leggono testi o poesie è come leggere una specie d'insalata russa di tante frasi prese qua e la.
Ebbene, nel giro di una settimana, mi sono imbattuta nella lettura di due autori che sono riusciti a risvegliare dei miei ricordi.
Scrivono con diversi sentimenti, con un loro modo di far vivere gioie e rabbie, quasi in antitesi. Uno con molta calma, serenità, l'altro quasi rabbioso ma sono se stessi, nessun déjà-vu di cose scritte prima e meglio.
Entrambi mi hanno portata indietro negli anni, nei ricordi, nei rimpianti e negli errori. Credo che sia una delle cose più difficili, riuscire a far questo: risvegliare in chi legge emozioni sopite che si credevano perdute.
Sono persone che vivono di cuore in un mondo di ovvietà, di parole usate male e fuori posto. Li ringrazio entrambi.
Ed entrambi, con il loro permesso,  entreranno nelle "pagine" di Free Italia.
Ritengo giusto, in un blog teso alla  libera informazione,  non far mancare anche il "bello dello scrivere" ormai oggi cosa rara...
Riccarda Balla

Due piccoli assaggi, levatevi gli occhiali dell'ovvio e troverete la ricchezza dell' essere...

GLI OCCHI SONO VALIGIE

Mio nonno non l’ho mai conosciuto.
Viaggiava su un tempo che io non ho mai visto. Si è consumato prima che potessi sentirne il sapore infeltrito. Mio nonno ha fatto a tempo a vedere due guerre, portandosi appresso la stanchezza di non volerne mai più una terza. Ma non avendo la fatica di urlarlo.
Mio nonno mi chiedo quante cose si è portato appresso negli occhi, prima di chiudere gli occhi.
Io l’ho capito adesso che gli occhi sono valigie.
Valigie che tieni sempre aperte, le chiudi solo quando è ora di andartene davvero.
Mio nonno aveva tre Zeta. Zanca, ma poi aveva il suo orologio Zenith e il suo cardigan Zegna.
Aveva tre zeta mio nonno. E una valigia per occhio.
E sembra strano che le valigie che sono gli occhi, sotto possano avere anche le borse.
Mio nonno guardava il mare e poi la sua città, non necessariamente in questo ordine.
E poi guardava l’amore e la gente, i figli e la sua casa, i suoi mobili.
Mio nonno guardava.
Non so che cosa abbia guardato, so cosa mi ha insegnato.
Che gli occhi sono valigie.
E che ci puoi andare ovunque, quando però prima hai messo tutto quello che ti serve.
Ad esempio quando ero appena nato, lui sentì che le sue valigie si stavano chiudendo per sempre, per un viaggio diverso da quelli fatti per guerre o per piacere.
Allora si sedette accanto a dove dormivo, per giorni interi mi guardò, guardò dormire, mangiare, piangere.
E disse solo “voglio portarmi il ricordo di mio nipote con me, sento che manca poco, uno Zanca viene, uno se ne va.”.
Prese le sue valigie poco dopo e le chiuse, per sempre.
Io mi ricordai di lui. Anche molto dopo. Forse avrà dimenticato qualcosa che non ha messo in valigia.
Che prima o poi gli riporterò. Molto più in là.

Ettore Zanca 

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