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mercoledì 16 marzo 2016

LA METAMORFOSI NECESSARIA























Esco dall'ombra
il nemico è ai lati delle strade
sopra e sotto l'occhio brado
il megero aspetto
offerto all'uso cittadino.

Lo spazio mostra greve
una città obliata
lasciata alla berlina
del canchero mortale
gramigna sui tempi dorati.

Tristo
passo a un altro posto
dove più è città
luce di storia e fiamma
è il senso mio
che al vento affida la rivalsa.

Volgo alla festina
la domanda
se anche lei,
piede lente,
avverte inclita l'ovvietà del mostro?

Aurora di niente
è la resa
stesa sopra il viso.
Ahinoi, penso,
la domenica nient'altro è
che mero andazzo cittadino.

Rode nel cuor
una voce di paura
senza misura del miraggio
né criterio del coraggio.
Un giorno è andato:
avrà in memoria
quel che ho osato?

Giunge il tramonto
nella Sicilia che non conosce il freddo
una specie di vaghezza mi perdura
dalla mattina dedicata al fato
ricusato nel silenzio inoffensivo
che del Genio
perse la gloria.

La ripenso
e rimembrarla estasia
come bella
è una poesia scolpita
tempo di miti cittadini
di cui gente d'ogni dove,
colta la meraviglia d'una prosa innata,
ha versato in rima
l'anima divina della città cordiale
di femmina ospitale
di santa prodigiosa dal miracolo esaudito
di vestigia con gli scudi sulle porte
per la pace residente
nata dall'asilo al marinaio
che pose il piede savio su questo Paradiso
come il fante Federico errante,
stupor mondiale d'invidiata scienza,
donò a Palermo
fama e sapienza.

Innuse muse
e leonine appassionate
sì mondane e di crine fine
son mitiche
le donne siciliane.

Che m'importa
dell'arengo intorno
se non capisce la Palermo capitale!
Con lei
mi suona la campana
e sento il batacchio innato
di Cerere, di Pan e di Vulcano
nelle tre gambe
il loro eterno viso.

Vedo
di Palermo il cuore amaro
perso nello sguardo malandrino
che ha distrutto la città.
Il mio incanto
è un vero sogno: vuole
il Capo degno che ridoni
l'arte alla città
la proda al fiume
la musica al meriggio cittadino
ai natanti il porto nella conca ambita
alla Cultura il dominio che le spetta
sin dai tempi dell'Olimpo
quando pose e promise cura
a ciò che miseramente ancora dura.

Guardo lei
che si gira incredula
al sentore
d'essere ancora amata:
una cosa nuova, inaspettata.
La magia pensata
desta l'eroina dal letargo
dov'era in fuga, rifugio e sonno
dal brago dell'ipocrisia che stura
mala e fregatura.

Vera forza cittadina
riaccende l'orgoglio della Diva
città che mostra intera
il suo primato
anelito di Paradiso.
Vederla che si pigra da modella
la fa libera, unica e bella
mentre estasio perdo il senno
che purezza di mare
di mosto e oro coltivato
non ha avuto pari
in questo mondo disastrato
dall'alto tradimento.

Piange Palermo
l'ottusa fregatura
del sacrilego commiato
chiesto al cittadino che ha votato
dare lustro
al Greco e al Latino
al Sole caldo mai finito
all'Orto dal romantico ruggito
allo splendore della saggia scienza
alla dimora d'ogni statua e lucentezza dei suoi marmi
alla Chiesa dalle mura ardite
ai Teatri dalle molte vite
al Ferro delle Ville e allo stile dei Signori
alle Biblioteche
agli Amori
ai Porti e ai Pupi dei poeti
alle Fontane del portento siciliano
agli affreschi del Carretto
ai Gessi del Serpotta
come ai Bronzi del presidio.

Invece,
l'Arsana stirpe
manco vede l'acqua sotterrata
fugata alla sete del germoglio
negata al Mediterraneo
nocchiero ora
di morti alla deriva.
Non sente
la dorata risma
che la Sicilia non respira!
No. Non sarà una guerra.
Ma sia madre
o terra
o dimostranza
lei mi chiama innanzi
mi seduce st'Isola trilance
diva
che mi snuda
in rima tra le labbra
la sua posa ebbra
d'un Amore pregno d'esultanza.
E ciò mi segno
e ciò vi dico:
viva Palermo che di Scipio
or 
cinta ne ha la testa.
 
 
 
Grazie per l'attenzione, marzo 2016
Marcello Scurria


























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