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mercoledì 2 marzo 2016

Il monte palermitano è ancora peregrinus?


      Siamo abituati a vederlo beandoci se Johann Wolfgang Goethe  arrivando in Sicilia nel 1787 lo definì “il promontorio più bello del mondo”……. “con la sua elegante linea in piena luce”.   
E’ vero, il monte ruba le sfumature dell’alba e del tramonto,  proteso sul mare Tirreno, chiude il Golfo di Palermo dove si riflette vanitoso nelle belle giornate,  mentre guarda a sud il golfo di Mondello.
     E si ripara nella notte confidando i suoi segreti alla luna, tra le ombre delle rughe millenarie che ne scavano i fianchi o delle grotte del paleolitico e del mesolitico, lì dove ha regalato strumenti preistorici per la caccia, le ossa di un elefante nano, materiale ceramico a vernice nera e frammenti di anfore puniche.
   Ogni giorno si impegna a raccontare la sua storia anche al palermitano più distratto ed accoglie il visitatore che  arrivi in nave o in aereo o percorra le strade della città che  sovrasta come l'amico massiccio ma mai invadente.
Perché si chiama Pellegrino? E cosa racconta?
      Promontorio di natura calcarea con i suoi 609 metri di altezza s.l.m. , i Greci lo chiamarono Ercte  per la sua ripidezza, ma anche  Kronion  perché dal IV al III sec. a.C  vi si  eressero i monumenti di pietra dedicati al dio Kronos. Forse proprio una di tali pietre, chiamata Pietra dell'Imperatore,  fu usata dal re normanno Federico II come orologio solare per segnare la giornata lavorativa dei contadini.  Dovette essere un grosso masso, a forma di cono ed alto circa quattro metri, che veniva coperto dall’ombra del monte quando il sole calava verso il tramonto, segnando l’ora in cui i braccianti potevano smettere di lavorare. Il masso esisteva,  ma nel XIX secolo fu fatto saltare per ricavarne materiale da costruzione. Il resto sembra essere leggenda. 
      Gli arabi lo chiamarono Gebel Grin, monte vicino, e poi Bulkrin, alterazione di Pulgrin.
Ma lo sapevi?
Furono i Latini a chiamarlo Mons Peregrinus, monte nemico, ostile a loro  perché alle sue falde  furono costretti a combattere per  ben tre lunghi anni, contro i cartaginesi di Amilcare Barca che vi si era asserragliato tra il 247 ed il 244 a.C.
       Per quanto peregrinus,  il monte rimase sempre il punto di confine tra cielo e terra, dove è possibile meditare e ritrovarsi tra condizione umana e condizione divina, in eremitaggio tra i silenzi lungo gli orizzonti dell’infinito sentire mentre la storia continua a scrivere il suo percorso.
       Quel Monte Pellegrino aveva conquistato il proprio culto divino e salutare per la sua sorgente d’acqua, prima dedicata ad  una ninfa, poi ad una dea ellenica e poi ancora a Tanith, dea punica della fertilità e ad Iside. Lo testimonia la presenza di un’edicola dedicata alla dea e poi trasformata in chiesa cristiana, all’interno dell’attuale grotta di S.Rosalia.  Nel 1625 vi si trovarono i resti mortali  di Santa Rosalia Sinibaldi, o almeno questa è la fede, quelli che portati in processione liberarono i palermitani dalla peste,  e quell’area a 429 metri s.l.m., divenne sede della grotta profonda 25 metri, le cui pareti trasudano acqua ritenuta miracolosa e raccolta in doccioni. Lì fu edificato il santuario la cui facciata seicentesca si addossa alla roccia,  dove i palermitani, il 4 settembre di ogni anno, fanno l’acchianata, la salita sul monte,  per devozione alla santa.
       Anche  i tamil, che sono il gruppo etnico di origine indiana a Palermo, oggi salgono al Santuario lungo il monte,  considerandolo  come il loro sito sacro nello Sri Lanka: il Kataragama.
      Il legame tra i tamil palermitani, cristiani o cattolici e induisti, e la santa patrona della città  passa dagli elementi simbolici della montagna, elevazione dalla terra verso il cielo, e dagli oggetti culturali: acqua, pietre, terra, reliquie, comuni a molte religioni.
       Anche loro salgono il monte, scalzi, in un cammino spirituale verso l’oltre, e se il monte conserva una entità divina, questa può essere venerata insieme alle numerose altre loro divinità. 
     Monte Pellegrino, dunque, integratore e mediatore di fedi e speranze attraverso il silenzio dei suoi simboli ed il culto.
Ma anche sede di formazione di alta managerialità.
      Se guardi  a metà del monte, su un picco  a 346 metri, riconosci subito un palazzo di colore rosa pallido, che ricorda un castello neogotico. Dal suo belvedere si domina la città e la piana.
Fu costruito tra il 1928 ed il 1933, su progetto dell’architetto G.B.Santangelo per volontà del cavaliere Michele Utveggio che aveva acquistato dal Comune il terreno. Non dovette essere facile costruirlo specie se in soli cinque anni. Dunque non castello neogotico ma palazzo di stile liberty anche se continuiamo a chiamarlo castello Utveggio.
     Fu inaugurato come il “grand hotel Utveggio”, lussuoso albergo che poteva offrire una vista unica su Palermo. Ma non ebbe fortuna perfino quando si tentò di aprirvi un casinò. Poi con la seconda guerra mondiale dovette chiudere e,  abbandonato, fu oggetto anche di atti vandalici.
Solo nel 1984 venne rilevato dalla Regione Siciliana che quattro anni dopo lo assegnò al Cerisdi,  centro di alta cultura manageriale.
Monte Pellegrino? Credo proprio che abbia perso la sua ostilità ma a quel nome rimaniamo ormai affezionati.



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