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martedì 22 marzo 2016

GOLPE BIANCO IN BRASILE

Molti chiedono dall´Italia Sugli ultimi avvenimenti in Brasile. Da quello che si legge, verrebbe voglia di staccarmene un braccio solo per darlo in testa a tante testoline vuote e superficiali che parlano e scrivono senza conoscere. Quello che sta succedendo in Brasile é molto semplice: un GOLPE BIANCO.


Dilma e Lula sono dei ladri corrotti? No.
Lo sono alcuni dei petisti al governo? Sicuramente sí. La corruzione fa parte fisiologica del potere come dell´animo umano. E i governi petisti non sono certo stati piú corrotti dei precedenti governi liberisti e tucani che li hanno preceduti.

Lula ha governato relativamente bene per 8 anni dal 2003 al 2010. Ex sindacalista di famiglia umile, privo di qualsiasi formazione accademica, schietto e a tratti rozzo, semplice, diretto, snobbato persino dalle autoritá militari al tempo della dittatura, che non lo consideró pericoloso per il regime, Lula ha peró le qualitá essenziale di un grande presidente: intuito e capacitá di scegliere collaboratori e ministri capaci e competenti. Negli 8 anni del suo governo il PIB ha avuto un incremento medio superiore al 4% annuo (il doppio di quello registratoo nei 20 anni precedenti), il Brasile é passato dal 12º al 8º posto nel ranking delle maggiori economie mondiali, la quota salari é aumentata notevolmente (da R$ 200 a 510), riduzione del 43% del numero dei poveri, inflazione sotto controllo.
In politica estera Lula ha sostenuto, attraverso il ministro antiamericano Celso Amorim (quello che si rifiutó di togliersi le scarpe ad un controllo di frontiera negli USA), posizioni inedite e coraggiose incentivando i legami con le nuove democrazie popolari sudamericane, paesi africani e asiatici (Cina in primis). Famose alcune dichiarazioni “politicamente scorrette” a favore del regime iraniano, quando comparó le proteste antiregime di quel paese a “lagnanze di una squadra di calcio sconfitta”, o ancora quando definí i prigionieri del regime cubano “delinquenti comuni”.

Se analizziamo invece la figura e il governo di Dilma possiamo notare quasi un´immagine diametralmente opposta a quella di Lula. Figlia di un ingegnere e poeta di origine bulgara e di una professoressa brasiliana, Dilma cresce in una famiglia relativamente agiata e colta, frequenta buone scuole sia pubbliche che private, milita nell´Organizzazione Rivoluzionaria Marxista Politica Operaria, formata da studenti simpatizzanti del pensiero di Rosa Luxemburg e Trotski.
Nel 1967, in pieno regime militare, entra, mentre studiava scienze economiche all´Universitá, nel Comando di liberazione Nazionale, organizzazione che difendeva la lotta armata. Partecipa poi a varie azioni sovversive fino al 1970, quando viene, catturata, toturata e condannata alla detenzione fino al 1973. Finita la dittatura entra prima nel pdt e poi nel pt, occupando responsabilitá di governo regionali, per arrivare, infine, nel 2005 ad essere nominata ministro nel governo Lula.

Come presidente Dilma rivela caratteristiche, difetti e deficienze paradossalmente inverse a quelle di Lula: vanta un passato da “terrorista rossa” contro quello di un umile e non pericoloso sindacalista, eppure sostituisce agli esteri un ministro antiamericano come Amorim, con un diplomatico filo-statunitense frequentatore dei salotti buoni USA come Patriota (nomen non omen), fatto dimettere tardivamente solo dopo le rivelazioni di Snowden sulle intercettazioni telefoniche della presidente per opera della NSA e dopo la fuga in Brasile, organizzata da Patriota stesso, di un deputato boliviano dell´opposizione al governo popolare di Evo Morales, deputato che vantava decine di gravi incriminazioni. Dopo il fracassato tentativo di riconciliazione con gli USA, Dilma, con formazione universitaria in Economia, compie una serie di atti volti a riappacificare e riavvicinare il Brasile ai desiderata neo liberali con conseguenze gravemente recessive. Sostituisce Meirelles con Levy alla presidenza della Banca Centrale, facendo salire alle stelle il tasso di sconto da 7,25% di ottobre 2012 a 14,25% di oggi. Limita i programmi assistenzialisti, terziarizza servizi pubblici, controlla e reprime la spesa pubblica. Un disastro nella scelta di ministri e collaboratori a cominciare dal vicepresidente Temer, probabile prescelto pupazzo da piazzare alla presidenza del post-golpe bianco.

Qual´e´il bilancio di questi 13 anni di governo petista Lula-Dilma? Sicuramente positivo nel complesso, ma altamente insufficiente per far fare al paese un autentico salto di qualità. In due parole: una occasione persa. Si sono privilegiate politiche necessarie di assistenza alle fasce povere della popolazione, si é creata una nuova classe di sub-borghesia povera, si é finanziato e incentivato il consumo e la domanda interna, si é facilitato l´accesso al credito pubblico. Scarsi peró gli investimenti nelle infrastrutture (in Brasile manca quasi completamente un sistema ferroviario, mentre la rete stradale é ancora scarsa e insufficiente), insignificanti soprattutto i miglioramenti nei servizi pubblici essenziali: istruzione pubblica che versa ancora in stato comatoso, sanitá e sicurezza. Quasi tutto é stato privatizzato (a partire dal governo Color) con conseguenze catastrofiche per la qualitá della vita e poco o nulla si é fatto per invertire la situazione in questi anni.
Questo, a mio parere, il risultato ultimo e negativo delle politiche petiste di questi 13 anni: l´avere priorizzato meramente una democrazia del consumo a detrimento di una crescita civile, culturale, educativa, della qualitá della vita, del miglioramento umano e dello stato sociale e dei servizi pubblici. In questo modo si é arrivati a creare una classe consumista di morlock affamati e rabbiosi, giustizialista, senza cultura e senza morale, che minaccia ora di divorare primariamente i supposti benefattori creatori petisti, ma che futuramente rischia di divorare gli stessi tucani liberalisti e neo golpisti e il modello miope della loro societá ideale, basata appena sulla prevaricazione e su una moderna forma di schiavitú, che niente produce se non ingiustizia sociale e violenza.

Un breve accenno infine al giudice Sergio Moro, telegenico protagonista della caccia giustizialista ai ladroni e corrotti petisti del governo. Si é scelto per il golpe bianco brasiliano, una vecchia arma usata con successo in Italia negli anni 90 per cancellare rapidamente con gli scandali giudiziari una intera classe politica dirigente, colpevole soprattutto di non riuscire piú a rappresentare i nuovi interessi geopolitici, globalisti, economici delle elite transnazionali. Non é davvero un caso che questo modesto e provinciale giudice di primo grado sia un fanatico ammiratore della storia del team nostrano di Mani Pulite, del quale peró dimostra una conoscenza ed una comprensione storica assai limitata, basata soprattutto su un oscuro e poco accreditato testo pubblicato solo negli USA. Moro risulta quindi solo una grottesca controfigura del nostro Di Pietro, che riesce peró a superare brillantemente in cafoneria giuridica e populista, surclassandolo in ambizione politica e visibilitá mediatica.

Qual´é il fine ultimo di questo golpe? Il completamento della privatizzazione dei servizi pubblici, a partire, in primis, dal sistema previdenziale, del sistema bancario pubblico (banco do Brasil, Caixa Economica) per terminare com quella del sistema penitenziaro, a modello della tanto ammirata (dalla classe agiata) societá statunitense. Ma il boccone dei bocconi, difeso in questi anni strenuamente sia da Lula che da Dilma, é rappresentato dallo smembramento della petrolifera statale Petrobras, non a caso protagonista di tanti scandali montati ad arte. I cui ricchissimi diritti di estrazione sono giá stati promessi dal leader tucano Serra alla Chevron. Mi ritornano in mente l´Eni di Mattei e il “carrozzone” dell´IRI, ma questa é un´altra storia di altri tempi, di altra nazione, l´analogia non ciazzecca...o forse sí?

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