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mercoledì 30 marzo 2016

Devo avere tutto per dimostrare di esistere

Il cinismo ad Atene, 2.500 anni fa, predicava l’abolizione di ogni desiderio che potesse compromettere un sano spirito libero, il rifiuto di ciò che aumentasse i bisogni, riferito non solo all’individuo, ma a ogni cultura, ad ogni civiltà, quindi il rifiuto delle istituzioni sociali, degli usi ed in sostanza l’adozione di una vita naturale come quella dei cani appunto.
Questo era il cinismo per la filosofia e per Antistene.
Oggi il suo contrario è da intendersi in buonismo, sentimentalismo, pietismo, umano, rispetto.
Bene, sembra che oggi la nostra società sia divisa in questi grandi gruppi. E in quella dei cinici, sembra, che alberghi più potere, denaro, sicurezza. Non che nei benestanti ed economicamente più agiati non si trovino buoni sentimenti e che di converso nei poveri e disperati non si incontrino cinici speculatori delle disgrazie altrui. Ma in prevalenza questa vita, così come ce l’ha dettata “carosello” ed il mondo falso della pubblicità, ha impresso in larga parte della popolazione l’idea che un sano individualismo centrato sull’arricchimento possa consentire il soddisfacimento delle nostre necessità. E siccome ne abbiamo poche allora la pubblicità si è occupata di inventarci cose futili, inutili, ma rese necessarie dal fatto che il nostro ideale di uomo o donna che sia deve possederle per essere al passo col tempo in cui vive. Quindi un telefonino non deve servire a telefonare ma ad essere esibito possibilmente intonato alla borsa, scarpa o altro inutile accessorio. Insomma per essere in sintonia col nostro presente dobbiamo avere tutto. E cosa sia il tutto, abilmente, ce lo propina il regista nel suo film con inserimento di pubblicità subliminale o il testo di una canzone che forgia le giovani vite rendendoli “bravi consumatori”. Ed allora l’orecchino di piratesca memoria diventa l’accessorio del direttore di banca o del professionista di grido, magari con un carato di brillante, ed il tatuaggio testimone del pedaggio di patrie galere diventa il modo di contraddistinguerci dal gruppo. Ottenendo l’effetto opposto di omologarci. Una tv deve avere almeno cinquanta pollici, magari messa in un saloncino di tre metri per quattro. Ma vuoi mettere? Per tornare ai gruppi non c’è gruppo sociale che non si crei attorno al possesso dell’oggetto agognato e la scala gerarchica, necessaria in ogni gruppo, non è la sagacia, l’intrapendenza, la cultura. No, è il possesso del simbolo più esclusivo cioè più caro. I nostri ragazzi, noi stessi siamo portati a dare un valore leaderistico all’oggetto posseduto. E se invitiamo qualcuno a cena la competizione, si sposta sul menu. Sull’arredamento, sulle stoviglie.
Dunque il gruppo dei cinici è imperante. E per appartenervi si deve pagare un prezzo. Poco importa se questo prezzo è il diritto del collega cui abbiamo rubato un avanzamento di carriera, un pezzo di vita a uomo cui abbiamo, con un concorso falsificato, rubato un posto di lavoro o una sicura vecchiaia a decine di giovani cui abbiamo rubato l’opportunità di una pensione. Se vuoi stare sulla giostra luccicante dei cinici e vincenti a queste cose non devi pensare. Devi tirare innanzi. Puoi sempre fare un’offerta di un euro a TELETHON col tuo bellissimo telefonino, adottare un bambino a distanza senza caricarti il rischio che ti sporchi il divano portandolo a casa, o puoi lascare il denaro in busta chiusa nelle mani del parroco assieme alla tua più cara amica che garantirà sul tuo nobile, anonimo, gesto.
Carlo Mocera



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