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giovedì 31 marzo 2016

Benvenuti nel era della post-politica

Negli ultimi decenni i rapporti tra centro e periferia all’interno degli stati membri dell’Unione Europea sono stati influenzati in modo significativo dall’europeizzazione, cioè dal processo di costruzione e diffusione di istituzioni e politiche pubbliche a livello Ue. Secondo vari studi empirici, a partire dagli anni Novanta, in diversi casi l’integrazione europea ha ampliato i poteri delle regioni e, nel complesso, ha prodotto effetti diversificati.


In paesi a forte vocazione centralista, come la Francia e Regno Unito (e, sebbene in modo più limitato, in paesi quasi-federali come l’Italia), la diffusione delle politiche comunitarie ha comportato un rafforzamento dell’autonomia degli esecutivi subnazionali nei confronti dei governi nazionali. Il meccanismo è semplice: le politiche e le istituzioni comunitarie, attraverso l’introduzione di nuove pressioni o opportunità sovranazionali, hanno consentito agli attori subnazionali di sviluppare nuove forme di alleanze, che in più occasioni hanno fornito loro l’opportunità di scavalcare i governi nazionali, massimizzando i propri interessi politici ed economici e conseguendo specifici obiettivi mai raggiunti prima a causa delle resistenze poste al livello centrale.

Diverso è stato invece l’impatto delle politiche comunitarie sulle relazioni tra centro e periferia in paesi federali, come la Germania e la Spagna: lì le stesse pressioni provenienti dall’Unione Europea, hanno portato a una limitazione del potere regionale. Insomma, un quadro variegato che però conferma la rilevanza del cambiamento di relazioni tra i vari livelli di governo rispetto al passato. Il limite più evidente dei risultati empirici di questo tipo è che spesso gli studi da cui sono stati tratti erano incentrati su di un unico settore di politica pubblica – politiche di coesione o sviluppo regionale – e pertanto i risultati potrebbero valere specialmente (o esclusivamente) per quell’area. Non di rado, invece, le riflessioni conclusive degli osservatori riguardano il processo di europeizzazione 
(e, prima ancora, di integrazione europea) nel suo complesso, producendo generalizzazioni piuttosto audaci rispetto al materiale empirico disponibile.

Ad esempio, focalizzando l’attenzione sulla politica di coesione europea – volta alla riduzione delle disparità socioeconomiche presenti nei paesi membri e alla promozione dello sviluppo regionale – in letteratura sono state tratte conclusioni più generali sulla nascita di un’Europa delle regioni in cui il livello decisionale centrale sarebbe stato progressivamente superato. Ciò avrebbe determinato una trasformazione della configurazione dei poteri graficamente visualizzabile come un passaggio da una forma di diamante a una simile a una clessidra (figura 1): il potere del livello nazionale si sarebbe ridotto al punto da diventare un mero filtro che connette il livello comunitario e quello regionale. Dal canto loro, l’Unione Europea e il livello regionale avrebbero conquistato nuovi spazi di potere determinati dall’accrescimento delle competenze disponibili.

Figura 1 – Verso una nuova configurazione dei poteri nell’Unione Europea?



Se mai vi era del vero in questa nuova configurazione di potere, di certo lo scenario in tempi recenti è cambiato. A causa dei crescenti vincoli provenienti dall’Unione Europea, non solo in tema di politica economica e coordinamento fiscale, i margini di manovra per le autorità di governo nazionali, regionali o subregionali si sono notevolmente ristretti. Certo, non siamo tornati a un contesto in cui esiste solo il livello nazionale; nondimeno, assistiamo a un maggiore peso dell’Unione Europea che vincola sempre più non solo i governi nazionali, bensì – a cascata – anche quelli regionali e locali.

E ciò rende sempre più difficili percorsi decisionali locali autonomi rispetto alle regole decise a livello europeo. Nell’ambito delle politiche europee, poi, alcuni governi – come la Germania – sono riusciti a ritagliarsi un ruolo più centrale che mai, rendendo la configurazione dei poteri ancora più complessa. Cosicché la loro ripartizione è ora più simile a un triangolo rovesciato che non a una clessidra. I mutamenti devono far riflettere sulla nuova natura della competizione partitica che ne deriva, sia a livello nazionale, sia a livello locale.

Se andiamo oltre alla definizione classica di politica come “lotta per il potere” e la intendiamo come “conflitto circa l’adozione di decisioni” capiamo bene quanto lo spazio per un ampio pluralismo in termini di scelte sia stato progressivamente limitato dai “vincoli esterni’. E, di conseguenza, quanto lo spazio per la ‘politica’ sia ormai ridotto al lumicino: dopo l’era della ‘post-democrazia’, siamo entrati nell’era della ‘post-politica’.

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