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mercoledì 10 febbraio 2016

Siria, l'imperialismo reclama guerra

SI sta imprimendo una pericolosa accelerazione intorno a quella che provincialmente Definiamo “guerra civile siriana” quando è ormai evidente che coinvolgimento, responsabilità, conseguenze e implicazioni eccedono ampiamente il territorio conteso del regime degli Assad.



L’intervento russo in difesa dello status quo ante (e dei propri interessi geopolitici) ha nettamente modificato i termini del confronto, amputando le ambizioni dello Stato Islamico, evidenziando l’inconsistenza del Free Syrian Army sostenuto da Washington, finanche la debolezza degli altri fronti islamisti variamente sostenuti da Sauditi ed altri emirati del Golfo. La convergenza tattica – senza amicizia – tra russi/hezbollah/esercito siriano da un lato e kurd* del Rojava dall’altro sta nei fatti alterando il corso del conflitto. La battaglia di Aleppo, oltre a produrre una nuova ondata di decine di migliaia di profughi, sembrerebbe segnare un punto di non ritorno degli equilibri politico-militari nell’area.

Il rischio immediato sembra però essere quello di una nuova intensificazione dello scontro con l’ingresso on the ground di attori fino ad oggi limitatisi al finanziamento e al leading from behind. Turchia e Arabia Saudita, nonostante l’opposizione (perlomeno dichiarata) degli Stati Uniti, vogliono entrare in Siria per (queste almeno le dichiarazioni ufficiali) combattere l’Isis. Ma aldilà delle buone intenzioni annunciate, questo fatto sembra piuttosto confermare come per quelle potenze regionali la caduta del regime di Damasco venga prima di qualsiasi obiettivo “comune” individuabile nella lotta contro lo Stato Islamico. Se l’ossessione per il vicino è una costante per i Saud e un’acquisizione recente per Erdogan, il salto che questi si apprestano a fare coinvolgendosi direttamente nel conflitto, risponde forse anche alle difficoltà di gestione delle proprie contraddizioni interne (curdi per Erdogan, sciiti interni e islamisti fuori del controllo di Ryad).

Chi esce peggio da questa carrellata di mosse, in atto o soltanto annunciate, e però il blocco “occidentale”, con gli Stati Uniti obbligati a cambiare continuamente gli alleati sul campo (almeno a parole) e al tempo stesso pavoneggiarsi come supervisore degli equilibri sitemici generali (ruolo sempre più contraddittorio e difficile anche solo da rappresentare); dall’altro abbiamo un’Europa incapace di reale autonomia, stretta dalla sudditanza atlantica e dalla dipendenza dalla Turchia per il controllo dei profughi. Il fallimento del recente tavolo di trattative a Ginevra segna il fallimento congiunto dellle mosse euro-stratunitensi, con lo scandalo del mancato invito al tavolo delle milizie curde.

C’è poi un secondo livello di scontro – geopolitico, economico e confessionale – che vede contrapporsi Iran e Arabia Saudita per l’influenza sulla regione. Qui l’Iran ha all’attivo il raggiungimento di un accordo internazionale sul nucleare mentre i Sauditi si trovano a dover far fronte ad una perdita di influenza su più fronti (Siria, Yemen, Libano).

L’eventuale entrata in campo di Turchia, Bahrein e Emirati coi rispettivi eserciti, finora solo una minaccia, porterebbe a un innalzamento del livello dello scontro. Iran e Russia hanno un accordo di difesa con la Siria. In caso di intervento la Russia sarà in guerra contro un paese Nato e un alleato Usa. Questo obbligherà la Nato a schierarsi…

Certo, gli interessi generali sembrano ancora consigliare freni e nuovi accordi ma da tempo le potenze di scala regionale, soprattutto Turchia e Arabia Saudita, mettono sempre più di fronte a questi equilibri i propri interessi immediati. Se aggiungiamo a questo quadretto la recente decisione iraniana di accettare solo più l’Euro come moneta di scambio col proprio petrolio – rilanciando la latente e sempre attuale guerra valutaria tra Europa e StatiUniti – e i ripetuti affondi delle borse mondiali, tutto ci dice che l’opzione-guerra tenderà sul medio periodo a restare il campo privilegiato in cui si disputeranno le contraddizioni capitalistiche, a meno del riemergere di forti movimenti di massa capaci di collegare l’opposizione alla guerra alle battaglie per migliori condizioni di vita in Europa, Usa, Russia e medioriente.

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