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lunedì 8 febbraio 2016

Siamo al'alba di una crisi di dimensioni inimmaginabili

Il pericolo attuale non è quello di un collasso finanziario, ma è quello di una crisi di sovrapproduzione globale, e di una stagnazione di lungo periodo. Il crollo delle borse non è che un segnale. Da sei anni le banche centrali prestano denaro a costo zero, e da un paio di anni il petrolio scende ininterrottamente. Cionostante la domanda cala, e la stagnazione persiste, si aggrava, tende a divenire recessione.


Il 10 gennaio il New York Times ha pubblicato un articolo di Clifford Kraus dedicato agli effetti che il calo della domanda cinese produce sull’economia globale: «Per anni la Cina s’è ingozzata di ogni tipo di metalli e di energia perché la sua economia si espandeva rapidamente; le grandi aziende hanno ampliato aggressivamente le loro operazioni di estrazione e produzione, scommettendo sulla prospettiva che l’appetito cinese sarebbe continuato per sempre. Adesso tutto è cambiato. L’economia cinese si contrae. Le compagnie statunitensi, che tentano disperatamente di pagare i loro debiti mentre aumentano i tassi di interesse, debbono continuare a produrre. Questo eccesso spinge i prezzi verso il basso, e colpisce le economie dipendenti dalla produzione di merci di consumo come il Brasile e il Venezuela, ma anche i paesi sviluppati come l’Australia e il Canada»-

Negli anni passati le grandi corporation hanno investito somme enormi nell’estrazione di petrolio, nella raffinazione dello shale gas, nelle tecnologie necessarie per il fracking, e così via. Il sistema bancario globale ha finanziato queste operazioni. Tutti pensavano che la domanda sarebbe cresciuta indefinitamente. Ma ora il rallentamento dell’economia cinese non significa solo che l’incremento annuo del prodotto cinese, pur continuando ad essere elevato (6,9 per cento, secondo le opinabili stime cinesi), tende a diminuire. Significa soprattutto che la domanda di energia si è ridotta considerevolmente e tende a ridursi di più. Siamo di fronte alla più classica delle crisi di sovrapproduzione.

Scrive ancora Kraus: «I bassi tassi di interesse hanno alimentato il boom produttivo. La compagnia brasiliana Petrobras ha accumulato 128 miliardi di dollari di debito, raddoppiando i costi annuali di indebitamento durante gli ultimi tre anni per produrre sempre più petroli. Poi la storia è cambiata quando la crescita cinese ha iniziato a recedere. Nel 2015 i prezzi hanno avuto un rallentamento continuo. Il nickel, il ferro il palladio, il platino e il rame sono scesi del 25 per cento o più. I prezzi del petrolio sono scesi di più del 60 per cento negli ultimi diciotto mesi. Anche i prezzi del grano e del frumento sono precipitati».

D’altra parte le aziende si sono indebitate con le banche per poter avviare i loro investimenti, e non si possono fermare. Le banche hanno prestato somme colossali, e non possono riaverle indietro. «Decisioni di Investimento multimiliardarie prese anni fa, come lo sfruttamento delle sabbie oleose in Canada o le miniere di ferro in Africa occidentale, debbono necessariamente continuare. Non si possono semplicemente chiudere progetti di quell’entità. L’eccesso potrebbe continuare per anni» (ancora Kraus).

Può durare per anni. Ma forse dovremmo fare un’ipotesi più radicale, e insieme più realistica: durerà per sempre, perché la crescita è divenuta impossibile, e non tornerà mai più. L’ossessione capitalistica impedisce di vedere la realtà: siamo di fronte a una crisi di sovrapproduzione di dimensioni inimmaginabili. Nessuna delle tendenze oggi leggibili nel sistema-mondo permette di prevedere che se ne possa venire fuori nel corso del prossimo decennio.

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