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lunedì 29 febbraio 2016

Protezione Geniale su Palermo. Varrà ancora?

Lo hanno recintato, il Genio, ma a nulla serve tutelare una scultura se non la si protegge dalla indifferenza della storia come quella che riguarda il Genius loci, patrono laico della città, complementare a Santa Rosalia. Mai però in sostituzione.
     Il  Genio, dal cui nome dal greco ghenos  e dal latino genius  si desume il significato di nascita e di generatore di vita,  è protettore della famiglia, della casa e persino degli affari del suo devoto.  Presiede alla nascita dell’uomo e lo accompagna nella vita condividendone gioie e dolori.
    Se arrivi dal mare il Genio ti accoglie all’ingresso del porto, pretendendo di simboleggiare Palermo nell’ altorilievo marmoreo che trovi su via Emerico Amari,
   Ti tiene compagnia i l Genio , dal centro della settecentesca fontana di Ignazio Marabitti, a Villa Giulia ed è lì, a ricordarti cosa rappresenta, dal pannello musivo all’ingresso della Cappella Palatina del Palazzo dei Normanni, o nell’affresco della scena allegorica, sulla parete destra della cappella di Santa Rosalia, nella Chiesa del Gesù , accanto ad un uomo infreddolito dall’inverno e al fiume Oreto, ma protetto dall’ angelo inviato dalla più famosa Santa Rosalia.
        Chissà cosa vuolea dire dalla fontana del  XVI secolo a Piazza Rivoluzione, dove  i palermitani si riunivano durante i moti del ’48, chiamandolo a testimone del desiderio di libertà dal dominio borbonico o dall’affresco nel salone da ballo di Palazzo Isnello  dipinto da Vito D'Anna e considerato uno dei capolavori della pittura siciliana del XVIII secolo. Eppure sta a proteggere anche  dal bassorilievo   della più popolare via Oreto al civico 108.
     Avrai certamente notato alla Vucciria il Genio del Garraffo, chiamato  Palermu lu grandi (Palermo il grande) nella scultura di  Pietro de Bonitate del XV secolo e nell’edicola del XVII secolo.
        Per non fargli torto, è presente nelle due sedi rappresentative della città, a Palazzo Comitini, già sede della Provincia, dove campeggia in un arazzo nella sala delle armi, e a Palazzo Pretorio, sullo scalone di ingresso della sede municipale di Palermo.
      Eccolo il Genio, affettuosamente conosciuto come  Palermu u nicu (Palermo il piccolo), nel cinquecentesco gruppo scultoreo ai piedi dello scalone interno di Palazzo Pretorio o delle Aquile,  da dove continua a proteggere,  posto sulla piccola conca  simboleggiante  la Conca d’Oro, ricordi?,  quella splendida pianura verdeggiante che circondava Palermo.
      Tu pensa che questa rappresentazione marmorea sarebbe stata relegata nelle cantine di Palazzo Pretorio, e ritrovata nel 1596 dal Pretore Francesco del Bosco, conte di Vicari, che la fece collocare dove oggi si trova.
      Il complesso marmoreo alto 2,60 metri, sembra assemblato probabilmente proprio nelle attività di risistemazione dopo il suo ritrovamento, è attribuibile al celebre scultore  Domenico Gagini ed a Gabriele di Battista.
        Sul basamento in marmo grigio del Monte Billiemi, poggia  la colonna  in porfido rosso che termina con il capitello in marmo di Carrara, stele funeraria a forma di bulbo con una vasca in cima  e in basso dei medaglioni con scene che ne illustrano il testo. Sul basamento, ai lati della colonna, seduti su cubi i due paggi che reggono ognuno uno scudo ed in quello di  sinistra  è scolpito lo Stemma di Palermo.
        Più in alto, a ben guardare, puoi leggere un monito ed una promessa scolpita nella parole  “fidelitas”.
         Sul bordo della conca campeggia la scritta ricordata dallo storico Fazello che sottolineava  nelle sue Decadae : 
“... i palermitani raffigurano la città in aspetto d’uomo, il suo petto è avvolto da un serpente che lo succhia, davanti ai piedi ha una cesta piena d’oro e di fiori con questa  scritta:
Panormus vas aures suos devorat alienos nutrit.” (Palermo conca d’oro divora i suoi e nutre gli stranieri) 
         Strano e particolare questo simbolo iconografico, il Genio!
Potrebbe discendere da Sarturno, Genio di Crono,  dio dell'agricoltura e simbolo abbondanza, divoratore dei propri figli, o come interpreta  Vincenzo Di Giovanni  un dono di gratitudine fatto da Scipione ai palermitani che lo avevano aiutato nella guerra contro il cartaginese Annibale, per ricordare nella statua posta sulla conca aurea il guerriero che nutriva dal petto un serpente.
    Ma rimane un uomo maturo, con la barba divisa  sul mento, con la corona sul capo, simbolo di vittoria e dignità,  abbracciato ad un serpente che si nutre al suo petto ed accompagnato ai suoi piedi da un cane.
    L’ambiguo serpente, tradizionalmente associato alla terra e all'acqua e quindi alla fertilità, qui potrebbe essere l’indicatore della trasformazione e del rinnovamento attraverso le modificazioni di traffici, commerci, culture,  prodotti nel corso della storia della città  conquistata più volte dagli stranieri. Ma potrebbe anche simboleggiare  prudenza e conoscenza associata alla forza fisica. Chissà che non ci sia l’ispirazione di Asclepio!
Il cane, ai suoi piedi, rappresenta nobiltà e fedeltà.
       Forse meno conosciuta della più fiera aquila, che al centro del gonfalone della città, con le ali aperte e di colore oro,  tiene tra gli artigli la leggenda  “S.P.Q.P. ”Senatvs PopvlvsQve Panormitanus (senato e popolo palermitano), e ricorda idealità, cultura, fierezza e aspettative di un popolo, altrettanto cara alla memoria l’Allegoria del Genio, che vede Palermo  vissuta ma ricca, in continuo rinnovamento, sempre bisognosa di protezione.

Maria Frisella

     

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