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mercoledì 24 febbraio 2016

Ora il #m5s è diventato la "kasta"

Tre anni fa in piazza San Giovanni a Roma, schiacciato nella folla accorsa per assistere all'ultima tappa della campagna del MoVimento 5 Stelle, quando dal palco Beppe Grillo si era rivolto ai politici della "casta" con queste frasi minacciose: "Non hanno capito che cosa gli sta arrivando, non hanno capito. Arrendetevi, siete circondati! Arrendetevi, siete invisibili!"

Col senno di poi, gli "zombie in poltrona" non erano gli unici a non aver capito un granché di quello che stava succedendo: nessuno, effettivamente, l'aveva fatto. L'inaspettata affermazione elettorale del M5S ha sconvolto in profondità l'intera politica italiana, aprendo una fase inedita in cui siamo dentro ancora adesso.

L'ingresso in Parlamento con tanto di apriscatole, scontrini, tragicomiche sedute in streaming e deputati ultracomplottisti è stato accompagnato da una quantità streminata di articoli, dirette, trasmissioni, libri e ricerche sul campo.

Una copertura simile ha creato una fortissima polarizzazione intorno al M5S —una divergenza che va ben al di là della mera contesa politica e riguarda visioni del mondo radicalmente contrapposte tra loro. In questo senso, l'ignobile teatrino sulle unioni civili andato in scena al Senato non ha fatto altro che confermarlo.

Da un lato, sempre per restare sul punto, gli elettori e i simpatizzanti hanno difeso l'operato dei loro cittadini-portavoce esibendo un pride grillino che da un po' di tempo a questa parte non si vedeva con una tale intensità (e violenza verbale). Dall'altro lato, critiche altrettanto dure sono piovute da tutte le parti—dalla propaganda renziana alle associazioni LGBT, passando per hashtag come #dietrofrontM5S e commenti che tratteggiavano il riquadro di un partito sostanzialmente "fallito."
Nel seguire la costante e sovreccitata disputa mediatico-politica, tuttavia, ho l'impressione che si stia perdendo la visione d'insieme su cosa sia effettivamente il "partito di Grillo" al giorno d'oggi. O meglio: su cosa sia diventato a tre anni di distanza da quel comizio a Roma.

È indubbio che in questo lasso di tempo ci siano stati cambiamenti molto profondi, e a tutti i livelli: il tono complessivo e gli obiettivi politici sono stati parzialmente rimodulati; andare in televisione e finire nei talk show non è più un'eresia; vecchi cavalli di battaglia come l'uscita dall'euro sono stati accantonati; e diversi adepti della prima ora —un nome su tutti: "l'ideologo" Paolo Becchi—si sono allontanati definitivamente dal MoVimento, disgustati dalla piega che ha preso.

Per cercare di tracciare l'evoluzione del partito, dunque, ho deciso di fare una specie di istantanea sullo stato attuale del M5S.

IL MOVIMENTO 5 STELLE NON HA APERTO IL PARLAMENTO COME UNA "SCATOLA DI TONNO"

Ammesso e non concesso che lo sia mai stato, il MoVimento 5 Stelle non ha praticamente più nulla del "movimento," ma è un partito in via di strutturazione—e sì, tutta la retorica grillina sul "non partito" è semplicemente un argomento propagandistico, utile solo a rafforzare il sentimento identitario dei propri seguaci e a convincersi di essere in qualche modo "diversi" dai nemici.

Il M5S, infatti, può contare su una vasta rete territoriale (i MeetUp, ma non solo) che in alcuni casi è attiva da dieci anni; è al governo in alcuni importanti capoluoghi di provincia come Parma e Livorno; ha iniziato a formare una propria classe dirigente, e più in generale i suoi rappresentanti si stanno professionalizzando; e, infine, il procedimento di istituzionalizzazione è sempre più evidente sia a livello locale che a livello parlamentare.


La discussione in Senato sulle unioni civili, comunque, ha dimostrato che i cittadini-portavoce hanno ormai una certa dimestichezza con i regolamenti parlamentari, e sono ormai in grado di elaborare strategie di opposizione abbastanza raffinate. Insomma, sembrano a loro agio in quella che il blog di Grillo definiva, nel giugno del 2013, "la tomba maleodorante della Seconda Repubblica."

Di questa evoluzione se ne è accorto anche il Financial Times, che ha sottolineato come il M5S stia cercando di "essere preso sul serio" e di cambiare l'immagine di partito "tra i più eccentrici—e anche buffoneschi—d'Europa." Nell'articolo viene anche citato Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera e candidato premier in pectore, che dice: "La percezione sul movimento è cambiata: all'inizio c'era l'idea di questo movimento di protesta, ma siamo riusciti ad andare oltre. Ora vogliamo governare."



LA DEMOCRAZIA INTERNA AL M5S CONTINUA A ESSERE UN GROSSO PROBLEMA

Alla festa nazionale del M5S che si è tenuta nell'ottobre del 2015, Gianroberto Casaleggio (su cui tornerò in seguito) ha più o meno espresso lo stesso concetto di Di Maio: "Siamo certamente pronti a governare." Proprio in quella occasione, però, Beppe Grillo aveva detto una cosa molto più interessante: "Nel 2013 non eravamo pronti, abbiamo imbarcato chiunque."

E qui arrivo a uno degli argomenti più discussi, enfatizzati e controversi del M5S: quello delle epurazioni. In appena tre anni, giusto per rendersi conto dell'estensione del fenomeno, un quarto del gruppo parlamentare è stato cacciato per presunte violazioni del "codice di comportamento"—l'ultima, che ha riguardato la senatrice Serenella Fuksia per questioni di rendicontazione, c'è stata nel dicembre del 2015.

Queste decisioni, prese dal duo Grillo-Casaleggio, sono poi state ratificate da votazioni—decisamente a senso unico—sul blog. I grillini più duri e puri hanno sempre difeso questa pratica, sostenendo che si tratta di un metodo sgradevole ma necessario per conservare la "purezza" del movimento e allontare gli "Scilipoti" e i carrieristi di turno; molti altri, inclusi diversi esponenti del M5S, le hanno sempre mal digerite e considerate nocive.


Più volte, la questione è rischiata di esplodere in mano al MoVimento. Il caso più eclatante si è verificato nel novembre del 2014, quando una delegazione di deputati e attivisti è andata fino alla villa di Grillo a Marina di Bibbona, in Toscana, per discutere con il Megafono sull'espulsione di Massimo Artini e Paolo Pinna.

Nel serrato confronto, come hanno riportato le cronache, a un certo punto il cittadino-portavoce Marco Baldassare avrebbe incalzato il leader dicendo che "non siamo più quelli del passato," e manifestando l'intenzione di "ricostruire il Movimento e rifarlo con te" perché "l'M5S non è più quello che era anni fa e dobbiamo intervenire."

BEPPE GRILLO È ANCORA IL "GRANDE MEGAFONO" DEL M5S?

Esattamente il giorno successivo al sit-in davanti alla villa, sul blog è stato pubblicato il "comunicato politico numero cinquantacinque." Nel post Grillo diceva di essere "un po' stanchino," e sottolineava la necessità di dotarsi di una "struttura di rappresentanza più ampia di quella attuale"—ossia il famigerato "direttorio" composto da Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Carla Ruocco e Carlo Sibilia.

Questi cinque cittadini-portavoce, continuava Grillo, "si incontreranno regolarmente con me per esaminare la situazione generale, condividere le decisioni più urgenti e costruire, con l'aiuto di tutti, il futuro del MoVimento 5 Stelle." In pratica, si tratta di una sorta di segreteria.


La mossa di Grillo ha spiazzato un po' tutti. Il capogruppo alla Camera Andrea Cecconi ad esempio ha parlato di un "passo indietro," dicendosi comunque "preoccupato" dell'eventualità di andare "senza Grillo e Casaleggio."

L'intenzione di sganciarsi dalla funzione di "capo politico" è stata ribadita da Grillo sia con la rimozione del nome dal simbolo, che in un'intervista al Corriere della Sera. Presentando il suo nuovo spettacolo teatrale, il comico aveva spiegato di voler fare "un passo di fianco" pur rimanendo il "garante delle regole" e (aggiungo io) il detentore legale del marchio. Di Battista, nel commentare le parole del "Grande Megafono," ha detto che "ormai il MoVimento può camminare con le proprie gambe, e lui ha diritto di riprendersi la sua libertà."

CHI COMANDA VERAMENTE NEL M5S, QUINDI?

A sentire quello che dicono parlamentari epurati, nonché a leggere alcuni articoli usciti sul Foglio e sull'Espresso, non c'è alcun dubbio: ora che Grillo si sta defilando, il "vero capo" del MoVimento 5 Stelle è Gianroberto Casaleggio.

Ora, col tempo abbiamo imparato a non fidarci troppo di qualcuno in grado di produrre video come "Gaia – il futuro della politica" o di immaginare una società in cui "corrotti e corruttori sono esposti in apposite gabbie sulle circonvallazioni delle città."

Al di là di queste bizzarre visioni millenaristiche, di certo c'è che il blog di Grillo e i siti ad esso connessi—ossia TzeTze, La Cosa e lafucina.it, che hanno portato il concetto diclickbaiting su vette inesplorate—sono totalmente in mano alla Casaleggio Associati. Il controllo, tuttavia, non si limiterebbe agli aspetti tecnici ma si estenderebbe anche a quelli più strettamente politici, come dimostra l'imposizione del "decalogo" ai candidati alle amministrative locale.


A conti fatti, e qui cito ciò che ha detto un ex collaboratore di Casaleggio, questa ambigua struttura organizzativa "è la stessa che usava Forza Italia: un'azienda privata che supporta con la sua logistica un movimento politico; poco importa se se il vantaggio sia poco, tanto, a favore di una, dell'altro o di entrambi, se il sistema non è limpido come l'acqua di fonte."

In particolare, dentro la società di Casaleggio ci sarebbe una "struttura Delta" che avrebbe in mano gli account di Grillo, sarebbe autrice materiale dei post sul blog e caricherebbe sulle proprie piattaforme i video "concessi" dalle "webstar" grilline, incassando così la quota della pubblicità.

Ma per quanto sulla sua figura continuino a circolare dicerie di ogni tipo, l'onnipotenza di questa "eminenza grigia" è solo una leggenda. Perché se fosse reale, se davvero esistesse una specie di Politburo occulto che pianifica dall'alto ogni cosa, allora il M5S funzionerebbe decisamente meglio.

E lo farebbe soprattutto a livello locale, dove in alcuni casi l'amministrazione a Cinque Stelle si limita all'ordinaria amministrazione (Parma ne è l'esempio più lampante), mentre in altri sprofonda nel caos politico e organizzativo più totale.

LA "QUATERLOO" GRILLINA

Essendo nato in origine come una serie di liste civiche cittadine, il M5S in teoria dovrebbe eccellere sul terreno locale; nella pratica, però, è da qui che stanno arrivando i problemi più grossi.

Verso la fine dell'anno scorso, la giunta di Filippo Nogarin —che solo un anno prima aveva espugnato Livorno—ha vissuto una crisi potenzialmente letale. Per giorni, la città è stata sommersa dalla spazzatura a causa dello sciopero dei dipendenti della Aamps, la municipalizzata comunale con un buco di bilancio di svariati milioni di euro.

L'amministrazione pentastella prima ha gestito in maniera semplicemente disastrosa la controllata (cambiando la dirigenza più e più volte); poi ha deciso di portare i libri in tribunale. Questa scelta, oltre a scatenare la reazione dei lavoratori, ha portato a un feroce dissidio interno al M5S che è sfociato in dimissioni e voti contrari dei consiglieri. Alla fine è dovuto intervenire il blog di Beppe Grillo, confermando la "piena fiducia" al sindaco.


A Quarto, comune in provincia di Napoli, è andata anche peggio. Qui, nel giugno del 2015, il M5S era riuscito a eleggere la sua prima amministrazione in Campania,elevandola subito a simbolo di onestà e trasparenza. Poco meno di un anno dopo, nel gennaio del 2016, quel "simbolo" è stato scalfito da un'inchiesta giudiziaria su presunte infiltrazioni mafiose.

Pur non essendo in alcun modo implicata —anzi: era addirittura la parte lesa —il sindaco Rosa Capuozzo è stata scaricata, dimissionata ed espulsa dal M5S. Il tutto è avvenuto dopo le innumerevoli giravolte di Grillo e del suo "direttorio," su cui il Partito Democratico si è avventato con una martellante campagna mediatica.


COSA PUÒ DIVENTARE IL MOVIMENTO 5 STELLE

Chiaramente, rispetto agli scandali che di solito coinvolgono gli altri partiti, quelli elencati qui sopra sono decisamente modesti. Eppure, proprio perché le vittorie erano state presentate come il sorgere del sole dell'avvenire grillino, i problemi sono stati ingigantiti e le conseguenze si sono riverberate a livello nazionale.

E infatti, stando agli ultimi sondaggi, il M5S avrebbe perso un punto e mezzo in due mesi: dal 26 percento di gennaio al 24.4 di febbraio. Per Paolo Natale dell'istituto di rilevamento Ipsos, quello che è successo a Quarto e Livorno —unito alle continue polemiche interne—ha portato il MoVimento "ad assomigliare un po' agli altri partiti.Stanno perdendo quell'aura di diversità che li ha caratterizzati finora. Inoltre, dimostrando di non saper governare la macchina locale, si rivelano poco credibili anche in chiave nazionale."

Nonostante ciò, il M5S rimane il secondo partito italiano e l'unico sfidante credibile per il PD di Renzi. Questo perché la sua carica antisistemica —percepita più che reale, ovviamente —non si è ancora esaurita presso l'elettorato italiano, così come non si è attenuata l'attrattività della sua offerta politica.

Del resto, come ha scritto il politologo Roberto Biorcio in un recente libro, il M5S "è riuscito a costruire un'identità collettiva" ed è stato "capace di raccogliere e tenere insieme anime diverse ed eterogenee, ciascuna portatrice del proprio progetto identitario."

Questa conformazione ibrida gli ha permesso di diventare il grande collettore di delusioni e frustrazioni, e al contempo di presentarsi come l'alternativa dinamica a un sistema politico bloccato. Tuttavia, come accade a qualsiasi partito populista—e non uso l'aggettivo in senso negativo, ma descrittivo—prima o poi arriva il momento della realtà.

Tendenzialmente, questo momento coincide con la realizzazione che la tua utopia—cioè quella serie di promesse facili e indolori che ti ha garantito il successo —è impraticabile; e con il fatto che, inevitabilmente, bisogna affrontare il passaggio da "movimento" a "istituzione."

Il M5S del 2016 sta attraversando questa fase, con la consapevolezza di essere di fronte a un bivio: o si porta a termine la "mutazione" e si garantisce (forse) la sopravvivenza, oppure l'alternativa concreta è l'essere mandati a casa—esattamente come volevano fare loro con gli odiati partiti della casta.

Al netto della retorica "rivoluzionaria" grillina, subito dopo il voto del febbraio 2013 qualcuno scrisse che il MoVimento aveva fatto da "tappo" al sistema. A distanza di tre anni, si può dire che il M5S sembra non accontentarsi più di questo ruolo, ma che—pur tra molti tentennamenti—aspira a diventare esso stesso il "sistema."

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