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domenica 21 febbraio 2016

IL POSTO VUOTO

IL POSTO VUOTO.
di ETTORE ZANCA

Te lo giuro, te lo avrei detto. Ti avrei raccontato i sogni che ho fatto in questi giorni, solo che forse il lavoro mi ha portato via tempo, o forse non abbiamo più tempo che vogliamo investire in novità senza senso, come sognare.

Però giuro ero lì per dirtelo l’altra sera a cena, ma poi abbiamo affettato giudizi insieme a quel buon pane. Io affettavo i miei e tu i tuoi.
Con tanti stereotipi, che quando sento questa parola mi immagino sempre un impianto stereo con casse potentissime.
Io non so se i sogni sbagliano o azzeccano, ogni tanto si dice siano ciò che vogliamo, ogni tanto ciò che prevediamo. Tante volte sono ciò che avremmo detto ma non abbiamo avuto il coraggio.
Anche dopo cena, giuro, avrei voluto raccontarti, ma poi abbiamo litigato. Non ce la faccio a fare come dicono gli psicologi delle riviste, quelli che in pochi semplici passi ci dicono come dobbiamo fare per abbattere anche la peggiore delle ansie.
Ci provo, parto dai loro ragionamenti, dalle loro analisi ma poi mi perdo.
Mi perdo anche con te. Ogni mattina guardo quanto sei bella, mi sveglio prima di te, mi sorprendo quasi a voler trovare qualcosa di brutto in quello che vedo. Quasi come se finalmente si scoprisse il trucco e io capissi che mi ero sbagliato, che non eri tutto questo incanto. Ma questo trucco non si svela mai, nemmeno in nuove rughe o smagliature che trovo mentre dormi, mi sembrano ulteriori segni di erotismo, mi attirano anche le tue imperfezioni.
Forse avrei dovuto dirti questo, magari il potere della parola avrebbe disteso i tratti, ci avrebbe avvicinati. Tu avresti premuto il tuo corpo sul mio e ci saremmo disfatti del sipario di inutile pudicizia che sono i vestiti.
Però ecco, prima che mi perda, c’erano questi tre sogni che ho fatto. Tre notti di seguito.
La prima notte ho sognato di baciarti a lungo, di sentire il tuo sapore buono, che non mi stanco mai di assaggiare. Quel sapore che deriva dal profumo naturale della pelle, che quando è buono batte tutti i profumi.
La seconda notte ho sognato di scrivere una canzone che ti era dedicata, poi un racconto, poi una poesia, poi un romanzo. E tutto filava benissimo, li avevo chiari in testa, sapevo nel sogno che sarebbe bastato svegliarmi e scrivere tutto, poi invece mi sono svegliato, mi sono perso nel gioco di trovarti un difetto, mi sono ricordato che io non so scrivere. Nè canzoni, nè poesie, tantomeno romanzi. A dire la verità non saprei dire nemmeno quale qualità ti ha portato ad accorgerti di me. Certo non qualche mio talento. Forse qualche dote. Non so. So che mi sono dimenticato le parole che usavi per descrivermi e questo penso sia grave.
Non lo so se è grave, so che è proprio dalle piccole crepe, dalle dimenticanze, dalle attenzioni che non ci sono più, giustificate da “ma tanto lo sai che ti amo, no?”, che cominciano i cedimenti strutturali. I cambi di parentela, quelli in cui quasi ci si vuole bene come fratello e sorella.
Sono i momenti in cui il più sveglio dei due paradossalmente è quello più innamorato. I tuoi occhi guardano con più interesse tutto il mondo, osservano e compiacciono, sorridono e si complimentano. Il tutto fino a quando si posano su di me, allora si spengono, faticano a trovare spontaneità. Spuntano quelle rughe strane, che sono tanto attraenti, ma sembrano strade verso qualcosa che somiglia a un orizzonte lontano.
Ma prima di qualsiasi altra parola volevo dirti dell’ultimo sogno.
Ieri ho sognato che ti conoscevo fin dall’asilo. Curioso, visto che noi ci siamo conosciuti adulti e feriti.
In ogni posto in cui andassi, ti incontravo, ma non era questo il bello. Ovunque, dall’asilo alle elementari, fino all’università, ti incontravo sempre il primo giorno. E poi anche alle inaugurazioni, al cinema, in libreria. A teatro.
E ogni volta succedeva la stessa cosa, mentre nel frattempo tu diventavi sempre più bella e adulta.
Ogni volta che dovevo sedermi, il posto libero, l’unico posto libero era sempre accanto a te. Ogni volta mi sedevo al tuo fianco, ogni volta con un tuo sorriso e basta, come fosse la cosa più naturale del mondo.
Poi nel bel mezzo del sogno prendevo un caffè con mio padre, buonanima. E gli raccontavo che non mancava occasione da anni che mi trovavo sempre seduto accanto a te. Mi piaceva parlare con lui.
Gli chiedevo come mai mi capitasse questa stranezza. Di avere sempre un posto vicino al tuo ovunque andassi. E lui mi rispondeva con il suo vocione: “ma possibile che sei sempre il solito testone? Ma non capisci? È un segno, significa che il tuo destino è stare accanto a lei, è il posto che ti riserva la vita, per natura, per chimica, perchè non so, ma magari da qualche parte è scritto così, tu devi stare al suo fianco.”.
Mi ero svegliato bene, bel sogno, bella l’interpretazione che mio padre mi aveva dato dentro il sogno. Bello pensare di essere cresciuti insieme, con quel posto sempre accanto.
Avrei voluto raccontarti questo sogno.
Ma non penso avrebbe risolto nulla, mentre ci dicevamo addio, mentre caricavo le mie valigie in macchina, mentre tu mi dicevi “ne abbiamo già parlato troppe volte, ormai non abbiamo più niente da dirci.”. Mi sembrava fuori posto dirti che mio padre aveva ragione e dovevo sedermi accanto a te, ma ti prego, se aveva ragione anche per te, richiamami indietro altre mille volte.

Ettore Zanca.


1 commenti:

  1. http://beneficiodinventario.blogspot.it/ il luogo dove le parole diventano poesia ed incanto.

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