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martedì 16 febbraio 2016

IL CANONE RAI AL TEMPO DELLA GRANDE MENZOGNA

Sta passando in questi giorni sulle reti Rai lo spot sul pagamento del canone. Mentre scorrono sullo sfondo le immagini dei programmi “di punta” o presunti tali della tv pubblica, ci viene propinato il messaggio che da quest'anno il canone è più conveniente e più comodo da pagare. Si tratta evidentemente di una colossale e spudorata mistificazione: il canone non è il prezzo di un servizio liberamente scelto ma è la tassa dovuta per il possesso degli apparecchi televisivi (o a questi equiparati) che serve a finanziare la Rai in quanto servizio pubblico radiotelevisivo.
L'entità della tassa è stata ridotta a cento euro (a quanto si è capito solo per il 2016) considerato che associarla alla bolletta elettrica consente di recuperare gran parte dell'evasione. Una comunicazione onesta e corretta (e che ciò non avvenga dice tutto sull'attendibilità della Rai nell'informarci sulle grandi questioni quali ad esempio le guerre e la crisi economica) richiederebbe dunque di pronunciare esplicitamente parole ed espressioni messe all'indice e considerate tabù per il pensiero unico dominante: tasse e servizio pubblico.
Servirebbe cioè riconoscere che esistono ambiti della vita sociale ed economica (quale è la cultura nell'accezione più ampia: informazione, arte, musica, spettacolo, cinema, teatro, letteratura) che devono essere sottratti alla dittatura del profitto, della speculazione e delle multinazionali per essere governati in funzione del bene comune, identificato come tale dalla volontà popolare, e finanziati dalla fiscalità generale.
Che la Rai non possa evidenziare il proprio ruolo di servizio pubblico è facilmente comprensibile: da anni non svolge più tale funzione e ciò rende il canone una tassa odiosa ed insopportabile soprattutto pensando agli onorari milionari degli insulsi personaggi che la infestano.

La Rai è un carrozzone dove piazzare politici trombati, amanti, parenti e amici dei potenti, è il megafono del governo e comunque dei poteri dominanti e per questo opera una sistematica disinformazione sulle grandi questioni politiche, economiche e sociali, non inventa e non produce più programmi ma si è ridotta (con tutta l'opacità amministrativa che a questo consegue) a mera appaltatrice ed acquirente dei format delle multinazionali del settore, è diventata la brutta copia delle tv commerciali, continua ad essere lo strumento di propaganda dell'ideologica cattolica con le fiction.

Il Servizio Pubblico è evidentemente un'altra cosa: significa diffondere cultura ed una informazione pluralista, significa sperimentare linguaggi e proporre forme originali e non omologate di intrattenimento e di musica, significa saper coniugare ed alternare spettacoli popolari di massa e innovazione creativa. Tutte cose che la tv commerciale schiava della pubblicità e dell'audience non può fare e solo questo potrebbe giustificare il pagamento del canone alla Rai.

E' impossibile paragonare la Rai del monopolio a quella attuale: si tratta di due epoche diverse, le condizioni generali – sociali, economiche, politiche, tecnologiche – sono completamente cambiate. Soprattutto la televisione e i media in generale non avevano l'odierno ruolo totalizzante sui sentimenti e le opinioni delle persone. Ma si deve riconoscere che la Rai fino all'avvento di Mediaset – per quanto bigotta, lottizzata e oggetto della censura democristiana – rappresentava davvero la più grande industria culturale italiana, era capace di raccontare l'Italia, in essa potevano lavorare – cito solo qualcuno di coloro che mi vengono in mente – Soldati, Eco, Pasolini, Nanni Loy, Arbore, Zeffirelli, Comencini, la Wertmuller, Fellini, Dario Fo, Eduardo e Peppino De Filippo, Mina, Biagi. Svolgeva davvero la funzione di unificazione del Paese almeno nel linguaggio.
E' naturale che molti di noi la rimpiangano così come rimpiangiamo i giochi infantili della nostra infanzia confrontandoli con i sofisticati videogiochi di oggi o proviamo nostalgia per il gusto dei cibi cucinati da nostra madre rapportati ai sapori tutti uguali dei prodotti dell'industria alimentare.
Ma non si tratta di pensare di poter rimettere indietro le lancette della storia, non si tratta di vagheggiare un autocastrante ritorno alla scarsità quando la scienza e la tecnica ci hanno dato l'abbondanza potenzialmente per tutti, si tratta semplicemente di riconoscere che la strada intrapresa – nella televisione come negli altri aspetti della vita – non è quella giusta e che bisogna cercarne un'altra.
Perché il telecomando, gli scaffali pieni dei supermercati e l'invasione delle automobili non ci hanno dato più libertà ma ci hanno coperto di immondizia e solo tra l'immondizia ci è consentito oggi di scegliere e di vivere.

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