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venerdì 15 gennaio 2016

Petrolio ai minimi, mondo nel caos

Dopo le cadute in picchiata dei giorni scorsi che avevano portato ieri le quotazioni ai minimi da 12 anni, il petrolio si assesta intorno ai 30 dollari. Molti esperti, però, prevedono che potrebbe scendere ancora. E portarsi tra i dieci e i venti dollari. Alcune imprese del settore, Secondo studi, almeno in Usa saranno un terzo costrette a chiudere o ridimenzionare le attività.



Sia sulla base di fondamentali che, secondo la maggior parte degli osservatori, indicano debolezza della domanda, sia a causa di ulteriori spinte ribassiste che potrebbero derivare dai cambi valutari. La fase che sta attraversando la Cina non aiuta. In particolare Morgan Stanley cita il recente indebolimento dello yuan cinese sul dollaro, che di fatto tende a rendere più costoso per il Dragone l'import di petrolio e per questo potrebbe moderarne ulteriormente le richieste.

Del resto allo stesso forum di Abu Dhabi, il presidente dell'Opec, il nigeriano Emmanuel Ibe Kachikwu, ha ventilato l'ipotesi di tenere un vertice di emergenza del cartello a inizio marzo, ricordando che era stato concordato di esaminare questa possibilità all'ultima riunione se il barile fosse calato a 35 dollari.

Da tutto questo si capisce come sia difficile trarre conclusioni nette su chi ha da guadagnare e chi ha da perdere dalla riduzione dei prezzi del greggio. Anche se le democrazie liberali dell’occidente hanno beneficiato del crollo del blocco sovietico, il calo dei prezzi non ha certo portato pace e stabilità nel mondo arabo e musulmano.

In generale possiamo dire che il crollo del prezzo del petrolio ha ridotto la speranza che le potenze emergenti possano continuare la loro crescita modernizzandosi e contribuendo a garantire la stabilità internazionale.

Troppi governi, infatti, hanno basato le loro ambizioni sui prezzi alti di prodotti che oggi sono in caduta libera. Come ha sottolineato in settimana la direttrice del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, questi paesi ora devono affrontare una “nuova realtà” di crescita lenta e di preoccupante incertezza.

Prendiamo l’esempio del Brasile. Un tempo descritto come il campione del sud del mondo, oggi barcolla perché l’economia è in crisi e la situazione è resa ancora più instabile dallo scandalo di corruzione che ha colpito il gigante petrolifero Petrobras. Il Brasile è una democrazia, dunque l’instabilità è una notizia sgradita. Il calo del prezzo del petrolio non aiuterà nemmeno il nuovo governo della Nigeria, primo produttore di petrolio in Africa, in un momento in cui le reti jihadiste si stanno diffondendo nella regione e oltre.

La caduta del prezzo del petrolio non colpisce solo i paesi amici dell’occidente, ma anche le potenze che considera avversarie. In Russia, Vladimir Putin sembra determinato a restituire al suo paese il ruolo di grande potenza ricorrendo all’avventurismo militare in Europa e in Medio Oriente, ma ora deve gestire una complicata equazione finanziaria. Il Cremlino ha appena annunciato un taglio del 10 per cento della spesa pubblica, segno evidente che il paese sta subendo le conseguenze delle sanzioni internazionali e del calo dei prezzi in un’economia che ha bisogno di un petrolio ad almeno cento dollari al barile. Altri regimi altrettanto colpiti dal calo del prezzo del greggio cercano di compensare con i fondi d’investimento statali, ma si tratta di interventi limitati.

Insomma, quel che si sta prospettando è un modello che ricalca "la tempesta perfetta", ovvero una coincidenza di fattori che normalmente sono abbastanza lontani tra loro. Ma il discorso non finisce qui, naturalmente. Anzi, lascia individuare che in un quadro del genere ci sono diverse forze e soggetti che potrebbero approfittare della situazione. A partire dalle "cordate ribassiste" che ormai affollano le piazze finanziarie e che non smettono di far sentire la loro nefanda presenza.
Solo qualche mese fa il mercato delle opzioni e in particolare le attività di trading delle ‘put’, davano ai detentori dei contratti il diritto di vendere il petrolio sopra una certa cifra stabilita a una data prefissata. La cifra era di 40 dollari. Obiettivo pienamente raggiunto quindi. Un mese fa il numero di opzioni per vendere petrolio al prezzo di $40 il barile entro dicembre 2015 era equivalente a 880.000 barili. Secondo i dati della piattaforma di scambio del gruppo CME, nello stesso periodo le opzioni con un obiettivo di prezzo (il cosiddetto ‘strike price’) di 35 dollari erano salite da zero a 669.000 barili.
/I cali si sono fatti molto pesanti dopo che l’Opec decise ad inizio di dicembre di non tagliare la produzione di petrolio per i prossimi sei mesi. La Russia lo ha interpretato come un attacco personale, sferrato dai sauditi. E da qui al gioco geopolitico il passo è breve. E in questo periodo la geopolitico non è certo un terreno tranquillo.

Una nota, infine, per quanto riguarda il nostro paese. Nel giro di due anni i costi sostenuti dall'Italia per approvvigionarsi di greggio all'estero si sono praticamente dimezzati, passando, stando agli ultimi dati forniti dall'Unione petrolifera, dai 30 miliardi di euro del 2013 ai 16,2 miliardi dello scorso anno. Un bel risparmio in termini generali per il sistema Paese, dalmeno nominalmente. Questo, però, paradossalmente, non ha portato alcun beneficio sulla ripresa dell’economica.

Sul prezzo del petrolio, andando a rispolverare le serie storiche si scopre che nel gennaio 2009 il Brent arrivò a toccare 34 dollari al barile. Ma allora la benzina costava 1,13 euro al litro, mentre oggi, con un prezzo del barile più basso, paghiamo comunque circa 1,5 euro per un litro di benzina.

La questione è sempre quella della doppia velocità: tenendo conto della perdita di forza del cambio euro-dollaro, dell’aumento delle accise sui carburanti (allora si attestavano a 56,4 cent. al litro, oggi a 72,8), e dell’incremento dell’Iva, l’Osservatorio Nazionale Federconsumatori ha calcolato che il costo della benzina oggi si trova comunque 6 centesimi oltre il livello a cui si dovrebbe attestare.
Maggiorazione che si traduce in un aggravio sulle tasche dei cittadini di ben +72 euro annui in termini diretti (per i rifornimenti di carburante) e di 59 euro in termini indiretti (a causa all’impatto del costo dei carburanti sui prezzi dei beni di prima necessità che, nel nostro Paese, sono distribuiti per l’86% su gomma). Il totale ammonta a 131 euro annui che gli italiani pagano in più, per questa maggiorazione di 6 centesimi.

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