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martedì 5 gennaio 2016

Omertà e disinformazione per coprire gli interessi reali nello scandalo banche

Ci si sveglia attoniti davanti alle notizie di eventi sempre più difficili da interpretare secondo i nostri strumenti di analisi e di comunicazione. Sviluppiamo insieme pochi esempi allo scopo di far intendere meglio quanto contenuto in premessa. Pérendiamo il cosiddetto “scandalo” delle quattro banche che, per un cumulo di motivi, ha fatto grande clamore in questi giorni.

Ebbene, da parte dei mezzi di comunicazione di massa e dei commentatori più autorevoli l’accento è stato posto sulla (ipocrita, solo per fare ascolti) richiesta di risarcimento da parte dei cittadini investitori più o meno truffati, sull’atteggiamento riprovevole del governo, sui legami catto-massonici familistici che sembrano collegare i protagonisti in negativo di questa vicenda.

A nessuno, o quasi, è venuto in mente di collegare questo fatto a fenomeni ben più generali: primo fra tutti il processo di crescente finanziarizzazione dell’economia che sta alla base di quanto accaduto nella gestione del ciclo capitalistico degli ultimi decenni; del fallimento – nello specifico del “caso italiano” – del processo di concentrazione / privatizzazione che ha segnato la fase attraverso procedimenti del tutto opachi, in primis quelli riguardanti obiettivi meramente speculativi, che determinano una situazione davvero difficile nell’insieme delle relazioni economiche.

Questa assenza di capacità analitica ha fatto sì che risultino smarrite, all’interno del dibattito pubblico, le ragioni che sostengono la contrarietà al processo di privatizzazione e propongano un ruolo dell’intervento pubblico fino alla nazionalizzazione delle banche.

Due parole: intervento pubblico e nazionalizzazione che , scritte e/o pronunciate, produrrebbero orrore nella gran parte dei ben pensanti lieti, invece, dei brillanti risultati che l’itinerario delle privatizzazioni e della “sana” concorrenza hanno prodotto, come nel caso – appunto – delle quattro banche citate: ma tanti altri casi si potrebbero enucleare in particolare sul piano europeo per non trasmigrare oltre Atlantico.

Un altro caso di parole smarrite riguarda il discorso dell’industria e, in particolare, in relazione a questa il discorso della ricerca e dell’innovazione tecnologica.

Un discorso, del resto, strettamente legato alla questione bancaria.

E’ prevista, per i primi mesi di questo 2016 appena avviato, una conferenza nazionale sull’industria.

L’Italia, in un contesto europeo sicuramente più agguerrito, è priva da tempo di una politica industriale sostenuta da una forma coerente d’indirizzo pubblico.

Più volte free-italia ha spinto per illustrare tutta una serie d’interventi pubblici sviluppati non solo da paesi europei in funzione di finanziare un diverso sviluppo industriale, posto in relazione proprio ai meccanismi dell’innovazione tecnologica, di un’adeguata produzione di “know-how” e di sviluppo ecologicamente all’altezza con le contraddizioni del capitalismo.
 

L’Italia continua a non disporre di organizzazioni con un respiro strategico. I problemi dell’economia sono visti soltanto (sia da Berlusconi in passato, sia da Renzi oggi) in termini di “impedimenti” (tasse, burocrazia) da rimuovere, invece che in termini di istituzioni da creare per investire e creare i nuovi mercati del futuro.

Anche in questo caso la sinistra appare del tutto afona (ritrovandosi nella sostanza subalterna alla conduzione del potere): non si pretenderebbe di arrivare addirittura alla possibilità di mettere in agenda la nazionalizzazione dei settori strategici e dei servizi essenziali (considerati pure in questo caso gli esiti delle privatizzazioni, se pensiamo a chimica, siderurgia, agro alimentare, telecomunicazioni) ma almeno ad un riferimento ad una qualche proposta di programmazione e di intervento pubblico (qualcuno molto timidamente tempo fa aveva rivolto un qualche accenno all’antica storia dell’IRI) . Elementi di dibattito e di iniziativa politica che andrebbero posti almeno al livello di come fu all’epoca  degli anni’60, quello spezzato dal “tintinnar di sciabole”.

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